Il cane cominciava per baciare la mano del padrone, affine di ringraziarlo, poi si stirava ben bene, allargava le mascelle in una coppia di sbadigli che avevano il suono di gemiti, si dava due altre scosse che gli facevano ballare sulle ossa la pelle vuota di muscoli, guardava di qua e di là con aria peritosa e timida, pareva stentare a decidersi, e finalmente s'avviava lento da una parte, rasentando il muro, la testa bassa, le orecchie pendenti, mogio mogio, come se tornasse dall'aver preso una bastonatura.
Gli è che in quel momento appunto la povera bestia andava incontro a sicuri pericoli, che lo aspettavano per opera di implacabili e instancabili suoi persecutori. Erano i bambini del villaggio. Se l'uomo sia dalla natura fatto di fondo buono o cattivo, è un pezzo che si disputa, e si disputerà ancora chi sa per quanto tempo. Il fatto è che i bambini, queste piccole perfezioni dell'egoismo, che non vedono al mondo cosa più valevole della propria personcina e dei propri capricci, hanno istinti ed abitudini sì crudeli da far molte volte arricciare il naso ai sostenitori della bontà fondamentale della nostra razza.
Il povero Azor non aveva mai fatto nulla di male a quella schiera di sbarazzini sbracati ed anco scamiciati, che brulicava nei rigagnoli fangosi delle strade di quel villaggio. Era brutto, sporco, sfiancato, povero di peli e ricco di fame: ma con tutto ciò qual diritto ledeva egli d'altrui? Era codesta una ragione sufficiente per farlo bersaglio di tutte le malignità, di tutte le crudeli voglie di quella marmaglia scapestrata?
Il vero è che appena lo vedevano comparire solo, quando era in funzione di guida del povero cieco, camminandogli con passo grave dinanzi, non osavano molestarlo: si avventuravano soltanto a fargli da lontano atti oltraggiosi di disprezzo a cui egli non accordava che la più filosofica noncuranza: una volta alcuno più temerario aveva osato tirargli un torsolo di cavolo, ma il cieco s'era volto da quella parte con isguardi così terribili delle sue pupille scolorate, aveva gridato con voce così forte come nessuno non gli aveva mai sentita, delle parolaccie così profane, aveva battuto per terra così furiosamente il suo lungo bastone, che la turba dei monelli era scappata impaurita, come uno stuolo di passeri che beccano il grano nel campo scappa all'arrivo dell'agricoltore: — quando adunque lo vedevano comparir solo, il povero Azor, ecco subito tutti i furfantelli sbucare dai cortili, dagli anditi, dalle siepi degli orti, e giù contro quel meschinello di cane, grida e urli, e trargli fango e terriccio e cocci e sassi, per vederlo correre disperato con quella pelle rugosa collata sulle costole.
Azor avrebbe volentieri risparmiato a sè il dolore degl'improperii e delle percosse, ai ragazzi il piacere di far opera prepotente e tirannica. Ma quello era l'unico mezzo ch'egli avesse per provvedere a sè stesso; gli era allora che l'affamato negli immondezzai delle strade andava in busca dei suoi pasti, che se fossero luculliani lascio pensare a voi.
Prima ancora che il tempo della licenza fosse trascorso, Azor tornava a consegnarsi al padrone, annunziando la sua presenza collo sfregarsegli contro le gambe: il cieco gli passava una mano sul capo, gli riattaccava la cordicella, gli rimetteva in bocca la ciotola di legno, e riprendevano tutt'e due nella loro ordinaria postura a meditare.
Giunta la sera, Atanasio drizzava la sua lunga persona: — era alto come un antico tamburo maggiore di reggimento, aveva spalle quadre da facchino di porto di mare, ma pure andava un po' curvo della persona e teneva sempre il capo chinato sul petto: — impugnava colla sua destra nodosa il bastone nodoso del pari; teneva colla sinistra la cordicella del cane, e picchiando per terra colla ghiera di ferro in cui terminava il bastone, s'avviava preceduto da Azor di due passi... Dove? Non lo sapeva neppur egli: sotto il capannuccio d'un pagliaio in qualche fattoria, sullo strame di qualche stalla, sotto il portone di qualche casa fuor di mano, al semplice riparo delle frondi d'un albero ne' giorni sereni della bella stagione.
Chi era quell'uomo? Nessuno lo sapeva. Egli e il suo cane avevano un passato affatto sconosciuto al villaggio. Erano capitati colà da quattro o cinque anni, e ci avevano preso quel modo di vivere che ho detto, senza variazioni, con tanta uniformità, che gli abitanti ci si erano presto abituati e pareva loro chi sa da quanto tempo che li avessero nella loro terra.
Da principio c'era stata pure una viva curiosità di saperne qualche cosa. Avevano appreso che l'uomo si chiamava Atanasio e il cane Azor. Dalle carte che il primo di questi due aveva in perfetta regola, le autorità municipali e il brigadiere dei Reali Carabinieri avevano imparato che egli era un antico operaio fonditore di metalli, nativo di un paese lontano lontano, che aveva perduta la vista in un terribile incendio avvenuto nella grande officina, che in sì funesta occasione egli aveva dimostrato un eroico valore, salvando dal fuoco delle vittime, e che da allora in poi erano passati dieci anni.
Quel mendico, ora che lo presento ai lettori, non aveva più di nove lustri: ma a vederlo glie ne avreste dati più di dodici. Incapace d'ogni lavoro, s'era dato alla mendicità, fuggendo con sacro orrore dai ricoveri e dalle case di pia ospitalità, come dalle bòtte fuggiva il povero Azor. Di questo, poi, non si aveva il menomo documento che ne dicesse le condizioni civili, economiche, morali ed il passato.