Il Sindaco era stato in forse per un po' di tempo, s'egli, da provvido e zelante amministratore, non dovesse, facendo uso della sua autorità, espellere dal suo Comune quel pezzente, a tiro sempre della legge di pubblica sicurezza, privo affatto di mezzi di sussistenza, e darlo in nota al Sotto-Prefetto, perchè lo denunziasse al Prefetto, il quale lo facesse tradurre, (stile burocratico), alla provincia, di cui era nativo. Ma quella provincia era tanto lontana! Ma quel pover uomo manifestava per ogni luogo rinchiuso tanta ripugnanza da preferire la morte. Ma in quel Comune non c'eran punti mendicanti, e uno per eccezione, non avrebbe fatto nè disdoro nè danno. Ma gli abitanti si erano contentati della presenza di quel gran cieco, e avevano preso l'abitudine di dargli pochi soldi e qualche scodella di minestra. Ma il cane era divenuto un sollazzo pei bambini dei suoi amministrati. Ma sotto la giubba, su cui cingeva solennemente la sua fascia sindacale, quel brav'uomo di capo del Comune aveva tanto di buon cuore. Tutti questi ma fecero che il cieco fu lasciato stare in santa pace.
La curiosità aveva per un poco aspettato il misterioso mendicante al varco d'una ubbriacatura. Pareva impossibile, chi lo vedesse, che quell'omaccione non fosse un dilettante d'osteria e un intelligente, ghiotto consumatore di alcoolici; eppure quell'impossibile era la realtà. Atanasio non metteva mai piede nè da compar l'oste ne dall'amico zozzaio, e pareva anzi fuggire con vera ripulsione di dove sentisse odore di liquori. Quando gli si faceva invito a bere un bicchierino d'acquavite o di un mezzo litro di vino, egli batteva più forte per terra la ghiera di ferro del suo lungo bastone, allargava ancora di più il compasso delle sue gambaccie, sollecitava colla voce collerica Azor, e s'allontanava di fretta. Visto codesto, la curiosità rinunciò scoraggiata ad ogni ulteriore tentativo; d'altronde la storia di simil pezzente non pareva dover essere di tal natura da ispirare sforzi straordinari per apprenderla. Si rassegnarono tutti a non saper altrimenti chi fosse quel povero cieco, cui tutti conoscevano e trattavano famigliarmente.
Chi avrebbe potuto narrarne tutta o quasi tutta la storia, era Azor: ma egli, da bravo cane fedele, taceva incorruttibilmente; e imparino da tali confidenti quelli che hanno segreti da custodire.
Eppure quella storia, benchè d'un semplice operaio, era interessantissima; ed io, che l'ho risaputa dal parroco, al quale il cieco finì per confidarla morendo, ve la voglio raccontare brevemente e semplicemente.
II.
Era una bella fonderia quella del signor Frangia. Un vasto fabbricato, ampie officine, immensi laboratorii, forni e macchine con tutta la perfezione delle invenzioni e dei progressi moderni. Vi erano occupati un centinaio e più di operai; tutto in essa camminava ordinato e regolato come le varie ruote di un orologio che vada bene, e ciò grazie all'attività, all'intelligenza, al coraggioso, instancabile zelo del primo figliuolo del proprietario, il signor Pietro.
Questi, allora, contava circa trent'anni; era bello d'aspetto, franco e cordiale di maniere, abile a comandare e capace d'ubbidire, sollecito nelle risoluzioni come nelle parole, negli atti come nel pensiero. Aveva studiato un po' di tutto — quello almeno che è necessario a una persona colta, — anche di letteratura, molto di economia politica e delle ragioni commerciali e industriali. Sapeva di molte cose, e intorno alla sua professione tutto quello che poteva sapersi, e aveva il merito di non farne pompa, giovandosene soltanto a dar prova ne' suoi negozi di un'abilità inarrivabile. Comandava senza ruvidezza, senza superbia e senza debolezza; gli operai lo ubbidivano, ammirandolo anche senza volerlo. Avevano verso di lui una rispettosa famigliarità, come si ha con chi è della nostra sorta, ma è il primo di tutti. Niuna meraviglia perciò che il vecchio padre, ormai stanco dal lavoro e in bisogno di riposo, lasciasse a lui tutto il peso della direzione e dell'amministrazione, e che sotto la sua mano intelligente gli affari prosperassero come non si poteva desiderare di meglio.
Il signor Pietro pareva ed era in realtà il più felice uomo della terra; uno di quelli a cui tutto riesce ciò che intraprendono; nè alcun segno intorno gli appariva che uomo vi fosse il quale, quella sua tanta ventura e i beni d'ogni fatta ond'era favorito, gli venisse invidiando.
Eppure l'invidioso c'era, un invidioso che si nascondeva con molta circospezione, che avrebbe voluto nascondersi persino a sè medesimo, ma che era tanto più accanito; così che oramai la sua invidia era arrivata sino ai limiti dell'odio. E questo tale era l'operaio, in cui appunto il signor Pietro aveva maggior fiducia, che sembrava, e avrebbe dovuto essere maggiormente affezionato a lui e alla famiglia tutta dei Frangia, perchè aveva verso di questa e verso di Pietro innegabili segni di riconoscenza.
Si chiamava Atanasio. Degli operai era il più abile, il più forte, il più coraggioso, il più diligente. Quando aveva da allontanarsi, Pietro confidava in lui perchè tenesse le sue veci; e la sua fiducia in nulla, mai non era delusa. La famiglia Frangia lo considerava poco meno che per uno di suo sangue. Ma egli aveva un carattere violento, passioni accese, e s'era impinzata la testa di perniciose letture in quei certi libri che, trattando della questione sociale, lusingano maladettamente le men nobili tendenze dei poveri con sofismi che la pretendono a pronunziati scientifici.