Difatti, la sera, verso le undici, dalle finestre del castello vedemmo un lumicino brillare nel più folto dei pini, durante un'ora e forse più. Il domani in quel luogo fu trovato sopra la terra smossa un grosso sasso che prima stava ad una certa distanza di là, e pareva impossibile che il povero maestro avesse avuto forza pur di smuovere.

Capimmo che la salma di Pomino era posta a consumarsi

«Sotto la guardia della grave pietra

Passarono molti giorni senza vedere altrimenti il maestro.

IX.

Un mattino, svegliatomi prestissimo, vidi innanzi alla mia finestra, di cui avevo lasciate aperte le persiane, il cielo di sopra la montagna rischiararsi così lieto della prima luce dell'alba, che coraggiosamente determinai bearmi del meraviglioso spettacolo dell'aurora. Uscii piano piano nel giardino, e pel viale dei pini m'avviai verso un'eminenza di terreno da cui avrei potuto mirar meglio la stupenda scena. A un tratto udii una voce lamentosa, or bassa, or alta, impressa sempre di molto affetto, che pareva declamasse dei versi. Stupito, ammorzai il suono dei passi, e venni pian piano avanzando verso quella voce, con molta cautela.

Inoltratomi un poco più, vidi in quella penombra crepuscolare gli abiti scuri di maestro Ambrogio, il quale, accoccolato, meglio che seduto, sulla gran pietra che copriva la fossa del suo cane, con una voce armoniosa e con un accento espressivo, come io non gli aveva udito mai, lasciava sgorgare dalle labbra un'onda di vera, soave, purissima poesia.

Attonito, e insieme commosso, mi accostai, e riparatomi dietro il tronco d'uno di quei grossi pini, stetti ad ascoltare.

Ambrogio teneva i gomiti sulle ginocchia, stringendosi colle mani la fronte; aveva ai piedi il suo cappellaccio, e le chiome gli si sollevavano sulla testa agitate dal vento mattutino.

Se io avessi potuto tenere a mente e qui riscrivere i versi che impetuosi uscivano in quel momento dalle labbra di quell'umile maestrucolo elementare di un povero e rimoto paesello montanino, io darei alla letteratura moderna uno squarcio di poesia sublime, come se ne ha troppo poca al tempo che corre.