— Ecchè? Gli è codesto soltanto che chiedete? Ma sì, ve lo accordo; è cosa fatta. —

Ambrogio, in un impeto di riconoscenza, prese a un tratto ambedue le mani del mio ospite, e curvatosi innanzi a lui, gliele baciò. Il castellano le ritrasse vivamente: il maestro parve di subito vergognarsi dell'atto troppo servile, dirizzò la persona, e sollevò la testa con piglio pieno di nuova fierezza; ma fu un lampo; e tornato nella sua abituale umiltà, si partì con passo affrettato.

Il mio amico risalì a raggiungermi nella stanza dove lo stavo aspettando; aveva un sorriso sulle labbra e lagrime agli occhi.

“Che benedett'uomo!” esclamò. “Gli è matto per davvero, e colle sue stramberie non ha commosso anche me? Non indovinereste mai più che cosa è venuto a dimandarmi con tanta disperazione!....”

“Che cosa?”

“Gli è morto stanotte il suo cane.”

“Ah, povero diavolo! Comprendo il suo dolore.”

“E' vuol dargli una sepoltura che crede possa essergli gradita, e che sia salva sempre mai da ogni profanazione. Dice che il luogo in cui il suo perduto compagno si compiaceva di più, era il mio viale de' pini...”

“E vuole seppellirlo colà?”

“Precisamente. È venuto a dimandarmene licenza come d'un gran favore. Dice che verrà egli medesimo stanotte; e vuole ad ogni modo esserci solo.”