Il mio ospite cominciava ad essere inquieto; e buono com'era, proponevasi di andare egli stesso a cercarne novelle, quando un giorno — si era alla fine del pranzo, che colà, secondo l'antica usanza piemontese, si fa a mezzo della giornata, — vennero ad annunziargli che il maestro era da basso, chiedendo di parlargli.
“Fatelo salir su:” disse il padrone.
E il servo rispose: Ambrogio non volere nemmeno entrare sotto l'atrio, ma pregare colle lagrime agli occhi il castellano perchè volesse scendere ad ascoltarlo da solo, chè a lui, solamente a lui, desiderava, e tosto, parlare.
Il mio amico s'accostò alla finestra che guardava sulla spianata del giardino, e io gli tenni dietro. Vedemmo il maestro che, agitato, passeggiava su e giù col suo passo incerto, più barcollante del solito e la sua testa arruffata dondolante sull'esile corpo. Aveva tale un aspetto di desolazione che il proprietario del castello se ne commosse.
— Gli è avvenuta di sicuro una qualche disgrazia: — esclamò egli. — Chi sa che diavolo sia! —
E levatosi dalla finestra, si affrettò a scendere ed a raggiungere Ambrogio.
Io rimasi colà, appoggiato al davanzale, a guardarli. Non udivo pur una delle loro parole, ma ne vedevo tutti i gesti e l'espressione del viso.
Appena Ambrogio vide comparire il castellano sugli scalini dell'ingresso, gli mosse vivamente incontro, tendendo verso di lui le mani, come si fa ad uno che giunga in punto a salvarvi, e mandando un'esclamazione che era una preghiera essa sola. Poi subito avviò il suo discorso con una vivacità, con un calore, con una abbondanza di parole tali che dinotavano la massima concitazione. E si levava il cappellaccio, e scuoteva la sua ispida ed arruffata capigliatura grigiastra, e si percoteva la vasta fronte, bernoccoluta, e stringeva le mani con indicibile atto di supplicazione fervorosa. In una mossa, con cui, vólto il viso all'insù come in una più viva deprecazione, mi lasciò scorgere i lineamenti tutti turbati della faccia, potei vedere che grosse lagrime gli rigavano le guancie più terree del solito.
— Pover'uomo! — dissi tra me, commosso alla vista di quel dolore. — Qual mai disgrazia può averlo colpito? —
Il padrone del castello vedevo che con atti e parole faceva a calmarlo, e sembrava profferirsi in suo soccorso. Ad un punto, quando il maestro ebbe detto ciò per cui era venuto a supplicare, il mio amico levò le braccia, e annuì colla testa in un certo modo che pareva significare: