»La penna! Come, non vi spaventa il maneggiare questo ridicolo e tremendo scettro del pensiero? Non pensate mai quanto germe di male può gocciolarvi giù con una stilla d'inchiostro e seminarsi in un'anima umana, mercè un'idea, una mezza idea, una sembianza d'idea? Anche la più innocente può, in date occasioni, essere la più malvagia. Una favilla che sta per ispegnersi, vi pare la cosa più impotente. Lasciatela cascare sopra un barile di polvere, e la casa intera ne va in aria. Più innocente ancora è un granellino di nero di platino; introducetelo in un miscuglio d'ossigeno e d'idrogeno, e ne accadrà uno scoppio.

»La misteriosa anima umana è tale che può dalle passioni e dal dolore essere preparata in modo che una vostra idea, che? una semplice parola faccia l'uffizio di scintilla sulle polveri da mina, di nero di platino sul miscuglio dei due gaz. E non vi arrestate intimorito innanzi a questo pensiero?... O potete star tranquillo, perchè non avete idee? Ve ne hanno pur troppo di coloro che scrivono senz'aver nulla da dire! Ma voi allora sciupate il vostro tempo, e rubate quello degl'infelici che vi leggono.... Ah! l'incuria della gente: l'avete detto.... Ma non vi fu crudeltà di re tiranno o di frate inquisitore, neppure la truce fantasia del cantore dell'inferno, che abbia saputo immaginare ed applicare un supplizio simile. Come? Voi vi torturate il cervello, vi opprimete l'anima, vi consumate in veglie febbrili la vita, ogni giorno, ogni ora, per una produzione che dovete trarre dal vostro interno, che è il sangue del vostro cuore, e nessuno vi bada, e la vostra voce muore come quella d'un sotterrato vivo in caverna che non ha pure un'eco!.... Chi vi ha condannato a questa vergognosa tortura d'impotenza?.... Mi risponderete forse che vi spinge un interno stimolo, che è il cenno del proprio destino. Non pascetevi di fole. Ma non credete voi dunque nel libero arbitrio dell'uomo? Non vi sentite padrone almeno di non essere ridicolo nello stesso tempo che infelice?»

Si era molto riscaldato nel dire: era diventato tutto rosso in faccia, gesticolava vivamente e gli occhi gli brillavano in mirabil guisa. Si vedeva che l'eccitazione datagli dal bere l'aveva fatto uscire per quel momento dalla passività in cui manteneva chiusi abitualmente la sua anima, il suo pensiero e forse le memorie del suo passato. Mentr'egli parlava con un impeto che mal si potrebbe esprimere, compare Fosco sembrava aver cresciuto ancor egli di foga nell'acre suono del suo violino, e quella musica scordata e quasi direi rabbiosa, a cui si frammischiavano, all'uso montanino, grida selvaggie dai robusti petti dei danzatori, faceva un accompagnamento strano alle concitate parole di mastro Ambrogio.

Quando questi si fu interrotto un momento, io gli dissi:

“Le vostre parole vorrebbero una lunga risposta, e se ne ecciterebbe forse una discussione non breve, che non è qui luogo di fare; ma, se non vi disgrada, e a me piacerà molto, la faremo un altro momento.”

La sua animazione cessò a un tratto; si ritrasse vivamente indietro, come spaventato, tendendo le mani innanzi, quasi volesse rigettarmi da sè, e proruppe con accento di vera paura:

“No, no, nessuna discussione, nessuna parola più su questo argomento, nemmeno una!.... Vi prego! Non pensate più a ciò che vi ho detto.... Non so più io stesso che cosa sia.... non lo sapevo dicendolo.... L'avrete udito che talvolta la mia ragione vagella. Questa fu una delle volte.... Addio addio.... Lasciatemi stare; non venitemi a tormentare dell'altro.”

E s'allontanò da me e dal castello, tentennando nel camminare, forse per l'emozione che mi era parsa veramente profonda in lui, forse per il vino bevuto che era stato molto davvero.

VIII.

Per più giorni mi fu impossibile di vedere il maestro. Mi persuasi ch'egli mi sfuggiva appositamente e con molta cura, pentito di essersi abbandonato meco a quel momentaneo sfogo di pensieri che dovevano da lungo tempo e frequentemente aggirarsi per la sua testa.