“Eh eh eh! Non gli è tutto qui; stasera avremo una cena. Un mezzo agnello arrostito. Il padre dello sposo è uomo che fa le cose ammodo.”
“Invidio la potenza del tuo violino! Quale altissimo ingegno di poeta mai valse a procacciare ai suoi simili un godimento simile a quello che fai provare colle tue quattro note false? Forse il solo Omero alla società greca ancora fanciulla.”
“Sta' attento! sta' attento!.... Ecco un'altra monferrina ancora più bella. Su, giovanotti, da bravi, alla riscossa!.... Hop! hop!”
“Come paragonare al tuo potere l'azione del povero autore che si stilla il cervello per anni, affine di presentare una sua creazione ad una frotta di concittadini che si raccoglie in teatro a fischiarla? Come a quella dello scrittore d'un libro, su cui sbadiglia qualche dozzina di lettori e di cui malignamente fa strazio qualche insolenza ignorante di critico argutissimo?”
Udendo ciò sospettai in maestro Ambrogio un letterato infelice, amareggiato dal ricordo d'una strepitosamente vergognosa caduta; e mi feci innanzi verso di lui con maggiore interesse. Egli mi vide e s'interruppe. I suoi occhi si fissarono su di me con una curiosità quasi pari a quella che io manifestava a riguardo di lui. Stette un mezzo minuto a contemplarmi; poi, come spinto da una subita risoluzione, si alzò in fretta e mi si accostò vivamente.
“È vero,” mi domandò egli con istrana animazione d'accento, “è vero quello che ho udito di voi? Siete uno scrittore ed accostate la mano a quella terribile macchina infernale che è la stampa.”
“È una macchina infernale oramai innocente:” risposi. “L'incuria della gente e la coscienza di chi l'adopra l'hanno ridotta senza pericolo... Fatte le debite eccezioni.”
Ambrogio fece quel suo ghigno strano, poi divenne serio, e mettendomi una mano sulla spalla con una certa famigliarità da superiore mi smaltì, tutta d'un fiato la seguente tirata.
VII.
«La coscienza di chi scrive? Ecco! Ci credete voi?.... Oh certo siete costretto a rispondere di sì dal fatto che voi pure v'imbrattate le dita d'inchiostro, stringendo una penna. Si comincia per volerne avere, si è forse tanto felici da averne; ma poi?.... L'uso e l'abuso della parola a che non vi menano? Come discerneremmo noi il vero dal falso in quella confusione di cose, d'uomini e di idee che si chiama vita sociale, mentre ci scompiglia e testa e cuore il nostro privato interesse? Quello che avete sognato fosse un apostolato, vi si fa un mestiere. Vi siete proposto di guidar voi la penna, e siete voi trascinato dalla penna, che ha da darvi da mangiare e da soddisfarvi la vanità.