Io guardava attentamente il maestro di scuola, attirato da una viva curiosità; che mi aveva destata sul suo conto la narrazione del mio ospite. Già fin dalla prima volta ch'io l'aveva visto, egli mi era sembrato una figura originale; ora, forse per effetto di quello che avevo udito di lui, mi pareva di scorgere in esso qualche cosa di speciale e distinto che lo sceverasse dalla comune, credevo travedere in quel complesso di tratti, di maniere, di forme, alcun che di sopra, o almeno all'infuori del volgare.

Quel certo stiramento di labbra, che in lui teneva luogo di sorriso, non era cessato, e pareva anzi fattosi immobile sul suo volto; ma gli occhi suoi, ordinariamente atoni e smorti, brillavano; di quando in quando, toglieva una delle sue mani da far sostegno al volto, allungava il braccio verso una delle bottiglie che facevano siepe intorno al compare Fosco, e ci dava una tracannata, e ad ogni volta, mentre il corpo conservava la massima immobilità, i suoi occhi brillavano sempre più. Tra una monferrina e l'altra, Fosco serrava in mezzo alle gambe il suo violino, metteva per traverso sulle ginocchia l'archetto, e riceveva dalle mani del maestro la bottiglia, per darle ancor esso un saluto a modo suo.

I due uomini allora si guardavano entro gli occhi; Fosco rideva con un riso secco, Ambrogio ghignava silenziosamente. Era un curioso spettacolo l'osservarli. Probabilmente così diversi d'animo, d'intelligenza e di sapere, quei due esseri si trovavano in quel momento assembrati, fatti uguali, accomunati dalla bassa soddisfazione d'un piacere materialissimo.

Ad un punto vidi Ambrogio muover dondolando la persona, come fa l'orso in gabbia, ed accompagnare coll'accennar del capo l'orribile suono di quel disarmonico pezzo di legno battezzato per violino. Nello stesso tempo, e' si mise a parlare con una certa vivacità. Me gli accostai di più per udire le sue parole.

“Su, su:” diceva egli: “animo, via, lesto, forte, coraggio, suona, suona, suona compare Fosco; dágli dentro, più vivo, più ratto, più concitato; fálli saltare, fálli girandolare, fálli sbalordire.... È una pazzia, dirai; ebbene sì, è una pazzia; e con ciò?.... Non sai che gli è nella pazzia che l'uomo ha riposo dalla sventura? Non sai che ogni illusione è pazzia, e che il solo bene sulla terra è l'illusione?.... Su, su, svelto quell'archetto! Esso languisce per Dio! La è tutta brava gente codesta, e il vino è eccellente. Fàtti onore compare Fosco! Tu sei l'Orfeo di questo villaggio. Sai bene: Orfeo faceva ballare il trescone anche ai sassi.”

Il suonatore rideva con quel riso secco a suo modo; e, come spronato da quei detti, affrettava il moto dell'archetto, e agitava il capo, e batteva la misura col piede, e accumulava colla più audace disarmonia le note più francamente stonate.

“Eh eh eh!” rispondeva egli frattanto. “Sei del mio parere tu, sor maestro. L'allegria!.... Nulla vai meglio. Non esco di lì, io!.... Le patate sono buone, le castagne anche migliori, una brava presa di tabacco ha il suo merito, un pezzetto di tabacco in corda da masticare lo stimo di molto, ma un centellino d'allegria val cento mila volte più d'ogni altra cosa. E dove la si trova sicuramente questa benedetta allegria?.... E zin zin e zin zin, in un fiasco di vin vecchio.”

E Ambrogio ripigliava:

“Ti dico che sei Orfeo! Vedi come quella gente si dimena, salta e ammattisce. Essa gode! Sono i crini del tuo archetto che compiono tal miracolo. Vero miracolo! Dare un'ora di gioia ad uomo che vive. Se qui venisse Satana con una corona reale in pugno e l'offrisse a cotestoro in cambio del loro tripudio innocente, sarebbe stolto, tre volte stolto chi rinunziasse ad un momento di questo piacere per tutta la vita del re più potente che stringa scettro nel mondo.... E spero che di tanto imbecilli non ce ne sarebbe nessuno fra questi dabbene.”

Il Menestrello ammiccava come se capisse, col solito riso, e suonando più arrabbiatamente che mai, ribatteva a sua vòlta.