Il maestro era in un momento di straordinario, nè mai visto buon umore, perchè non ismise quel suo cotal ghigno, ed agguantò con avidità la bottiglia che gli tendeva il compare Fosco, già un po' cotto per le libazioni fatte.
“Orsù, maestro del mio cuore, abbocca questa bottiglia, che Dio ti mandi ogni bene! e bando a ogni filosofia!”
Convien sapere che il bravo menestrello alla seconda bottiglia che avesse bevuto, dava del voi a tutti, alla terza del tu addirittura; il termine filosofia poi, per lui era sinonimo di malinconia, ipocondria, stoltezza.
Ambrogio, dopo aver bevuto, fece chioccar la lingua contro il palato come usa un vero conoscitore di meriti enologici.
“Buono!” diss'egli: “buonissimo! Questo è la gioia terrena liquefatta e tenuta in serbo; non è vero, compare Fosco?”
“L'allegria!” esclamò questi tutto animato: “l'allegria per cento mila violini!... Vedi, sor maestro dell'anima mia; io non istimo altro nella vita. Tutto il resto, peuh! non vale un cece. Viva l'allegria e sprofondi all'inferno la camusa, o ch'io sono un asino come il bricco del mugnaio.”
E battendo col dorso dell'archetto sulla cassa del violino, per richiamare a sè l'attenzione dell'adunanza, soggiungeva gridando, come a sordi:
“Su, da bravi giovinotti, vogliamo fare due altre capriole?... Eccovi una monferrina da far danzare i morti.... ma che morti?... da far danzare anche gli scudi in tasca d'un avaro.”
E posto il suo perfido strumento alla spalla, appoggiatovi su il mento aguzzo, colla compiacenza che poteva avere Paganini nell'accingersi a suonare, egli diede giù una solenne raschiata che produsse un suono, al cui paragone è una dolcezza la più aspra sorba che vi alleghi i denti e allappi la bocca.
Ambrogio tornò a bere e due e tre volte, finchè la bottiglia pòrtagli da Fosco gli rimase vuota fra le mani. Allora e' si accoccolò per terra vicino allo scellerato scorticatore delle nostre orecchie, e appoggiati i gomiti alle ginocchia, le guancie ai pugni richiusi, il cane sdraiato fra le gambe, stette ad ascoltare quella diabolica armonia, mentre i villani gli saltavano dinanzi con gran confusione, coi più strani gesti e contorsioni del mondo, da parere tanti morsicati dalla tarantola.