»Ricordo che la prima volta ch'io lo rividi, il suo aspetto, che mi parve ancora più di scemo che per l'innanzi, mi sorprese come una stranezza inaspettata e mi riuscì quasi una delusione; imperocchè mi aspettassi di ritrovare in lui quella più elevata persona che mi era apparsa, o ch'io aveva sognata nel colmo del mio dolore.

»Continuò egli in seguito a capitare di quando in quando al castello, sempre uguale, umile, silenzioso, melanconico. Mai non lo vidi a ridere, sì a sogghignare di spesso. Ogni qual volta io volli toccargli di quella sera in cui lo incontrai sulla collina, egli mi rispose sempre invariabilmente: — Ah sì! come pioveva quella sera — e poi se ne partì tosto; per cui io non glie ne parlo più.

»In complesso egli è un buon diavolo, che forse non ha l'integrità delle sue facoltà mentali, che dovette soffrire molte disgrazie a cui la sua debole ragione non valse a resistere. Di certo nella sua vita vi ha un mistero, ma non ostante le parole del suo delirio, non deve esservi una vergogna nè una colpa da non perdonarsi; perchè mio padre, dopo ascoltatolo, trattò con lui con più riguardi di prima, e ogni volta che lo vedesse, fu sempre il primo a porgergli la mano.»

VI.

Un giorno, era qualche tempo trascorso dacchè il mio ospite mi aveva narrato quanto venni addietro esponendo, si festeggiavano al castello le nozze d'una giovane coppia del villaggio. Era un'usanza, a cui il castellano mai non derogava, di invitare in tali occasioni tutti gli abitanti del paesello ad onesta baldoria. Il menestrello del villaggio, un vecchietto dal mento aguzzo e dalla faccia tutta rughe, coll'aria tra di nesci e di malizioso, raschiando maladettamente il suo violino scordato, faceva saltare ai suoi giovani compaesani le più animate monferrine del mondo sulla finissima rena dello spianato. Circolavano in discreta abbondanza buone bottiglie di vin vecchio, e il padrone del castello compiacevasi di quella ingenua allegria.

Sul più bello, ecco per caso straordinario comparire maestro Ambrogio, colla sua andatura incerta e oscillante, col suo aspetto mezzo sonnacchioso, e non fa pur mestieri il dirlo, col suo cane dietro i talloni. Un allegro clamore si alzò da tutta la comitiva a salutarne la venuta.

— Oh! il maestro! Avanti, avanti. Ben venuto il sor maestro! Viva il maestro! —

L'anfitrione della festa si associò ancor egli, e con espansione, al cordiale ed allegro accoglimento.

“Buon giorno, Ambrogio:” diss'egli. “Venite qui accosto a me ed assaggiate un po' questo vino dei miei greppi, so che non lo disdegnate, e me ne direte le novelle.”

Ambrogio stirò le sue pallide labbra in un certo modo che doveva raffigurare un sorriso, ma che altri avrebbe detto una smorfia e, lasciandosi prendere e stringere la mano ora da questo ora da quello di uomini e donne che gli si facevano intorno al suo passaggio, venne appressandosi al castellano e a me, che stavamo vicino all'acre archetto di compar Fosco il suonatore, il quale archetto cacciava pure tanta forza nelle gambe di quei bravi giovinotti.