“Mi lasciai condur via senza dir parola. Allontanato appena di pochi passi, mi rivolsi a dare un'ultima occhiata a quello spettacolo tremendo. I padrini d'Alfredo avevano abbandonato il morto, per soccorrere Albina, cui l'eccesso del dolore aveva tratta fuor di sè.
— «Ella parta:» mi dissero i miei secondi: «noi gli è meglio che andiamo ad aiutare quelli là nei pietosi uffizi che rimangono a compiersi.»
“Tornarono indietro. Io mi allontanai solo, a capo chino, la desolazione nell'animo, inorridito di me stesso, increscioso della vita, desiderando di poter cambiare la mia con la sorte del mio avversario, essere io il cadavere, su cui piangesse tali lacrime una donna amorosa, e si volgesse il comune compianto.”
XXI.
“Non rientrai in città. Presi la prima strada che mi si parò davanti, e mossi per quella a passo or lento, or concitato, inconscio di me medesimo, incerto dove io fossi, non sapendo neppure di vivere.
“Mille pensieri si agitavano confusamente nella mia testa, e fra tutti uno solo, chiaro, spiccato, parea incidermi nel cervello in lettere di fuoco la parola: Assassino!
“L'anima, del resto, era come intorpidita e le impressioni ne risultavano vaghe ed incerte, da paragonarsi ad un rumore lontano, cui ode, ma non distingue bene l'orecchio. Però, di quando in quando, il dolore ed il rimorso mi davano una nuova stretta, viva e ogni volta sempre maggiore.
“Andavo, andavo, senza direzione, voglioso di solitudine, bisognoso di moto, null'altro cercando che di fuggire l'aspetto dell'uomo. Parevami che stancando il corpo, avrei domato altresì quel turbamento dell'anima, ognor più fiero.
“Talvolta mi provavo ad affrontare audacemente il mio soffrire.
“Ebbene, sì, mi dicevo, ho ucciso un uomo: ma egli aveva ben voluto uccider me! Tra lui e me non c'era altra via: o morir lui, o morir io. Nel caso mio chi non avrebbe agito come me?