“Ma non tardava la coscienza a ribellarsi a questi sofismi. Mi si drizzava dinanzi l'immagine sanguinosa d'Alfredo, ed allora tutta la mia audacia svaniva; udivo risuonarmi nell'anima le grida tremende di lui che moriva, d'Albina che lo vedeva cadere, e un'intima voce mi diceva disperatamente nell'anima:

— «Meglio tu fossi morto!»

“Esser morto! A un tratto quest'idea s'impadronì di me, e mi pòrse alcuna sembianza di calma, e mi fece l'effetto, come in ciel nuvoloso uno di quelli squarci per cui si scorge l'azzurro, come un cenno della sorte che mi mostrasse, in una regione al di là della tempestosa in cui mi agitavo, un riparo e un riposo.

“Morto, non sarei stato odiato più, non mi avrebbe più perseguitato la rabbia degli uomini, mi avrebbe obliato il mondo, forse non sarei più tormentato da questi spasimi, dall'incertezza dell'avvenire, dal tumultuare delle passioni, dalla febbre fallace delle speranze, dalla crudeltà dei disinganni.

“Caddi a terra in ginocchio, e levando le mani e lo sguardo al cielo, con tutto il trasporto di quella fede che avevo avuta nella mia infanzia, supplicai da Dio, proprio con tutta l'anima, che lì, subito, mi facesse morire.

“Ahimè! La era una viltà anche quella. Era la paura di affrontare gli odii e le condanne del mondo; era la paura di vivere in compagnia del mio rimorso.

“Quando tornai a casa, era notte scura. Trovai che m'attendeva uno de' miei secondi, quello che s'era più interessato per me. Mi venne incontro sollecito, e mi disse vivamente:

— «Ho da parlarle. Entriamo presto in casa.»

“Il duello aveva levato assai rumore in città. Una viva irritazione si era desta contro di me. Mi accusavano di poca delicatezza e di troppa ferocia. I fogli della giornata imprecavano al mio nome. La giustizia non avrebbe mancato di procedere; l'autorità di polizia era forse per prendere a mio danno uno di quei provvedimenti arbitrarii che l'assolutismo consentiva allora al governo del mio paese.

“L'idea del carcere mi spaventò.