Mentre infatti il modesto corteo accompagnava all'ultima dimora il cadavere della vecchia Marta, una carrozza da viaggio, lentamente tirata da due cavallacci da nolo, s'arrampicava su per la lunga salita che conduce all'entrata del paesello, al quale, di quel tempo, ancora non aveva fatto capo (nè la cosa è diversa oggidì) alcun tronco di strada ferrata.

In quella carrozza stavano due persone: una donna e un uomo. Questi era nel pieno fiorire d'una giovinezza di cinque lustri; la donna mostrava di essere dai quaranta ai cinquant'anni. Avevano tale rassomiglianza nei tratti del viso e più nel carattere della fisonomia, nell'espressione della figura e dello sguardo, nella voce e nelle mosse, che chiunque non li avesse pur conosciuti mai, al primo vederli, dicevali madre e figliuolo.

Nella donna l'età inoltrata e una pallidezza morbosa delle sembianze, la quale rivelava in lei una malattia guarita da poco e una salute ordinariamente cagionevole, non avevano distrutto tuttavia la traccia d'una beltà, che doveva essere stata in giovinezza fra le prime e più seducenti. Le chiome abbondevolissime e d'un nero corvino, in mezzo al quale spiccavano come fili d'argento i primi capelli canuti che correvano in quella massa ondulata di seta, le si spartivano graziosamente sopra una fronte della forma più pura, cui le rughe appena cominciavano a segnare di leggerissime linee. Dello stesso bruno gli occhi, dolcissimi e mitissimi nel guardare, pieni di quella luce di benevolenza che basta a renderci simpatica una persona; e a tale sguardo corrispondeva il sorriso tutto bontà e amorevolezza, ilare, se così può dirsi, anche nella mestizia, pacato e sereno. Dal soave luccicare degli occhi, e dal piegar delle labbra, si vedeva che quella persona aveva molto sofferto nella vita e tutto con rassegnazione e con coraggio sopportato.

Ed invero ella aveva molto sofferto!

Anna, tal era il suo nome, nacque in quel villaggio, a cui s'avvicina a così lento passo la carrozza che la porta; ed era nipote da parte di padre della povera estinta.

La madre di Anna non era affatto una contadina; ma, figliuola del maestro del villaggio, uomo d'ingegno e di cuore, aveva ricevuto dal padre un'educazione intellettuale forse superiore al suo stato. Con sua figlia il povero maestro compiacevasi di vivere ancora di quando in quando nel mondo del pensiero, e tornava a gustare le gioie dell'intelletto, a provare le emozioni che sono destate dalle bellezze della poesia e dell'arte. Questo tesoro d'educazione, la figliuola del maestro ebbe per sua principal cura trasmetterlo a sua vòlta alla ragazza nata da lei, quando fu tanto felice da averne una; di che avvenne che Anna, crescendo, bellissima e d'animo squisito, acquistasse eziandio tali qualità di spirito che nessuno avrebbe creduto mai più trovare nella povera figliuola d'un rozzo flebotomo (che questo era il mestiere del padre) in uno dei più alpestri e rimoti villaggi.

Nè il padre in vero ci aveva merito o colpa, che vogliate chiamarla, poichè, facendola un po' da chirurgo, un po' da medico, un po' anche da veterinario, era tutto il giorno in giro per la campagna, tutte le sere all'osteria, e lasciava che le faccende di casa fossero regolate affatto come piacesse alla moglie, di cui riconosceva, ancorchè non lo confessasse, tutta la superiorità.

Ma per la povera Anna doveva ben presto cominciare una serie di gravi sventure. E la prima e delle maggiori fu ch'ella appena in sui quindici anni perdette la madre: proprio quando la sua gioventù, più vivace ed irrequieta che in altre, per lo sviluppo precoce dell'intelligenza avea bisogno maggiore del senno e dell'amorevole autorità materna.

Poco tempo dopo un pittore capitava per caso in quel villaggio, e allettato dalla stupenda bellezza di quei siti alpestri, stabiliva farvi dimora per alquanti mesi. Ma poichè ebbe veduto quell'occhio di sole, come si suol dire, che era l'Anna, gli parve che non si sarebbe più mosso di lì per tutto l'oro del mondo, e che dove lucevano quei neri diamanti di occhi, lì avesse a dirsi senz'altro che stava di casa la felicità.

Forse da principio non fu che un leggiero invaghimento, un capriccio di giovane e d'artista, del quale credette egli medesimo facil cosa il liberarsi, come credeva pur facile la vittoria sul cuore inesperto e probabilmente fragile d'una contadinella. Cercò di avvicinare la bella Annina, con ogni accorgimento d'amante la perseguitò, fece nascere sempre più frequenti le occasioni di vederla, di parlarle, e riuscì così bene, che, conosciuti tutti i pregi e le virtù che adornavano quell'anima e quell'intelligenza, la sua meraviglia fu grande, e il capriccio divenne vero amore e prontamente grandissimo.