Ma il Tarchetti non pretendeva molto a poeta. Chi ci pretendeva con tutte le intenzioni e con tutto lo studio era Bernardino Zendrini. Molte buone parti aveva lo Zendrini: anzi tutto, conoscenza franca, se bene qua e là frastagliata di lacune e pregiudizi, delle letterature straniere, e con ciò intelligenza delle cose nostre anche vecchie, rispetto, almeno in teorica, alla tradizione nazionale, vivido ingegno osservatore, idee chiare determinate ardite, e una grande smania di fare e di riuscire. Ma in lui l'uomo sopraffaceva l'artista; o forse l'artista e l'uomo si nuocevano l'un l'altro e cospiravano a fargli far male. Leggero, irrequieto, sprezzante, provocatore (dico lo scrittore, e anche l'uomo per quanto traspariva dalla scrittura: del resto non conobbi né di persona né per lettera mai lo Zendrini), non avea la forza muscolare e la pienezza sanguigna pari alla mobilità nervosa; onde la sproporzione quasi continua nell'opera sua fra l'intenzione e l'atto, fra il volere e l'operare, fra l'idea e la forma. Tale disuguaglianza di forze e la preoccupazione del critico e polemista turbavano le percezioni del poeta e gli rendevano tremante lo spirito e lo stile. Voleva mostrare gentilezza di affetti, e dava in ismancerie: voleva apparire ingenuo, e cascava in bambocciate: voleva riuscire spiritoso, ed erano smorfie: voleva osare una sprezzatura o di pensiero o di stile, e gli scappava uno scarabocchio: voleva provocare i rischi dell'arte, e dava un tuffo nel grottesco e nello sgarbato. Le cose sue originali meglio riuscite (I due tessitori, Monotonia, La poesia non muore, ecc.) rientrano per la concezione e per la forma nel ciclo della poesia anteriore, della seconda generazione dei romantici. Quando volle fare qualcosa di nuovo, di vero, di famigliare, riuscí affettato, freddo, falso; non riuscí, in somma. Ma con la forza di volontà perseverante, col sentimento che aveva di rispetto per l'arte, l'avrebbe finalmente, io credo, spuntata. Gli bisognava, per ciò, contenersi, vincersi, rafforzarsi, curare i nervi; ed egli lo sentiva e lo voleva. Io ebbi a vedere, non per volontà sua, i lavorii di rifacimento ond'egli torturò e su i margini e nelle carte interfogliate le prime due stampe della traduzione di Heine. È un lavoro mirabile di pazienza e buon giudizio, che gli fa perdonare le sciattezze e le durezze incredibili del primo tentativo. In fatti nella terza edizione ci sono parecchi pezzi rifatti di pianta, e tanto in meglio, che meritano di esser recati ad esempio di buona versione, e insieme sono documenti, nelle trasformazioni subíte, della meditazione e dell'esercizio che occorre al lavoro dello stile, se pure in Italia v'è ancora chi badi allo stile. Povero Zendrini! egli mancò all'arte, quando, forse quietato, stava per rinnovellarsi.

Questo avere a parlare tuttavia di morti, e morti di fresco, è spiacevole, e mi è, lo so, pericoloso in faccia ai lettori. Ma che ci ho che fare io se sono morti? Magari fossero vivi! Combatteremmo ancora. L'uom s'affronti con l'uom: pugna è la vita. Parliamo, dunque, con quella conscienziosa e meditata libertà e schiettezza della quale gl'italiani han troppo bisogno, parliamo anche di Emilio Praga, il quale nel 70 aveva già, si può dire, compiuta la sua ascensione in poesia. Quelli che allora affettavano non parlarne, quelli che inorridivano alle sue stramberie, quelli che aborrivano la sua indifferenza d'artista dirimpetto alle questioni politiche e sociali, quelli che allora scrivevano azzurro (cioè turchino di Prussia, qualità inferiore), quelli ora vociano innanzi a tutti e piú di tutti il realismo e la originalità sconfinata di Emilio Praga. Povero Praga, realista lui? lui inzuppato, anzi ammalato, d'idealismo? lui che d'idealismo morí? Realista lui? coi languori delle fantasticherie, con la vaporosità nella linea, con la indeterminatezza dell'espressione, con l'astrattezza e la stranezza bizzarra e senza scopo delle metafore? Egli nella terza generazione dei romantici fu piú poeta di tutti; ma in lui piú che in tutti covò la malattia ereditaria, sin che scoppiò d'un tratto in quel temperamento amabilmente femmineo; e fu tifo fulminante. L'originalità del Praga! Sí certo, il Praga ebbe una originalità, ma non quella che dite voi! Avete letto Vittore Hugo, il Heine, il Baudelaire? Ma quello che voi nelle poesie del Praga proclamate di piú era già nell'Hugo, nell'Heine, nel Baudelaire. Se non che le trovate e le scappate dell'Heine egli le allunga e stempera un po' lombardamente. Ma della tinta dell'Hugo ebbe colorite fin le intime fibre della sua poesia, come dicono che le ossa delle bestie che hanno pasciuto la robbia si trovino chiazzate di rosso. Ma del Baudelaire ripete non pure le innaturalezze e le irragionevolezze cercate ad effetto, non pure le bruttezze stupide (dico cosí perchè è proprio cosí), ma le mosse e le flessioni del verso, ma i metri ed i ritornelli. Quello fu il periodo acuto della malattia; poi successe la polmonite, e il poeta finí ripiagnucolando le solite nenie. E aveva fatto a volte di sí belle cose! La sua originalità è quel trillo di lodola, è quel fresco d'acqua corrente per una selva di castagni, quella immediata e lieta e sincera percezione della natura, quella bonomia arguta tra di campagnuolo e di pittore, che si sente, si vede, si ammira in alcune sue prime e piú ingenue poesie.

Al Tarchetti, allo Zendrini, al Praga il settanta chiuse le porte; le aprí ad Arrigo Boito, il quale fu un po' di quella brigata, se bene egli proceda piú direttamente dal romanticismo fantastico di Germania. Fu di quella brigata anche Vittorio Betteloni, sí per la consuetudine d'amicizia sí per alcuni intendimenti d'arte; ma egli dal romanticismo o fantastico o sentimentale uscí presto, se mai vi s'era avvolto, e uscí tutto.

Vittorio Betteloni pubblicò nel 1869 il suo libro In primavera.

Ne parlarono con molto calore gli amici del poeta e alcuni dei fogli letterari d'allora; ne sparlarono con rimpianti su le speranze male spese, i maestri e dilettanti della poesia da parrucchieri. Ma il libro non fece, fuor dei cerchi degli amici, gran viaggio: a Bologna non arrivò: io lo lessi solo nel 75 in Verona. Habent sua fata libelli. Il settanta schiacciò insieme a tante cose grosse e malvage anche quel povero libretto innocente, o di sua preda lo coverse e cinse. Ma chi consigliò il Betteloni di venir fuori con tali versi nel 69, quando le sale eleganti erano tutte ancora impregnate di aleardismo, quando nelle strade fremeva a mezz'aria la poesia politica, quando, al di là della letteratura officiale o d'opposizione, fra tanta ardenza di parti e di questioni in casa e tanta trepidazione di turbini al di fuori, a pena si facevano badare le accese audacie del Praga piú come un babau pei borghesi che come baleni di arte nuova? Ma molti di cotesti versi il Betteloni gli aveva scritti fin dal 63, nel fresco mattino della giovinezza, e non voleva tenerli lí a muffire che perdessero stagione.

Oggi che abbonda, a quello che pare, la voglia di leggere versi è un peccato non si legga o non si rilegga la Primavera del Betteloni, che è dei migliori libri di poesia usciti fra noi in questi ultimi anni e il solo libro di giovinezza uscito da molti anni in Italia. Con ciò io non vo' riuscir a dire che il Betteloni sia maggiore o miglior poeta d'un altro, o che la sua sia poesia piú vera (è il termine di moda) della poesia d'un altro. Per me il porre la questione su 'l piú o il meno d'ingegno di due o piú poeti o scrittori è un esercizio troppo sublime o troppo accademico sí che abbia a perdervi tempo la gente che ha da far qualche cosa. Su la maggiore o minor verità ed efficacia della rappresentazione poetica non sarebbe per avventura inutile studiare e discutere, quando la questione fosse posta avanti bene e ragionevolmente. Ognuno, del resto, fa quella poesia che vuole; ognuno si mette in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che gli piace: cotesto è il suo diritto. Il suo dovere poi è di far bene, tenendosi in quella luce in quel riflesso in quell'ombra di verità che si è scelto. Ognuno dissi; e intendevo ognuno che è poeta e si è educato artista. Per la canaglia che perpetra strofe un po' di Melikoff non guasterebbe.

Il Betteloni fu, come accennai, il primo in Italia a uscire del romanticismo, pur componendo in lirica il romanzo di un giovine dai venti ai vent'otto anni; romanzo, s'intende, d'amore, anzi delle tre età, come egli dice, dell'amore, l'età dell'oro, l'età dell'argento, l'età del bronzo. Quel giovine, che è poi il Betteloni stesso, non è propriamente sentimentale; e pure nessuno dei nostri poeti moderni, oso dirlo, ha rappresentato o verseggiato il primo amore con quella rugiadosa freschezza che il Betteloni nel Canzoniere dei vent'anni (età dell'oro). Quando la ragazza popolana lo pianta per un bel pezzo di marito della sua condizione, egli non fa il Werther né il Don Giovanni: ideale per altro resta un po' sempre, con una vena di malinconia che serpeggia tra le sue immaginazioni burlone e le sue bonarie malignità. Persevera buon ragazzo, se bene piú allegro, nel canzoniere per una crestaina (età dell'argento), che poi si risolve a lasciare, perché un giovine come lui, di buona famiglia, ha da sposare una signorina con della dote, che tormenti il piano e storpi il francese. Il terzo canzoniere, cinquanta sonetti per una signora (età del bronzo), della quale il poeta s'è innamorato senza sapere che fosse maritata e la quale non sa che egli sia innamorato di lei, finisce cosí:

E lascia poi che da te lunge io sia,

Che solitario la mia fiamma esali

Nel vapor di innocente poesia.