Nè soltanto mutati erano gli ordinamenti politici ed ai principati antichi sostituite repubbliche nuove: pareva che anche nel popolo italiano mutata si fosse d'un tratto la disposizione degli animi. Gran maestri ed insuperati furono — e sono sempre — i Francesi nell'arte difficile di mettere in iscena commedie e pur troppo anche tragedie politiche, con tutto l'apparato e la montatura che occorre perchè esse producano l'effetto voluto!

Sono scesi fra una popolazione che fino allora li aveva guardati con orrore e con terrore, nemica del chiasso, aborrente dal disordine e riposata nell'ozio, nelle inutili cure della galanteria e della piccola vita di tutti i giorni: con violenza, l'hanno strappata alla sua quiete, al suo ozio, ai suoi pettegolezzi graditi, al suo passato vuoto di passioni: eppure della loro violenza non hanno raccolto frutto di odio! Si direbbe anzi che la popolazione italiana altro non aspettasse che la loro venuta: tanta esaltazione e così rumoroso entusiasmo accompagna i Francesi ad ogni passo che muovono e così irrefrenabile sembra invader tutti un bisogno febbrile di muoversi, di agitarsi, di scrivere, di parlare, di urlare contro tutto quel passato che fino a ieri era venerato e temuto.

Sulla scena della storia italiana non si incontravano di solito prima che pochi nomi: quelli dei primi e dei sommi: il resto taceva o faceva il coro: ora è una folla di artisti che si affaccia: e tutti vogliono farsi sentire, tutti hanno la loro parte da recitare, la loro idea da lanciare e sopratutto il loro posto da prendere sul proscenio. Un vero bosco di variopinti e imbandierati alberi della libertà, una gaia fioritura di coccarde tricolorate ricopre d'un tratto tutta la penisola: e intorno a ciascun albero, nelle piazze delle città, nei sagrati dei borghi e delle ville, infuria la danza e s'alzano tonanti gli inni patriottici e le grida di evviva urlati da uomini e da donne d'ogni condizione ed età: nobili e popolani, preti, frati, soldati, dame e prostitute, tutti incoccardati, si danno la mano in fratellevole comunanza e girano e sgambettano attorno al nuovo emblema della rivoluzione che i Francesi hanno inventato:

Ecco l'arbor trionfale

A cui scritto intorno sta

In carattere immortale

Eguaglianza e Libertà.

A Milano un cappuccino si taglia la lunga barba e l'appende con la grigia tonaca, trofeo della sua abiura, all'albero della libertà: ed il Padre Appiani, sessagenario, professore di teologia, invaso da subito furore, dà spettacolo grottesco ed inverecondo di sè ballando in Duomo la Carmagnola. A Venezia fu vista una dama ballare con un frate, e caduti, rialzarsi e continuare la spigliata Carmagnola: esempio di virtù cittadina che fu pomposamente celebrato nel Monitore Veneto del tempo e al quale avevano dato occasione le prime nozze celebrate sotto il simbolico albero da un giovane e da una donzella veneziani, che v'andarono accompagnati da una bandiera col motto Fecondità democratica. È dolce l'aver figli che devono godere la libertà, diceva, in simile circostanza, la scritta d'un'altra bandiera. Ed appunto per favorire la moltiplicazione di questa figliolanza fortunata, Felice Lattuada, milanese, propugnava il divorzio, e Giambattista Giovio — più radicale — proponeva addirittura di ammazzare tutti i padri e tutte le madri nobili: così sarebbe stato possibile educare subito democraticamente i figliuoli.

Non si direbbe che una pazzia abbia invaso il popolo italiano? Un opuscolo del tempo è intitolato Milano all'ospedale dei pazzi; ma Milano non è sola: tutte le città grandi e piccole, dove i Francesi han posto il piede, sono in preda all'esaltazione. La rivoluzione francese non spaventa più: anzi se ne celebrano come avvenimenti patriottici e come trionfi dell'umanità democratica i più sanguinosi anniversarii: a Milano, con gran pompa fu festeggiato il dì anniversario che Luigi XVI ebbe tronca la testa sul patibolo; si gridò Morte agli aristocratici, e si portarono in giro e si affissero cartelloni con le scritte: Il fulmine colga tutti i re in un fascio! Il pugnale di Bruto possa spaventare gli schiavi di Cesare e gli imitatori di Antonio!

Non vi spaventi — o signore — tanta ferocia di linguaggio: non prendete sul serio le minaccie di questi improvvisati demagoghi che hanno la bocca sempre piena di pugnali, di corda e di ghigliottina, quasi fossero altrettanti Marat. A sentirli si direbbe che d'altro non si pascono che del sangue di aristocratici, di preti e di tiranni; che il loro ideale è battere sul tamburo la pelle di un papa con gli stinchi di un re. Non v'è più Dio o religione per loro: di Cristo si lavano la bocca o lo tollerano solo in quanto la democrazia gli permette d'essere considerato come primo autore del sanculottismo: i santi li hanno aboliti: le vie, le piazze, le porte ribattezzate: in teatro applaudono frenetici alle volgari scempiaggini di uno spettacolo che rappresenta turpi amorazzi e subdoli intrighi della Corte romana e vanno in visibilio quando da ultimo il papa, fatto cambio del triregno con un berretto frigio e offerto il braccio ad una madre badessa, dà il segnale di una specie di cancan cui tutti, sulla scena, partecipano, cardinali, monsignori, preti, frati, monache, soldati. C'è chi — novella Erodiade — offre su per i giornali la mano di sposa a chi le porterà sopra un bacile la testa del papa: ed è una giovanetta ventenne, figlia di un chimico di vaglia. C'è chi ha osservato che il ferro della ghigliottina, troncata la testa, s'imprime troppo profondamente nel ceppo sottoposto sicchè si deve penar molto a levarnelo. È un inconveniente che nuoce alla eleganza ed alla rapidità della patriottica operazione: bisogna toglierlo; e propone di mettere sotto il collo del paziente un pezzo di sughero. Non lo direste un boia consumato nell'esercizio delle sue funzioni? o almeno un dilettante appassionato di ghigliottina il quale studia i perfezionamenti dello strumento che ama, perchè funzioni regolarmente? Niente affatto: è Antonio Ranza, un semplice imbrattacarte il quale inonda di libri, di discorsi, di opuscoli, di proclami incendiari la penisola: un vecchietto sparuto che all'ombra di una lunga zazzera e d'un largo cappellaccio cova e sogna, senza tregua, cospirazioni e rivoluzioni: ma che non ha mai, che io sappia, intinte le mani nel sangue di alcuno. La sua passione la sfoga organizzando banchetti fraterni, piantando alberi della libertà, facendo concioni alla folla, denunziando colpe di anticivismo e di bigotteria, ma sopratutto scrivendo, scrivendo e scrivendo. Vede rosso.... sulla carta e quando parla: e come lui, di questi patrioti, dei quali dice il Foscolo che “morte e sangue gridavano, feroci di mente mostrandosi, prodi in parole e ad ogni impresa impotenti„ ce ne sono molti, e sono quelli che hanno fatto tutto il rumore.