Così è anche di tutto questo movimento che la venuta dei Francesi ha provocato in Italia. In Francia, dove è uscita spontanea dalle intime condizioni del paese, la rivoluzione si fa sul serio: da noi, dove la violenza delle armi l'ha portata dal di fuori, la rivoluzione si rappresenta, e come attori di commedie, noi cerchiamo di farci il minor male che si può: perciò là son fatti e sangue, qui son parole e rettorica. In Francia le teste regie si tagliano per davvero: noi le tronchiamo o le cambiamo alle statue e di un Filippo II facciamo un Giunio Bruto, di Francesco d'Este una Libertà, di un Gregorio XIII un San Petronio. In Francia i nobili e i preti si imprigionano, si mandano a morte e i loro beni sono confiscati e venduti: da noi aristocratici ed ecclesiastici sono coperti, è vero, di contumelie e minacciati ogni volta che un patriota apre la bocca, ma alla fine dei conti ci contentiamo di atterrarne gli stemmi e di costringerli a chiamarsi cittadini, a portar la coccarda ed a giurare fedeltà.... alla Repubblica francese. Si grida all'eguaglianza, ma si raccomanda anche ai nobili di non licenziare i loro servitori e di non smettere le carrozze perchè non si deve privare di lavoro e di guadagno il popolo. Il decreto che dichiara la patria in pericolo fa balzare l'un dopo l'altro dal suolo di Francia quattordici eserciti che corrono ai confini e salvano la patria: da noi su tutti i toni si parla di civismo, di amor di patria, di doveri patriottici, si esalta con parole reboanti l'acquisto fatto dei diritti del cittadino e sopratutto di quello di portare le armi: ma quando si trattò di armare davvero i cittadini e si volle a tal fine istituire la Guardia Nazionale, non bastò neppure l'assicurazione che non sarebbero condotti a combattere fuori della città, per indurre i cittadini ad inscrivervisi numerosi. E di chi furono in gran parte composte le prime milizie della libertà italiana, la legione lombarda, la cispadana, la polacca, se non dei medesimi mercenarii che già servivano l'Austria, il Duca di Modena ed il Papa e che la democrazia vituperava col nome di sgherri della tirannide? Del resto, qual prova più evidente di quanto fosse fittizio e superficiale il movimento rivoluzionario italiano, che il veder le popolazioni esultare per la libertà ricuperata e compiacersi de' suoi benefici nell'atto appunto che erano tratte a subire la peggiore delle tirannie, quella della violenza e dell'arbitrio militaresco?
Poichè le città italiane — salvo poche eccezioni dovute a ragioni locali — non si sollevano contro gli antichi governi, non cacciano i loro principi: quando con la fuga o con la sommessione questi han ceduto alle arti od alle armi dei Francesi e queste ultime sono vicine, allora soltanto l'entusiasmo per la libertà scoppia e si manifesta con tutti i suoi eccessi. E non v'ha dubbio che, se i primi a dar la mossa son coloro che per segrete intelligenze o per spontanea esaltazione o tendenza nell'animo oppure per interesse o per speranza di nuova fortuna o di vendetta o anche di riparare ad un passato non bello, già erano disposti ad accogliere a braccia aperte i Francesi; se altri non pochi son tratti a seguire quei primi dall'irresistibile fascino che esercita sul volgo e sui deboli l'esempio, nella maggior parte della popolazione il desiderio improvviso di libertà non è che l'effetto — pare un paradosso — della servilità dell'animo. L'abitudine, per l'azione continuata di secoli compenetrata nella natura italiana, di accogliere col viso sorridente i padroni venuti dal di fuori, di piegare con ossequiosa obbedienza il capo dinanzi a chi, legittimamente o no, ha in sua mano la forza materiale, di adularlo, di compiacere premurosi ad ogni desiderio suo, trae la massa del volgo a secondare — benchè non siano le consuete che mostravano gli altri padroni — anche le voglie dei Francesi, i quali del resto prepotenti sono come e più degli altri.
Ai Francesi piacciono gli applausi, vogliono che si balli, che si canti, che si stia allegri, che si dica che essi sono fratelli e son liberatori, desiderano che si imiti la loro rivoluzione, e gli Italiani
“liberi no, ma in altro modo schiavi„
si rompono compiacenti le mani per applaudirli, ballan con furore, cantano a squarciagola, si proclamano ai quattro venti i fratelli più grati e più felici della liberazione ottenuta, e come istrioni — usiamo l'espressione del Foscolo — si studiano di scimiotteggiare e di esagerare l'andatura alla brava ed il sistema democratico dei loro padroni.
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Sull'acquiescenza servile di questo volgo incurioso ed inerme che l'ignoranza, la paura e la superstizione hanno abbrutito, il Bonaparte era ben certo di poter far calcolo: le minaccie di feroci rappresaglie, seguite dai sanguinosi esempi di Binasco, di Pavia e di Lugo, furono più che sufficienti a mettere un freno alle velleità di resistenza, cui qua e là — specie nelle campagne — parve dapprima che esso, per i consigli e le istigazioni altrui, volesse cedere. Ciò però non bastava al Bonaparte: egli voleva formare — come scrisse al Direttorio — l'opinione pubblica, donner la tournure à l'esprit, per modo da renderlo favorevole alla rivoluzione che portava in Italia. Per ciò egli cercò subito e di proposito di attirare a sè le classi più alte e più colte. La conquista degli animi fu metodica, come metodico e quasi uniforme era stato, ne' più minuti particolari, il procedimento che egli ed i generali francesi avevano adoperato fin dal principio nell'occupare le città e gli Stati italiani.
Il Bonaparte sa di essere venuto in mezzo ad un popolo conservatore per indole e religioso per fede e per abitudine: perciò s'adopra prima di tutto a rassicurarlo che nè la religione nè la proprietà saranno toccate. Lascia che gli ardenti, che gli ingenui, che coloro i quali, nulla avendo da temere o da perdere per sè, son sempre pronti a ficcarsi in prima fila, diano la stura a tutto il repertorio della rettorica democratica; lascia che costoro — rassicurati e fatti audaci dalla presenza delle armi francesi — si abbandonino a manifestazioni esagerate del loro patriottismo di fresca data e dei loro nuovi principii, ma esteriormente soltanto e in quanto tali manifestazioni possono essere buon lievito a gonfiare l'ardore delle masse e stimolo a chi ha bisogno d'essere spronato per muoversi. Ma quando vorrebbero e potrebbero scendere all'azione cui egli sembrava li avesse spinti, li contiene e li frena, perchè nè il sentimento religioso dei più ne riceva ombra od offesa, nè le classi più alte e più agiate abbiano ragione di temere pericoli per sè o per le cose loro. Agli uomini del medio ceto composto, fra noi, di avvocati, di letterati, di medici, di artisti, di commercianti, molti de' quali son già disposti dalla loro educazione ad accogliere le dottrine che da un pezzo la filosofia francese ha messe di moda, il Bonaparte apre le braccia e fa credere d'esser venuto per scuotere il giogo che li opprime e che per verità ad essi era parso molto leggiero: ne solletica la vanità o l'ambizione: offrendo impieghi ed onori fa brillare ai loro sguardi ideali di grandezza e di libertà. Ma per accoglier costoro non respinge da sè il clero e la nobiltà: chè quello è autorevole e questa non suscita odii ardenti, come in Francia, ed ha molte aderenze: clero e nobiltà dal canto loro, per abitudine e per educazione, sono concilianti e quasi senza resistenza si prestano, parte per paura del peggio, parte per speranza del meglio, a secondarlo.
Quanti nobili e quanti prelati, fatti cittadini, non accompagnarono poi nelle fortunose vicende della sua vita il giovane côrso del quale vedevano allora spuntare l'aurora! E come pronto ed acuto fu l'occhio di lui a penetrare nel cuore e nella mente di quanti lo avvicinavano e a discernere, fra la folla degli adulatori che gli faceva calca intorno, gli uomini, fino allora ignoti a sè stessi, che per le qualità dell'ingegno e dell'animo eran degni ch'ei facesse calcolo sopra di loro; e come seppe senza esitare stendere ad essi la mano per innalzarli e metterli al suo fianco! Alla folla il trastullo delle pompe e delle forme, l'ebbrezza delle esagerazioni: questi pochi, tratti nell'intimità e nella fiducia sua, educava e provava alla vita pubblica, rendeva devoti e legava a sè, aprendo alle loro menti nuovi orizzonti e facendo ad essi balenare lontane speranze per la lor patria, forse allora sincere.
Intanto ben diversa e dolorosa era la realtà che il Bonaparte poteva loro offrire. Questa Italia che egli sentiva essere sua personale conquista e per la quale vedeva disegnarsi e andava vagheggiando ideali che pochi anni dopo l'egoismo suo, prevalendo, troncò, la sapeva riserbata, nei reconditi disegni del Direttorio e dalle necessità politiche della Francia, a pagare le spese della pace con l'Austria dopo che avesse pagate alla Francia quelle della guerra. Ei doveva perciò sfruttarla, dissanguarla, cavarne tutto il succo vitale per provvedere ai bisogni dell'esercito, alimentare la sua impresa, e non offrire all'Austria che un limone spremuto. E doveva in pari tempo impedirle di acquistare tale saldezza di ordinamenti, così larga unione delle sue parti e così libera autonomia di esistenza che potessero poi esser d'ostacolo al mercato per cui la conquista era fatta. Onde la instabilità degli effimeri stati democratici che all'ombra delle sue vittorie o col conforto di molte promesse, lasciò sorgere nella penisola.