Piccole repubbliche che si pavoneggiavano nei nomi gloriosi dell'antichità classica, ma che funzionavano sopra una copia, ridotta per comodo dei Francesi e per illusione degli Italiani, della costituzione dell'anno V; che menavano vanto e discutevano con calore e a grandi frasi dell'esercizio della libertà cui eran chiamati, che evocavano ad ogni momento le ombre di Bruto, degli Scipioni e magari di Camillo ed erano poi allo sbaraglio del primo caporale Gallo che volesse essere insolente. Generali, commissari, agenti ordinatori, requisitori straordinari ed ordinari, civili e militari venuti di Francia, tutti comandavano, tutti insolentivano con prepotenza, tutti credevano di avere il diritto di prendere per un orecchio e trattar da padroni questi uomini liberi. E, come tutti comandavano, così tutti intascavano. Parevano uccelli di rapina calati su di un campo di battaglia: non erano mai sazii: tutto faceva per loro: oro, argento, viveri, quadri, oggetti d'arte, persino i pegni del Monte di Pietà! Nel nome del Direttorio la spogliazione si eseguiva in grande con la garanzia di trattati e di compromessi e per mezzo di dotti e non dotti ufficialmente investiti nella missione di far scelta — in lingua più povera si direbbe rubare — del meglio che trovassero nelle gallerie, nei musei e nelle casse pubbliche. Ma alla spogliazione ufficiale s'aggiungeva la privata. Chiedendo a titolo di dono i più riguardosi, gli altri mettendo gli artigli impudentemente — la parola è del Bonaparte — su quel che loro piaceva, ciascuno cercava di non tornare a mani vuote al di là delle Alpi. E non era giusto che gli Italiani pagassero il beneficio della libertà che i Francesi — bontà loro — avevano portato? i Romani nella Grecia non avevano fatto lo stesso? Ma Mummio, erano gli Italiani che lo ricordavano: i Francesi parlavano invece di Catone e continuavano a frugare nelle tasche dei loro nuovi fratelli. — “Cappello in testa e mani nelle tasche!„ — consigliava in quei giorni di democrazia invadente il Parini ad un campagnolo che per timidità o per abito di cortesia non sapeva stare dinanzi ai magistrati col capo scoperto. Il Parini, al quale il Monti nella Mascheroniana pone in bocca:
il dolor della meschina
Di cotal nuova libertà vestita
Che libertà nomossi e fu rapina.
Serva la vide, ohimè, serva schernita.
Oh l'Italia pagò cara questa libertà! e s'avvide da ultimo di non stringere che un pugno di mosche. Quando il Bonaparte lasciò la penisola e a questa venne meno con esso anche il freno che fino allora aveva contenuto la più sfacciata ruberia ed impedito il trionfo della demagogia piazzaiuola, già della libertà erano stanchi anche coloro che più sinceramente le erano mossi incontro. I più abili ed i più onesti, dopo avere indarno tentato di reagire contro tanta rovina delle loro speranze e dei loro ideali, dopo aver cercato inutilmente di arrestare l'onda invadente nella vita pubblica degli elementi più torbidi e più violenti che il cieco favor popolare e il non disinteressato favore dei generali e commissari francesi sospingevano innanzi, s'erano ritirati in disparte. Il contrastare degli avidi, il rubare dei disonesti, le piccole prepotenze dei cittadini che avevano il governo di nome e le grandi dei Francesi che lo esercitavano di fatto, la confusione delle attribuzioni, gli odii, le calunnie, la intemperanza del linguaggio avevano, in tre anni, gettato l'Italia nello stato della più completa anarchia.
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Allora appunto, nel 1799, cominciò la reazione antifrancese: ma, come la rivoluzione, anch'essa venne fra noi dal di fuori.
Quasi ad un tempo fu trionfante alle due estremità della penisola.
Dalle Alpi calò in Lombardia il maresciallo Suwaroff, il terribile tartaro che aveva massacrati gli ultimi eroi della libertà polacca, e guidava Austriaci e Russi: piombò in Calabria dalla Sicilia il cardinale Fabrizio Ruffo e lo seguiva un'orda disordinata di borbonici, di briganti, di preti, di frati e di contadini che lungo il cammino diventò folla. Un medesimo odio contro la rivoluzione guidava l'uno e l'altro, il fanatico maresciallo scismatico, l'accorto principe della Chiesa romana: pronti erano entrambi a qualunque eccesso pur di far trionfare Cristo ed il diritto divino dei re.