Di mano in mano che il Bonaparte si avvicinava alla corona imperiale, tanto più invadente, accentratrice si faceva la personalità sua: ogni azione altrui dalla sua restava soffocata e distrutta: una volontà sola, una sola vita vi doveva essere in Europa, la sua.
Il Bonaparte fu chiamato il primo dei controrivoluzionari: e per vero egli aveva creduto di fermar l'opera della rivoluzione rimettendo la società sopra le basi donde la rivoluzione l'aveva spostata: l'ordine e la religione. L'operosa ricostruzione interna del consolato, la pace generale con l'Europa, il Concordato col papa parevano nel 1801 voler mantenere la promessa. Ora il Cesarismo lo aveva ricondotto di nuovo là dove la rivoluzione con la violenza era giunta. Non la Francia soltanto, ma l'Europa intera turbata; principi e popoli in istato di continua instabilità ed in pericolo di sovvertimento ad un sol cenno di lui; il Pontefice, come ai tempi della rivoluzione, strappato alla sua sede e trascinato in Francia e le coscienze religiose turbate.
Seguirlo in questa fase ultima della sua vita politica non tocca a me nell'ordine di queste letture; è giunto il momento in cui la individualità del Bonaparte ha talmente assorbito la vita di tutta l'Europa da formare con essa una sola ed indivisibile cosa. Napoleone è già il Giove terreno che fulmina, che riceve gli incensi, che si sente al difuori e al disopra del genere umano.
E torrenti di luce il sol diffuse
Napoleone Dio, Napoleone!
Rispondeva la terra, e il ciel si chiuse.
Miseri mortali costretti a vivere fuor delle loro condizioni normali, ad obbedire senza discutere, ad ammirare sempre; sempre in attesa di qualche colpo di scena che d'un tratto muti le loro sorti; sempre nel timore che un segno di penna annulli la loro esistenza, che li privi delle sostanze, che strappi i lor figli alla casa paterna e li balzi qua e là per tutta l'Europa. Mai la ragion di Stato aveva annientato tanto l'individuo! Nulla aveva più valore nella vita dell'uomo privato, nè in quella dei popoli. Che importa alla storia sapere quali principi Napoleone abbia posto sui troni o quali ne abbia balzati? restano ombre prive di corpo, nomi vani, quando attraverso ad essi non si vada a cercare il sole che li illumina e li vivifica. Che importa sapere come Napoleone abbia riunito all'impero francese l'uno dopo l'altro il Piemonte, poi Genova con la Liguria, poi Parma, Piacenza, Lucca, poi la Toscana, dopo averne fatto un effimero regno d'Etruria, e da ultimo Roma? Quali destini serbava all'eterna città quando, attingendo ancora una volta alla forza della sua tradizione gloriosa, faceva di essa la seconda metropoli dell'impero, poi del figlio lungamente desiderato, un re di Roma? Ne voleva far centro della nuova nazione italiana? Chi può seguirlo attraverso il fantasmagorico mutare e rimutare della sua volontà, e cogliere in mezzo il barattare continuo di troni e provincie, quale sia l'ultima mira dell'azione sua?
Il bel nome italico rimaneva al regno, in cui la repubblica italiana s'era trasformata: ma il Melzi non v'era più a governarla. Al suo posto Napoleone aveva posto un giovanetto francese, il figliastro suo Eugenio: e francesi, come Eugenio, tratti dalla famiglia di Giove furono pure Giuseppe e Gioacchino Murat che successivamente Napoleone fe' passare sul trono abbandonato da Ferdinando di Borbone. Continua nel regno italico, s'inizia nel regno di Napoli il rinnovamento legislativo, economico e militare del paese; e possono, ne' primi momenti del fasto teatrale delle nuove Corti e della gloria militare cui sono chiamate a partecipare, restare abbagliate le popolazioni italiane. Ma la realtà finisce coll'imporsi: al fasto principesco, alla gloria militare erano sacrificati gli interessi del popolo; per la grandezza dell'impero di Francia prosciugate le risorse pubbliche, seminate di lutti le case dei cittadini. Resistere alla volontà di chi disponeva della loro sorte non osavano i principi, era impotente il popolo: ond'è che gli Italiani ricaddero di nuovo in quello stato di inerzia passiva che già altra volta era succeduto alla momentanea effervescenza che l'amore per la libertà pareva avesse destato fra noi: di nuovo nel segreto del cuore covarono gli Italiani l'odio contro gli stranieri oppressori. Ma l'odio questa volta era più intenso perchè più lunga era stata l'educazione politica, più sicuri erano divenuti i criteri per distinguere il bene dal male, l'apparenza dalla realtà: ed il contrasto stesso che nella repubblica e nel regno italico gli Italiani avevano avuto sotto gli occhi, dei benefici che da savi ordinamenti liberi avrebbero potuto ritrarre coi mali che per l'assoggettamento a Francia nel fatto ne ritraevano, acuiva l'odio ed il dolore.
Il Franchetti in una delle sue migliori monografie su questi tempi ha dimostrato che l'odio sorto fra noi dalle sofferenze, dalle prepotenze, dalle delusioni subite durante la dominazione francese fu il fuoco sacro che ha acceso il sentimento patrio italiano, prima dell'89 vivo soltanto nella comunanza del linguaggio, della coltura e delle tradizioni storiche. Un medesimo odio e una comune miseria hanno fatto cercare la medesima salvezza; così la coscienza unitaria della nazione italiana fu formata. Dal male nasce più spesso che in altro nido il bene: e basterebbe ciò perchè a questa età tumultuosa noi dovessimo rivolgere grati lo sguardo, quando anche non le dovessimo d'averci richiamato alla milizia e dato l'esempio dei primi larghi ordinamenti legislativi che rimasero poi fermi nella nostra tradizione.
La coscienza nazionale italiana portava però ancora con sè il segno del peccato d'origine: era nata dall'odio e non poteva per anco aver altro carattere che distruttivo; non sentiva allora altra necessità all'infuori che quella di togliersi di dosso chi la soffocava, e per il momento non vedeva e non cercava come le sarebbe stato poi concesso nel fatto di costruire l'unità della patria.