Non tutti i Veneziani del quarantotto la pensavano come il Navagero:
Non ego sum pugnae assuetus nec fortibus armis
Et tamen audaci pectore bella geram.
Confertas turbabo acies: densosque per hostes
Deferar et praeceps in media arma ruam.
Vivere quippe aliis; Venetis ea denique vera
Vita est, pro patria decubuisse sua.
Si trattava di presidiar Malghera e difenderla. Il popolo gridava: — «Vi andremo tutti,» — (e giurerei e scommetterei, che degli schiamazzatori non v'andò a morire un solo); ma chiedeva armi. Il Manin rispose: — «Ad un popolo, che vuole difendersi, tutto serve di arma». — Parole, che parvero sublimi e si applaudirono; che oggi verrebbero fischiate. E questa diversità di accoglienza mostrerebbe i progressi fatti dagl'Italiani nel senso politico e nel senso comune, e quanto sia già sfatata appo noi la rettorica di piazza. Corbellerie simili non le direbbe più neppure frate Pantaleo.
Anche il denaro mancava; ed in parte per colpa de' governanti. Ho già detto delle abolizioni o riduzioni di imposte. Vi si aggiunse: quel mezzo inefficacissimo di popolarità, ch'è la restituzione gratuita [pg!338] de' piccoli pegni; le gratificazioni; lo spreco. Non abbiamo la distinta minuta delle spese, ma quando si legge di tre mila ed una lira pagata all'albergo Daniele per un pranzo all'ufficialità della flotta napolitana, di tremila lire elargite al padre Gavazzi, non si acquista un'alta idea dello accorgimento, di chi disponeva tali spese. Certo, le forze d'una città erano impari a tanti bisogni. Ma i mezzi co' quali si credeva potervi sopperire: le oblazioni volontarie in Venezia e fuori; l'elemosina per la patria, (che doveva essere raccolta da' parrochi in persona girando per la chiesa, trasformati così in agenti delle tasse); il viaggio circolare ideato dal Tommasèo per gli Stati italiani a raggruzzolarvi quattrini, (intorno al quale il Manin gli scriveva: — «siamo certi, che l'illustre vostro nome, la potenza del vostro ingegno e la magia dell'affettuosa vostra parola ne assicurerebbero una copiosissima messe;» — ) l'accettazione della carta veneta dalle casse degli altri governi Italiani e via dicendo, fanno sorridere. Chi avrebbe mai accettato quella carta, di cui non poteva sorvegliarsi la emissione e che non aveva credito, se non dove era imposta con la forza? Sarebbe piovuta nelle casse, che le si fossero aperte; e, come quelle monete, con le quali il diavolo comperava le anime, vi si sarebbe convertita in foglie secche. Fa ridere il leggere nominata una commissione per istudiare e presentare un progetto tendente a menomare e possibilmente togliere gl'inconvenienti, che derivano dalle frequenti oscillazioni della carta. Il rimedio era pur semplice: ispirar fiducia nell'esito della resistenza. Questa fiducia sembra, che non vi fosse; e la carta scapitava. Scapitava come gli assegnati francesi. Sicchè, mentre la miseria cresceva, diminuivano i pegni al Monte; fatto, che allo Errera sembra indizio di prosperità ed a noi di diffidenza. I pegni diminuivano, non perchè la povera gente aveva denari in copia; ma perchè le ripugnava di affidar le sue masserizie preziose alle casse pubbliche.
La giornata di Novara (ventitrè marzo del quarantanove) [pg!339] condannò Venezia. E non posso non notare cosa, che fa torto al cuore ed alla mente del Manin, aver egli creduto preparati a Torino i casi di Novara! Fu il suo primo pensiero all'annunzio di quel disastro, partecipatogli dall'Haynau, all'annunzio dell'abdicazione di Re Carlo Alberto. Le stesse accuse stolide, che poi sono state ripetute nel sessantasei; e che anche nel sessantasei han trovato molti creduli, perchè infinita è la turba degli sciocchi! Tanto egli era lontano, nonchè dal possedere il senso profetico, che l'Errera vorrebbe attribuirgli, ma dal saper estimare equamente i fatti politici più semplici. Aveva la diffidenza dell'uomo nuovo agli affari, che ha sempre sentito parlare de' Re e della diplomazia come di mostri; che vede e sospetta sempre non so che atroce machiavellismo in ogni azione, in ogni fatto! Egli avea sempre temuto, dacchè le sorti della guerra avevan cominciato a volgere in peggio, che la Venezia fosse lasciata all'Austria ed il Milanese rimanesse libero ed unito al Regno di Sardegna insieme co' Ducati. Combinazione, alla quale in un dato momento l'Austria avrebbe consentito e che si vuole anzi da essa proposta e respinta da Carlo Alberto e da' suoi Ministri, i quali appunto si misero paura d'essere accusati d'aver fatto una guerra nell'interesse dinastico. O tutto in una volta, o nulla; e non si ebbe nulla. Se si fosse fatto il medesimo nel cinquantanove, l'Italia sarebbe ancora di là da venire! E quel Manin, cui pareva desiderabile ed onesto di salvar Venezia dal giogo austriaco, separandone le sorti da quelle della rimanente Lombardia e facendone una imbelle città anseatica, ludibrio di tutti; era pronto nel quarantotto a gridar tradimento, tradimento, se il Re, per salvare almeno la Lombardia, fosse stato costretto, come nel cinquantanove, a procrastinar l'impresa di Venezia.
Dal fin qui detto, dalla esposizione semplice e non fucata de' fatti, sorge, ned è mia colpa, un'idea del Manin diversissima da quella, che lo Errera vorrebbe darci. Non abbiamo più dinanzi un grand'uomo, che [pg!340] fa grandi cose, nemmen per sogno. Abbiamo un avvocato, il quale in virtù d'una facondia non sempre di buon gusto, s'impone alla plebe ed alle assemblee rivoluzionarie. Uomo del resto personalmente integerrimo e pieno di buone intenzioni, ma senz'alcuna serietà e capacità politica ed amministrativa, nonchè militare, credulo, ingenuo, ammucchia spropositi su spropositi. Della resistenza efficace e prolungata il merito spetta principalmente al Pepe ed a' suoi ufficiali, i quali avrebber forse fatto meglio e più, se non fossero stati vincolati ad ogni passo; e certamente avrebbero fatto di più, se l'Autorità civile fosse stata più capace. Giacchè il decretare la resistenza ad ogni costo, torna facile; si fa presto a proporre e votare un ordine del giorno od un decreto. Ma nell'obbedire ad un tal decreto, nell'eseguirlo, sta la difficoltà; e ci vuole non solo prudenza, anzi pure scienza militare, antiveggenza amministrativa, solerzia per preparare i mezzi, abilità nello impiegarli. So benissimo, che mi accuseranno di volere sfrondare gli allori d'un uomo benemerito, di voler malignamente distruggere una gloria Italiana. Non mi curo di tali addebiti. Credo, che il vero, il pretto vero, sia sempre meglio di una illusione o d'una menzogna: la storia non debb'esser nè fiaba, nè leggenda, se pur si vuole, che ne ammaestri e ne scaltrisca. — «Tagliar la verità, come un vestito, al dosso della passione, non fa per noi;» — «Bisogna aver faccia di dir la verità ai principi, ma anche al popolo; bisogna sapere andare contro la mitraglia, ma anche contro le fischiate; bisogna saper esporre la vita, ma anche la popolarità; bisogna esser pronto, altero, ardito e quando occorre, saper contrastar alla passione;» — diceva il d'Azeglio. Troppo sarebbe pericoloso il rappresentare alla nazione le quarantottate, esaltandole, magnificandole, mostrandone solo la parte ingannevolmente brillante: ci prepareremmo così nuove quarantottate per l'avvenire: e dove conduca i popoli il quarantotteggiare continuo, ce 'l mostrano la Francia, la Spagna, le repubbliche [pg!341] americane. Della difesa militare di Venezia, possiamo contentarci, perchè la migliore operazione di tal genere, che sia riuscita a farsi, ne' molli tempi nostri, da un esercito irregolare. Della condotta politica dei suoi uomini di Stato invece non possiamo appagarci in alcun modo. Fu perniciosa ed insipiente. E basterebbe anche a dimostrarla tale, il ravvedimento, ch'è la maggior gloria de' principali; il ravvedimento, con cui riconobbero poi, solo una guerra dinastica poter salvare ossia creare l'Italia e con cui portarono alla dinastia ed a' valentuomini, che la circondavano, l'aiuto prezioso della concordia nazionale. [pg!342]
[pg!343]
[È GALANTUOMO IL CAIROLI?]
L'Editore ha rivolte insistenti preghiere alla Signora Vedova Imbriani, perchè desistesse dalla pubblicazione dello scritto su B. Cairoli, incluso nel presente volume delle Fame Usurpate. Ma la nobil Donna s'è recisamente negata, tenendo essa sommamente a riprodurre, con l'integrità degli scritti, intera, la personalità del compianto marito, senza mutilazioni od apposite omissioni di alcuno di essi, ed attenendosi allo stipulato contratto d'includervi, cioè, gli articoli su Manin e B. Cairoli.
L'Editore.