L'unione col Piemonte era una tal necessità, che, quando il mare cominciò a turbarsi, s'impose a quei retori, sebbene la volessero di malgarbo, come un ferito consente all'amputazione. Le provincie erano loro contrarie, e la volevano. La sola città di Venezia perfidiava nell'essere un po' autonomista. Il Manin stesso (ad un cui moto generoso pur si deve la quasi unanimità della votazione), scriveva poi: — «Ciò in Venezia sembrava ai più essere intempestivo e pericoloso: intempestivo, perchè stimavasi, che la quistione dovesse risolversi a territorio sgombro ed a guerra finita; pericoloso, perchè la guerra avrebbe assunto apparenza d'essere dinastica anzichè nazionale, e quindi, perdute le simpatie dei popoli italiani e di altri popoli liberi d'Europa e destate le apprensioni ed i sospetti dei principi». — La miopia, di chi ragionava così, è chiara ora a tutti. L'Italia ha potuto costituirsi solo quando tutti si son ben persuasi, gl'interessi di una dinastia e della nazione essere identici, una cosa sola. Delle simpatie sterili non avevamo, che farci; come delle apprensioni inoperose non avevamo a curarci. Ma validi aiuti esteri potevano solo sperarsi da' negozianti d'un governo costituito, che avesse cosa offrire in compenso; ed il principio monarchico solo, altamente proclamato, poteva disarmare taluni sospetti e frenare le irruenze pericolose, contenere la piazza e far prevalere la volontà non degli schiamazzatori, anzi del vero popolo, che non è chiassone e piazzaiuolo, che non va scambiato con la folla, la quale s'accalca sotto i balconi de' Governi provvisorî, e tante volte è facile a disperdersi con l'offrir loro da bere. (Vedi Documento XLIII dello Errera).
L'Unione francamente accettata da' Ducati, era [pg!330] francamente desiderata dalle Provincie Lombardo-Venete. Il municipio bresciano rispondeva al Gioberti ed al Leopardi, che raccomandavano di far marciare i coscritti della leva ordinata dal Governo Provvisorio: — «Si fa di tutto; ma i Bresciani non vogliono servire i signori di Milano. Facciano la fusione col Piemonte; e, chiamati in nome del Re, marceranno subito». — Qui lascio la parola al Cibrario: — «Milano, già travagliata da una setta, che si sforzava di render sospetti i Piemontesi, retta con pensieri discordi e perciò con mano assai debole dal Governo provvisorio, vincolò la fusione a vari patti, fra gli altri quello d'un'Assemblea costituente, che ordinasse le forme del reggimento interno, non solo rispetto alla Lombardia, che abbisognava d'organizzazione, ma rispetto all'antica monarchia di Savoia, che appunto avea potuto impugnar le armi a pro d'Italia, perchè già ab antico era fortemente organizzata. Condizione nuovissima nella storia, che portava in grembo una nuova ed intiera rivoluzione, le cui conseguenze potevano spingersi agli ultimi termini della democrazia e mutare di fatto, se non di nome, il Re in presidente di repubblica. Qualche membro del Governo provvisorio parteggiava per la repubblica. Il presidente invece e gli altri, opinavano, che la Costituente, eletta sulle basi del voto universale, presentasse una guarentigia immensa di moderazione. Il Re, sdegnando di scendere a mercato sulla maggiore o minore autorità, che gli si dovesse attribuire, egli, che combatteva per un principio e non certo per gl'interessi della Corona, accettò senza palese ripugnanza anche quella condizione, benchè molti savî, amici d'Italia e suoi, sostennero con gran calore, che dovea respingersi. Invece Urbano Rattazzi orò, perchè si accettasse. Egli dicea tra sè: O saremo vincitori e col favor della vittoria il voto della maggioranza dell'Assemblea sarà continuamente per noi; o vinti, e non sarà più il caso d'un'Assemblea costituente». — Lealtà [pg!331] rattazziana! Venezia mise le stesse condizioni di Milano. Veramente, quando si pensa a' guai, che sarebber venuti dopo, s'è quasi indotti a stimar provvidenziale la sconfitta, che fece metter senno a tante menti incomposte e confuse, preparando la concordia del cinquantanove e del sessanta. Di quali discordie, di quali ingratitudini, di quali irruenze non ci avrebbe dato lo spettacolo doloroso una costituente? Ci saremmo visti condotti ad un conflitto tra 'l potere esecutivo ed essa, che avrebbe avuto per fine, od un colpo di Stato del primo, pericoloso, od una usurpazione del secondo, funesta, simile a quella dell'Assemblea nazionale francese sul fiacco Luigi XVI.
Il Manin, mentre votava l'unione col Piemonte, si dichiarava antimonarchico e faceva prevedere qual parte si riserbasse nella futura costituente, rifiutando di continuare al potere e dicendo: — «Fui, sono e resto repubblicano; in uno Stato monarchico io non posso esser niente; posso esser dell'opposizione, ma non di Governo». — Insomma que' signori volevano, che Carlo Alberto ed i Piemontesi vincessero per loro; e poi dar lo sfratto al primo ed annettersi le antiche provincie, non lasciarsi annettere essi agli Stati Sardi.
Succedette un altro Governo provvisorio e poi quello dei Commissari piemontesi, che durò quattro giorni. Venezia non poteva nulla da sè: tutto dipendeva dalle sorti dell'esercito Regio. Le vittorie di questo avrebbero avuto per conseguenza l'indipendenza del Veneto; ma, disfatti i piemontesi, per Venezia non sopravvanzava speranza alcuna. Frattanto giovava, occupando alcune forze nimiche, impedendo a' tedeschi l'uso del mare pe' trasporti, e preparando un nerbo di soldati, i quali però avevan bisogno di tempo, ma tempo assai, prima di poter riuscire utili in campo. Non c'illudiamo su quell'accoglienza. Il Tommaseo scriveva al Pepe: — «Caro generale, questa truppa di gente oziosa, indisciplinata e diversa è a Venezia più pericolo, che salvezza. Traetenela, vi preghiamo, fuori al più presto». — Il Pepe al [pg!332] Leopardi: — «Ascendono queste truppe a diciottomila uomini e forse più, nelle quali manca la disciplina e più tra gli ufficiali che tra soldati. Gli ufficiali superiori sono quasi tutti ignari del mestiere». — «Sono qui combattendo difficoltà d'ogni genere. Vi basti sapere, che ho dovuto far partire con la forza de' gendarmi il generale duca Lante. Ciò vi mostra la disciplina, che ho qui trovata. Non ho meno di diciottomila e seicento uomini; ma bisognava riordinarli, disciplinarli e provvederli di mille cose, che mancano». — Si chiedevan sempre denari ed uomini al Re, (che non poteva mandarne e distrarne dallo esercito, perchè, come dice il Machiavello, non s'ha mai a mettere a repentaglio tutta la fortuna e sol parte delle forze); e frattanto gli s'imponevano patti! L'insipienza amministrativa del Manin e compagni, e nei provvedimenti e nella scelta del personale, era stata proprio troppa. Basti citare lo aver quasi obbligato il Zucchi ad accettare un comando, quel Zucchi, che firmava poi la capitolazione di Palmanova, portante, che la città riconosceva di avere errato e che la fortezza, sprovvista ancora di munizioni da bocca e da guerra, si rendeva spontanea. Ed i repubblicani milanesi accoglievano quindi con ovazioni e — «levavano alle stelle quel pover uomo rimbambito, col fine altamente proclamato di farne un competitore al Re Carlo Alberto per la liberazione d'Italia» — come testimonia, con giusto raccapriccio, il Leopardi.
Del resto il Manin non seppe mai sceglier gli uomini; prodigo di fiducia, facile ad esser ingannato. Venezia formicolava di spie austriache. — «E che sia il vero» — scrive il Carrano — «venne in mano del Pepe un ordine scritto dal Mitis, col quale, disponendo le difese, faceva noto quel, che a sei ore della sera del ventisei ottobre avea saputo, cioè, che la domane i veneziani farebbero una sortita da Marghera. Dopo la caduta di Venezia fu detto, che un tenente-colonnello Juin, comandante di piazza in Venezia, serviva di spia agli austriaci...
[pg!333] Proteggevalo il Cavedalis, ministro della guerra. Era poi a capo della polizia un certo Renzowich, il quale si aveva tutta guadagnata la confidenza del Manin; e sì quegli, come il detto Juin, dopo la caduta di Venezia, furono veduti in gran dimestichezza col nemico. Così quel brav'uomo, che era l'amato presidente del Governo veneziano, si faceva canzonare da simili furfanti». — Aggiungerò ancor quanto del Cavedalis stesso scriveva il Rovani nel M.DCCC.L: — «Il Cavedalis, anima dell'anima di (sic) Manin, senza di cui egli non osava portare più innanzi il peso della dittatura; quel Cavedalis, dopo essere stato triumviro del Governo libero della risorta Venezia, sta ora come direttore della strada ferrata Lombardo-Veneta agli stipendî dell'Austria». —
Il Castelli ed i nuovi suoi compagni volevano mettere un po' d'ordine e tirare innanzi; non s'illudevano, non avevan cieche fiducie. Lo Errera dice, che a furia d'errori si alienava l'animo de' cittadini; e fra questi errori pone: l'aver dato lo sfratto a gente malsicura; l'aver ingiunto, che le armi militari fossero consegnate da' privati sotto pena di multa; l'avere ristampato le leggi contro gli attruppamenti tumultuosi; l'aver vietato — «ai giovani delle scuole di esercitarsi nelle armi più che una volta per settimana, mentre urgeva, che il paese fosse agguerrito» — eccetera. Dove siano gli errori, non so. Agguerrir si dovevano gli uomini, non i bimbi, il cui còmpito era di far latinetti ed imparar la grammatica. I battaglioni della speranza e simili ragazzate, per le quali inorgogliva e s'inteneriva il Manin, sono trastulli da tempi sereni e non vinsero mai battaglie. O vogliam dire, che lo errore fosse nel permettere quella esercitazione settimanale? nel non proclamar lo stato d'assedio per reprimere i tumulti e pene personali severissime per ricuperar le armi?
Alla notizia dello armistizio Salasco, che pattuiva, non la rinunzia alla sovranità di Venezia, anzi solo [pg!334] lo sgombero di essa dalle forze piemontesi, la plebe gridò tradimento, il Manin prese la dittatura e proclamò la repubblica di nuovo. Dittatura ci voleva, ma dittatura militare, perchè se dittatura è riunione di tutti i poteri in una persona per raggiunger meglio uno scopo determinato[29], e se in Venezia si trattava unicamente della difesa, non era senno dar la somma delle cose in mano a chi del difender piazze e dell'arte della guerra era ignaro affatto. E della ingerenza del Manin nelle cose militari si duol di continuo il Carrano. Fu persino coniata una moneta con quella data funesta dell'XI agosto, quasi a ricordanza d'un fausto evento, quasi da quel giorno, che per ogni avveduto era il principio della fine, cominciasse la redenzione di Venezia! Oh, quella coniazione fu una cattiva azione. A' repubblicani rincresceva il breve rinsavimento. La città avrebbe dovuto, anche perdendo l'assistenza della flotta e del battaglione piemontese, che le circostanze della guerra allontanavano, ostinatamente riaffermare sino allo stremo il voto della unione. Sarebbe proprio bella, se una piazza evacuata dal presidio, per ciò solo avesse il diritto di costituirsi in istato indipendente! Ottima cosa fu l'idea di proseguir nella difesa, — «perocchè non impossibile il ripigliarsi più tardi la guerra sul Ticino o altro accidente all'Italia propizio; e all'uopo Venezia forte, con esercito meglio intanto agguerrito, poteva essere di grande aiuto e sostegno» — come dice il Carrano; ed anche per semplice pruova di valore Italiano, per ispirare stima di noi, per non far cadere una seconda volta il leone di San Marco senza mandar ruggito. Gli armaiuoli franzesi solevano iscrivere sulle lame [pg!335] delle spade: Non isguainarmi senza giusto motivo; non rinfoderarmi senza onore. Ma non c'era bisogno di proclamar la repubblica: questa parola non dava forza, tutt'altro.
Pure la proclamazione fece gridare il Manin: Salvatore della patria, che non salvò, nè poteva salvare. I titoli anticipati son di malaugurio. Il triumvirato Manin-Graziani-Cavedalis scrisse indirizzi, mandò messaggi, declamò arringhe, e cominciò a vivere sulla speranza d'una mediazione o d'un intervento estero, che andò mendicando in tutti i modi, fino offrendo di far votare la dedizione alla Francia. Bisogna rendere al Manin la giustizia, ch'egli era sincero nelle sue illusioni, che non ingannò scientemente la popolazione con lusinghe, alle quali fosse estraneo; credeva davvero, che la sua città natia per — «aver destate simpatie speciali nella diplomazia d'Europa, potesse esser appoggiata dalle potenze e difesa contro le pretese dell'Austria; e, anche a peggior riuscita, aver titolo e rango e diritti di città anseatica». — Ma se tanta ingenuità sia scusabile in un uomo di Stato, nel capo d'un governo, non so. L'Inghilterra sempre lealmente rispose: Accomodatevi con l'Austria; degli affari vostri non me ne impiccio. Le risposte della Francia erano meno esplicite, ma in fondo poi suonavan lo stesso. Non si voleva dire ciò, che si lasciava capire! E se gli ambasciatori veneti non avessero avuto una benda sugli occhi, se avessero avuto più pratica di mondo, diamine se l'avrebbero capito! E poi, via, per che ragione avrebbe dovuto muoversi la Francia ed impegnare una guerra? Che doveva importarle o giovarle la indipendenza di Venezia? Il Manin diceva: — «Intervenite per lavar l'onta di Campoformio». — Il diceva sul serio, lui: ma la Francia di quell'onta arrossisce, quanto l'Inghilterra d'aver cagionato il fallimento de' Peruzzi. E poi, via, che c'è davvero da arrossire per essa di Campoformio? Da arrossire c'è solo per noi Italiani, de' quali si poteva disporre in quel modo: chi è pecora suo danno. Se onta [pg!336] ci fu, ce ne fu solo pel Veneto, per l'Italia: l'obbrobrio è per lo schiavo mercato, non per chi vende o per chi compra. — «Intervenite» — dicevano i Veneziani — «in nome della umanità». — Questi interventi filantropici son cosa da cavalieri erranti: ma l'uomo di Stato deve procurar solo il bene ed il vantaggio del proprio paese: e solo in questo modo può giovare indirettamente alla intera umanità, di cui come tale, nulla de' premergli. I retori, che sgovernavan Venezia, ripetevano: — «Noi abbiamo un diritto storico, anzi naturale alla indipendenza. Vel dimostreremo». — E giù chiacchiere e sillogismi. Avete un diritto? E voi fatelo valere! Un popolo ha diritti solo quando ha forze sufficienti per farli rispettare; solo allora la storia, ch'è il giudicio divino gli dà ragione. Gl'imbelli, i deboli non hanno dritti: persuadiamocene bene, perchè guai alla nazione, che il dimentichi!
Tutte le altre illusioni ingenue chi potrebbe raccontarle ed enumerarle? Una di queste era la inespugnabilità di Venezia. «È certo, che l'Austria questa fortezza inespugnabile non potrà prenderla mai colle armi, ma può prenderla con le astuzie e con le sue arti infernali;» — diceva il Manin. Le arti infernali poi furono quell'arte umanissima, ch'è la prevalenza del numero e della forza, de' mezzi e della scienza militare. — «Il giornale del Mazzini dice, che la laguna basta a difendere la Venezia coi suoi ventinove forti,» — scriveva il Pepe — «e intanto il generale, che ho in Chioggia, scrivemi, di non poter difendere quel distretto con meno di sei mila uomini; ed al comandante di Malghera non ne bastano tremila.» — È doloroso a dirsi e so, che dispiacerà il sentirlo dire; ma, se Venezia fece moltissimo, Venezia non fece (come pretendono) quanto era possibile fare. Taccio della inerzia inesplicabile della piccola flottiglia. Dar battaglia, certo non poteva: ma rompere il blocco, ma corseggiare, ma recare gravi danni al commercio austriaco, acquistar prede e vettovaglie, avrebbe potuto. Dice [pg!337] il Carrano: — «E se a tempo avessero i primi governanti il naviglio accresciuto di un paio di fregate a vapore, e fatto più abbondante provvisione di vettovaglie, Venezia sarebbesi difesa fino al mese di novembre; stagione in cui i nemici avrebbero dovuto interrompere il blocco da mare. Quindi onore più grande all'Italia. E poi da cosa non nasce cosa?» — Non tutti gli uomini atti alle armi si armarono per la difesa: molti e molti preferirono — «le facili dimostrazioni di piazza e le sterili proteste»; — e moltissimi emigrarono o stettero tranquilli alle case loro. Ed è naturale, non poteva accadere altrimenti; ned altrimenti accadrebbe ovunque, se non si obbligassero i cittadini poco zelanti al servizio militare.