Venne immediatamente, lì per lì, su due piedi, senza troppo riflettere, proclamata una repubblica. Perchè la repubblica? — «Perchè non basta avere «abbattuto l'antico governo, bisogna altresì sostituirne «uno nuovo; ed il più adatto ci sembra quello «della repubblica, che rammenti le glorie passate». — Così il Manin: ma la ragione non ci sembra molto soda. Una forma di governo non si sceglie per amore di reminiscenze storiche, come il nome di un neonato; per memoria d'una gloria, che fu; di una gloria, per giunta, molto antica ed annebbiata dalle vergogne posteriori e dal fine ignobile della Serenissima. Dio mel perdoni, ma forse al Manin parve bello, d'essere il primo presidente d'una Venezia democratica, come un Manin era stato l'ultimo doge d'una Venezia aristocratica.
Quest'atto d'improvvida leggerezza subito partorì tristi frutti. Parve ispirato da municipalismo, dal desiderio di scindersi da Milano e soverchiarla; suscitò diffidenze nella rimanente Italia e nelle provincie Venete singolarmente, dove la Serenissima non ha lasciate memorie molto care. Ed i Comitati dipartimentali di esse si credevano in obbligo di esortare il Governo provvisorio di Venezia — «a manifestare sentimenti di larghissima nazionalità per togliere del tutto i motivi del malumore;» — e nel subordinarglisi facevan riserve pel mantenimento della unione con la Lombardia, e dimostravano in [pg!324] mille modi la poca fiducia. Il Governo nominata dalla piazza si vedeva imporre dalla piazza e ministri e provvedimenti. Ne faceva anche parte, secondo gli usi quarantotteschi, un artigiano, il quale non so davvero, che lumi potesse portare sulle materie, che discutevansi, di tanto momento e premura. Perchè bracciante, lo avevan fatto ministro delle Arti e Mestieri! Ma forse, con un po' di buon senso, e non avendo la pretesa della scienza infusa, sarà riuscito almeno soltanto inutile, non dannoso, come il Tommaseo ed altri, incapaci del pari in fondo di reggere uno Stato e di condur gli affari, ministri ed ambasciadori pour rire, da commedia. Stava zitto almeno, e non iscriveva. Lo analfabeta taciturno evita di dire e di scrivere corbellerie: e quante se ne dicevano e scrivevano allora, uff! Lo stesso Errera è costretto a convenire, che parecchie note (leggi: quasi tutte) della repubblica del quarantotto, — «sono ispirate ad una lirica e ad un sentimento, che poco si addicono alla ragion di Stato: per ciò soprattutto si distinguono gli scritti del Tommaseo». — Dell'inopportunità delle cui proposte sovrabbondano gli esempli; e la cui leggerezza come diplomatico venne spesso redarguita persino dal Manin, che gli scriveva: — «Ameremmo, che foste meno proclive ad ammettere come fatti molte dicerie dei giornali, destituite di verità». — Ma veramente tutti peccarono: ed il Manin in questo caso ricorda chi rimprovera al compagno la festuca, senz'accorgersi della trave, ch'ha innanzi gli occhi; o, come suol dirsi più volgarmente la padella, che dice al tegame: fatti in là, chè tu mi tengi.
Un partito solo era da consigliarsi a Venezia, e diverso: subordinarsi ad un altro Stato Italiano già costituito, e preparare armi e denaro, denari ed armi, mantenendo l'ordine pubblico. Leve e tasse, tasse e leve ci volevano. Questo appunto non si seppe, appunto non si volle fare. E non si volle fare per non perdere la popolarità ed i plausi della piazza. Invece di far leve, si apersero arrolamenti volontarî, [pg!325] invece di far denari si abolirono e diminuirono e riscossero male le imposte, invocando poi doni patriottici e sovvenzioni nazionali, che poco potevan fruttare e poco fruttarono. Accadde come nelle repubbliche del Medio Evo:
De tributo Caesaris nemo cogitabat,
Omnes erant Caesares, nemo censum dabat.
Invece di acquetare la plebaglia, si mantenne in agitazione continua co' circoli, con le piazzette, con le arringhe, distraendola dal lavoro, dandole un'idea falsa de' suoi diritti e del modo di esercitarli. Quanti guai, quante zizzanie, quanti torbidi cagionassero essi circoli ed esse piazzate, lo Errera tace od accenna appena: son la parte vergognosa dell'assedio di Venezia; ma giova non dimenticarla, non occultarla. L'indole festaiuola di tutte le plebi e sventuratamente in modo particolare delle Italiane, ebbe largo campo di sfogarsi sotto pretesto di patriottismo. Come se le passeggiate, le piazzate, le chiassate, le ubbriacate, le schiamazzate, le luminarie, le processioni, le rassegne, i Te-Deum, eccetera, eccetera, fossero azioni, con le quali si fonda la patria, o le si giova. Brevi feste, dopo la vittoria, che non distraggan troppo dal lavoro, che non ne disavvezzino ed il rendano increscevole; io le comprendo. Ma, cominciata appena l'opera di redenzione, quando non si è ancor definitivamente acquistato nulla, anticipar le allegrezze ed i panegirici, è per lo meno puerile. Il volgo si assuefaceva allo sciopero ed allo scialacquo; la gioventù a stimar le parate, le acclamazioni ed i giuramenti teatrali come atti eroici, che dispensano dalle battaglie, dalle privazioni, dal morir per la patria. Il libro dell'Errera v'indicherà più festicciuole, che fatti d'armi; più giuri di Annibale, che morti da eroi. Un prete, forse ubbriaco, (l'ubbriachezza sola può servirgli in certo modo di scusa, sebbene inescusabile essa stessa) a Chioggia, mettendo la testa sotto alla spada del [pg!326] Toffoli (quel tale artiere improvvisato statista) giurò di morire per San Marco. Non siamo informati, se fu uomo di parola: scommetterei di no. Ma, se un prete guappo e sanguinario, può sembrar lodevole, a chi è avvezzo a considerar come ideale del sacerdote il levita del vecchio testamento; noi non dobbiamo dimenticare, che la religione cattolica imponeva a quel messere di non far differenza alcuna fra' suoi concittadini e lo straniero, di amarli del pari. Nè queste cerimonie ispiravan sensi di dignità alle popolazioni. In Belluno, il ventitrè marzo, espulsi gli austriaci, al giunger la notizia della liberazion di Vinegia: — «le guardie civiche, fra l'allegrezza ed il plauso, trascinarono il cocchio, nel quale stavano il vescovo, il delegato, il podestà ed i capitani della guardia civica». — Così pure Piersilvestro Leopardi narra: — «che in Brescia, gli studenti (?) per onorare Gioberti, che viaggiava meco, vollero tirarci la carrozza per più di due miglia». — Ecco gente, che, per festeggiar l'indipendenza, non sa far di meglio, che assumere l'ufficio de' bruti!
Carlo Alberto era sceso in campo. Cuore magnanimo; mente turbata dalla fede religiosa ardentissima; uomo, desideroso sì d'ampliare il proprio Regno, ma più di acquistar gloria propugnando una causa, la quale gli sembrava santa. E non per quelle ragioni solo, che la fanno stimar tale a voi ed a me, anzi pure per argomenti teologici: difatti, nella Bibbia, nel Deuteronomio capo XVII, versetto XV, si legge: Non poteris alterius gentis hominem Regem facere qui non sit frater tuus. — «Non potrai darti per Re lo straniero, che non t'è fratello». — L'indipendenza nazionale, raccomandata dal pontefice, prescritta dalla scrittura, era un domma per quel generoso. Fu chiaro sin dal principio, che l'unità e soprattutto (chè d'unità non s'era ancor compreso il bisogno) che l'Indipendenza d'Italia non avrebbe campione, sostegno, propugnatore, speranza, oltre il Re di Sardegna. La causa nostra dovea vincer seco o cader seco, perchè lui solo scendeva in campo per essa con [pg!327] un esercito numeroso ed agguerrito, sebbene, come poi si vide, insufficiente per l'impresa. Del Re Bomba il malvolere fu sempre evidente; e ben presto ed al maggior uopo, confesso e dimostro. La rimanente Italia poteva dar solo forze tumultuarie e di poco conto.
Non dico, che fosse vero, per esempio, delle truppe del Durando, quel che ne scriveva il Mérimée: Un de mes amis qui revient d'Italie a été pillé par des volontaires romains, qui trouvent les voyageurs de meilleure composition que les croates. Il prétend qu'il est impossible de faire battre les Italiens, excepté les Piémontais qui ne peuvent être partout. Credo, che lo amico del Mérimée fosse un mentitore; al postutto poi, un fatto particolare non vorrebbe dir nulla: in ogni esercito ci sono ladri e saccheggiatori e peggio; gente degna della forca e che finisce sulla forca. Ma pur troppo ned i volontarî romani, ned i toscani erano in grado di tener testa in campo aperto ad un esercito agguerrito. Si rilegga quel, che il D'Azeglio ne scriveva confidenzialmente alla mogliera.
Chi vuole il fine, deve volere i mezzi. L'indipendenza d'Italia poteva aversi solo per opera di Re Carlo Alberto, dunque avrebbe dovuto volersi l'immediata fusione col Piemonte, anche da' Veneti, che fossero stati in fondo repubblicani, perchè in somma delle somme, se non altro, il giogo piemontese sarebbe stato più lieve dell'austriaco, m'immagino; o perchè un po' di buon senso basta a suggerire, che le quistioni politiche s'hanno a risolvere una per volta. Ma gli uomini del Governo provvisorio di Venezia erano federalisti, sebbene si vergognassero di apertamente confessarlo; eran federalisti vergognosi, crittofederalisti.
Il Tommaseo scriveva al Leopardi: — «Potete ben credere, che l'unità vera della nazione è da me ardentemente desiderata; ma mi duole, che taluni si sforzino di ottenere una qualche aggregazione parziale, con modi o fraudolenti o violenti, i quali fanno al Piemonte torto o danno, e preparano [pg!328] nuove scissure, forse non meno deplorabili delle antiche». — Chi non desidera, anzi vuole, l'unità vera d'un popolo, ch'è la politica, affretta le aggregazioni parziali, le quali conducono ad essa, con tutti i modi: Roma non fu fatta in un dì; ned i carciofi si mangiano in un sol boccone, anzi a foglia a foglia. Ed il Tommaseo lesse poi nell'Assemblea veneta un discorso per provare, che: — «decidere subito sulla condizione politica di Venezia non era inevitabile, non utile, non decoroso: non inevitabile, perchè l'immediata fusione non faceva sgombrare il nemico, nè forniva danari e milizie; non utile, perchè il decidere allora diceva timore, o sarebbe stato un peso e una umiliazione di più; non decoroso per Re Carlo Alberto, cui si toglieva occasione di operare con magnanimità per farne un avventuriere che mercanteggi le battaglie, e cerchi non il premio, ma il prezzo». — Da ultimo uscì in campo — «con una generosa proposta, acciocchè il patriottico Trentino fosse unificato all'Italia» — come dice l'Errera; proposta, la cui opportunità e serietà non può sfuggire ad alcuno; ma che almeno non era ignobile, come l'altra del Bellinato, il quale volea stipulare il mantenimento del portofranco per Venezia e dazî inferiori a quelli di Genova.
Sapete l'ideale di questa gente? Una costituente a guerra finita e frattanto la continuazione di tanti governucoli, i quali, se fossero stati di devoti al Re e di provetti avrebber cagionato impaccio; essendo di gente dubbia ed inesperta, equivalevano all'anarchia. Carlo Alberto poi arrischiasse vita e corona, mettesse a repentaglio la dinastia, eccetera (mentre costoro, in casa propria, si sbizzarrivano facendo comoda e sicuramente a' ministri ed a' deputati), per esser quindi a guerra finita, congedato anche, se occorre, da una congrega di letterati e di avvocati, da un sinedrio di Totonno Tasso e Ciccio Trecquattrini! Beninteso, che i sacrificî delle antiche Provincie, grazie alla leva ed alle imposte, dovevano [pg!329] essere obbligatorî; ma quelli delle provincie poi, il cui fatto si decideva, semplicemente doni patriottici ed arrolamenti volontarî. Converrete, che le parti erano un po' leonine, fatte a questo modo; e la leoninità può scusarsi od almeno accettarsi, sol quando ci s'impone dal più forte.