Il Manin era un avvocato, d'origine israelitica, sentimentale ed ingenuo molto ed irrequieto amante di libertà non ben determinata, come accade agli schiavi, come quasi tutti gli uomini del quarantotto. Gli avvocati, gl'ingenui e quanti non hanno propositi ben chiari non sogliono esser gente adatta a fondare Stati. Facile parlatore, dallo istinto tribunizio, in ogni quistione ficcava in mezzo, chiamava in ballo la politica e l'onor nazionale, o c'entrasse o non c'entrasse, a proposito ed a sproposito. Così, per esempio, nella quistione della ferrovia ferdinandea tra Milano e Venezia. Si era dovuto ricorrere a' capitalisti esteri, cupidi, non di giovare alla Italia, anzi d'impiego proficuo; e credere, [pg!319] che i capitalisti possano esser cupidi d'altro, è ingenuità classica. Pare, che la immensa maggioranza degli azionisti non avesse fede alcuna nella direzione Italiana della società, non la stimasse capace e s'impensierisse dello avviamento preso dagli affari. Alcuni dunque proposero di cedere allo Stato la costruzione e la gestione della ferrovia sino al compimento de' lavori. Se fosse buon partito o cattivo, io, che di simili faccende non m'intendo, non oso affermare. Il Manin, che non credo se n'intendesse molto più di me, lo oppugnava. Voglio anche, ch'egli avesse ragione; ma, invece di addurre argomenti finanziarî, invece di provare all'adunanza, che la Direzione Italiana offriva loro più guarentige e migliori dello appoggiare al governo la costruzione, fece un'arringa declamatoria, che venne accolta a fischiate e di cui non possono rileggersi senza riso de' brani come questo: — «Accettare la proposta porterebbe una nuova e grande umiliazione nazionale.» — L'umiliazione nazionale c'entrava come il cavolo a merenda, parlando ad un'assemblea cosmopolita di azionisti! La mancanza di approposito e di senso pratico venne redarguita dalla quasi unanimità, che approvò la proposta.

Bene osserva il Rovani, che: — «se ci facciamo a riandare il tempo speso prima della rivoluzione dal più degli Italiani, che nel M.DCCC.XLVIII si posero o furono posti a presiedere governi, e a capitanare popolazioni, noi troveremo per ciascuno tanta materia di racconto, di considerazioni e di giudizi, che la storia della lor vita di preparazione, potrebbe assorbire per avventura quella della loro vita di azione». — Ciascuno di loro era divenuto celebre per iscritti. — «Tutti dal più al meno erano noti all'universale... gran tempo prima, che scoppiasse la rivoluzione. Tutti, fuorchè Daniele Manin. Ei si presenta all'ingresso della rivoluzione tutto solo e poco noto e quasi nudo di memorie e d'opere. Uomo senza passato». —

Caratteristica del quarantotto fu la levità giovanile, [pg!320] anzi fanciullesca, con la quale la nazione credette affrancarsi e costituirsi a furia di chiacchiere, stimando, che il chiacchierare fosse operare. Gli uomini, che salivano repentinamente al potere o riempivano le assemblee o tumultuavano in piazza o sdottrineggiavano su pe' giornali o capitaneggiavano schiere, erano per lo più impari ed impreparati alle difficoltà politiche, economiche, amministrative, militari, le quali non possono risolversi con delle belle frasi. Ma credevano in buona fede, che si potesse governare, amministrare, guerreggiare per ispirazione, entusiasmo, estro ed afflato divino, appunto in quel modo com'ogni giovinotto crede di poter poetare. Ora, che la pratica della vita libera ha diffuso il senso politico, non c'è chi non rida di certe idee e di certe pensate, che solo gli impenitenti demagoghi ed i giovani, che fan fiasco negli esami liceali, perfidiano nell'ammirare e sognano d'imitare quandochessia (che mai non se ne dia loro l'occasione!)

Nè l'inespertezza è scusa all'insipienza; scusa legittima, dico. Nèd in arte, nèd in politica meritano indulgenza alcuna i dilettanti. Direi a quelli, che s'impossessano del potere o vi aspirano, ignorando l'arte di governare, quanto è detto nel Romanzo Borghese di Antonio Furetière di chi verseggia senza studio: — «Belastre se hazarda de repondre que c'estoient des vernt faicts par des gentils hommes qui n'en sçavoient point les régles, qui les faisoient par pure galanterie sans avoir leu de livre et sans que ce fust leur mestier: Hò par la mort, non pas da ma vie, reprit chaudement Charrosselles pourquoy diable s'en mes-lent-ils si ce n'est pas leur mestier? Un masson seroit-il excusé d'avoir fait une méchante marmite, ou un forgeron une pantoufle mal faicte, en disant que ce n'est pas son mestier d'en faire? Ne se mouqueroit-on pas d'un bon bourgeois, qui ne feroit point profession de valeur si, pour faire le galand, il allait monster à la bréche et monstrer là sa poltronnerie?». — Giustissime sono le osservazioni del [pg!321] Vitet: — «La gioventù, che spolitica, non pensa affatto, che dalla sera al mattino può accaderle di veder crollare in un battibaleno per subita tempesta quanto esiste, quanto biasima, quanto oppugna; ed innalzarsi, quanto fantastica, e quindi di esser colta sprovveduta, d'esser chiamata alla manovra senza saperne boccata, e di non potere reggere il timone se non con mani inesperte. Dov'è chi si prepari e si eserciti anticipatamente alle funzioni, cui potrebbe esser chiamato, che indaga come correggere quanti censura, avido di particolari e nozioni pratiche invece di teoriche ampollose e di generalità vacue».

Le costituzioni in tutta Italia, le speranze suscitate ed alimentate da Pio IX, la repubblica in Francia e finalmente i fatti di Vienna, il ritiro del Metternich e le concessioni imperiali, imbaldanzivano gli agitatori in Venezia e sgomentavano gli oppressori, che non osavan più reprimere, nè condursi risolutamente, ignorando se gli atti loro sarebbero poi approvati, dubitando della stabilità della Monarchia Austriaca. Il Palffy concedette la Guardia cittadina e distribuì le armi al popolo, quando appunto la libertà di stampa e di riunione rendevano più pericolosa quella concessione e quella distribuzione ai disaffezionati. Naturalmente i rivoluzionarî adopraron subito i fucili e le daghe contro di lui. Fu la ripetizione della storia d'Argante che grida a' guerrieri cristiani:

Questa sanguigna spada è quella stessa.

Che 'l signor vostro mi donò pur ieri.

Ditegli, come in uso oggi l'ho messa,

Ch'udirà la novella ei volentieri.

E caro esser gli dee, che 'l suo bel dono

Sia conosciuto al paragon sì buono.

Ditegli, che vederne omai s'aspetti,

Ne le viscere sue più certa pruova;

E quando d'assalirne ei non s'affretti

Verrò non aspettato ov'ei si truova.

[pg!322] La disciplina si rilascia e la speranza della impunità, che balena agli occhi del volgo, il fa irrompere in atti di ferocia. Gli arsenalotti assassinano il loro capo, il colonnello Marinovich. Ed il presidio non impedisce il misfatto; e non se ne ricercano e puniscono incontanente, esemplarmente gli autori. Le guardie civiche, capitanate dal Manin ed assicurate senza dubbio della complicità della truppa, irrompono nello Arsenale. I soldati rimangono inerti; ed, ordinando loro un maggior Boday di operare, atto, che lo Errera qualifica di trama subdola (sic!), si ribellano, inferociscono contro il Boday, fanno causa comune col popolo, che riman quindi padron dell'Arsenale a molto buon mercato, non per virtù propria, non pe' discorsi del Manin, ma perchè la guarnigione infranse e trasgredì il giuramento militare, qual che se ne fosse il motivo. Il Palffy ed il Zichy perdono sempre più la testa e vien loro un po' di tremarella. A chi dice loro del Marinovich e del Boday e consiglia di operare, rispondono presso a poco come quel Re appo il Cornelio:

Si ce désordre était sans chef et sans conducte

Je voudrais, comme vous, en craindre moins la suite:

Le peuple, par leur mort, pourrait s'être adouci.

Mais un dessein formé ne tombe pas ainsi;

Il suit toujours son but jusqu'à ce qu'il l'emporte;

Le premier sang versé rend sa fureur plus forte;

Il l'amorce, il l'acharne, il en éteint l'horreur,

Et ne lui laisse plus ni pitié ni terreur.

Non sapendo in chi fidare omai; temendo, per le poche forze fedeli ancora, il contagio della insubordinazione; sbigottito dalle notizie di Milano e delle Provincie; non aspettando ajuti e rinforzi; obbedendo forse ad ordini superiori; bramosi certo di salvar la pelle propria e de' compagni: capitolarono. Il prete siciliano Niccolò di Carlo, che ha avuto il coraggio di scrivere un poema in due volumoni ciclopici sulle rivoluzioni d'Italia, adombra così brevemente [pg!323] questi fatti, compendiando un discorso del Manin:

.... Si scuote, si rinfiamma ed arde

D'Adria il leon, che le sue glorie ambisce,

Con l'opre nuove, che non son bugiarde.

Ei rugghia, e rugghia sì, che ne stupisce

L'austriaca possa; e quell'altier prestigio

De' vanti austriaci in un balen svanisce.

Bastan due giorni all'immortal prodigio.

Vinse il leon, nè insanguinò l'artiglio;

Italo è omai nè più dell'Austria è ligio.