Una politica da bettole ci ha condotto al trattato di Berlino, ch'è per noi umiliante e funesto. Ma, poco male sarebbe. I guai peggiori sono all'interno. I repubblicani, gl'internazionalisti e simili ribaldi, tutte le generazioni di malfattori insomma sono rimbaldanzite: ormai confessano arditamente, persino ne' Licei governativi, i loro pravi disegni, che traducono in atto al largo Carriera Grande. La diserzione, la ribellione, il regicidio sono levati impunemente a cielo e molto rimessamente puniti. L'ordine pubblico non è più tutelato a sufficienza.
Finanziariamente siamo al caos, proprio! L'Italia cammina a passi di gigante verso una catastrofe: in fondo alle amenità presenti non c'è se non il fallimento od un nuovo aggravamento d'imposte. Questi finanzieri di strapazzo hanno ferito a morte ed esautorata una tassa, che gettava molto e che, immedesimandosi col prezzo d'un oggetto di consumo universale, non era troppo fastidiosa pe' contribuenti, i quali ci si andavano a poco a poco avvezzando, dico il macinato; mentre propongono spese nuove di miliardi, e mentre falsano le cifre de' bilanci ed il sistema di contabilità, per far credere i gonzi negli avanzi inesistenti. Per poco colti e molto sciocchi, che siano, il Cairoli e complici non possono illudersi e non iscorgere l'inanità e l'assurdità del loro sistema. Ma le proposte contemporanee di disgravî e di ferrovie, debbono servire come strumento elettorale, [pg!349] per abbindolare i credenzoni. Abbacinando con tante grazie gli elettori, che non s'accorgono della impossibilità delle promesse, sperano que' messeri nuovi trionfi dalle urne. Ed il giorno, in cui i nodi venissero al pettine? In quel giorno, questi ciarlatani si ritirerebbero; e lascierebbero il paese ne' guai, e negl'imbrogli i successori, a raccôrre l'impopolarità e l'odiosità de' provvedimenti terribili od incresciosi, che essi ora preparano e rendono inevitabili. Si ritirerebbero con la popolarità scroccata. No, questo non è condursi da galantuomini! L'onest'uomo politico, l'uomo leale, dice tutto il vero, tutto il duro vero ed amaro al paese, e predica i sacrifizî, che possono rimediare al male, anche a rischio di farsi aborrire e lapidare. Gli onest'uomini non promettono miracoli inattendibili per ottenere grazia nel giorno del rendimento de' conti o per procrastinarlo, perpetuandosi al ministero, dove sono indegni di stare!
La capacità del Cairoli! Sta nell'aver reso possibile il misfatto del Passannante, nel mentire senza pudore al paese per ingannarlo, nel gettare i semi della guerra civile. Volete onorare queste belle opere e buone?
Capacità, dunque, da premiare ed onorare, nessuna; ma v'è forse in lui, come altri vuole, un carattere da ammirare ed esaltare? una tempra d'uomo da proporre come esemplare e modello?
Nemmanco. Chi non sa, che questo Cairoli ha fatta sempre professione di repubblicanismo anzi di mazzinianismo? Non era egli, non è tuttora, presidente, vicepresidente o membro onorario obligato di qualunque sodalizio demagogico? Non è di quelli, che hanno assoldato gli assassini Monti e Tognetti? Non è di quelli, che hanno per profeta il Mazzini, il quale mandò un sicario ad ammazzare l'avolo di Re Umberto? Non è promotore d'un monumento a quell'uomo iniquo, che ha vissuto lautamente per anni alle spese de' gonzi d'Italia? Non è tuttora amico intimo de' repubblicani più sfacciati? e non sorgon [pg!350] questi concordi in Parlamento e ne' giornali a difenderlo? L'anno scorso, alla commemorazione de' morti di Mentana, non camminava egli con la bandiera rossa? Ammirate consistenza di carattere! pochi mesi di poi, era ministro del Re d'Italia! S'ha il diritto di chiedergli, vedendolo accarezzato in Corte ed applaudito dalle sette, a chi serva davvero e chi inganni. Stare con Cristo o col diavolo ad un tempo non si può: fare gl'interessi del Re Umberto e della repubblica contemporaneamente, è impossibile. Chi tradisce il Cairoli? L'antico suo partito, cui lo avvincono complicità criminose di setta; o la dinastia, cui testè giurava fedeltà? o tradisce e quello e questa, pensando solo alla propria esaltazione ed al proprio profitto?
I Rabagas, giungendo al potere, rinnegano veramente per lo più la feccia, che ve li ha portati. Finchè pappan essi lo stipendio ministeriale; finchè il fumo e l'arrosto del potere sono per essi; non pensano a rovesciar la dinastia, che li tien ritti: la voglion conservata, perchè la sfruttano. Verissimo: ma ne preparano la caduta, ma ne menomano il prestigio, ma le tolgono a poco a poco ogni puntello, per rendersi indispensabili e per mettersi in grado di sfruttarne anche la caduta. Il loro ideale è quel Zorrilla, che incarrozza il suo Re per l'estero, dopo averlo obbligato ad abdicare; e continua a far da ministro, dopo proclamata la repubblica. Il Cairoli ha un brutto nome: Cairœu, in lombardo, è il tarlo; ho paura, paura, che questo tarlo del Cairoli non rovini la Monarchia.
Per credere nella fede monarchica del Cairoli, mi ci vorrebbero pruove palpabili, evidenti della sua rottura con la setta. Esse mancano; anzi egli è sempre il cucco de' settarî; ed i faziosi suoi sostenitori ci minacciano persino la guerra civile, caso questo servitore malfido e dappoco venga rimandato dal Re, dietro un voto delle Camere!
Onorando il Cairoli, si onorerebbero i Rabagas; si onorerebbero gli uomini, che mascherano ipocritamente [pg!351] la loro fede politica per giungere al potere; e che insidiano il Principe, al quale han giurato di servire, od almeno lo disservono, augurandosi di dargli o di vedergli dare lo sfratto.
— «Ma,» — direte; — «qual, ch'e' sia, quest'uomo, ha testè reso un gran servigio personale al Re, lo ha difeso ed è stato ferito difendendolo: vogliamo onorarlo per quest'atto; e, sulla ferituzza, sulla scalfittura, ch'ha alla coscia, applicare come empiastro la nostra cittadinanza onoraria.» —
Io aborro le fame usurpate comunque e di qualunque genere. Ora, se ben guardo, il Cairoli non ha fatto il proprio dovere nè prima, nè durante l'attentato; e non ha reso alcun servigio vero al Re, checchè giovi ad altri far credere.