Il Passannante è stato autore materiale, esecutore di un misfatto esecrando; ma non vi pare, che un po' di responsabilità morale pesi anche su chi gli ha guasta la mente? Chiunque implicita od esplicita, diretta od indirettamente, ha predicato la legittimità dell'assassinio politico, esaltandone i fautori e gli esecutori ed i teoretici; chiunque fu amico e lodatore del Mazzini o dell'Orsini; chiunque fu stipendiatore del Monti e del Tognetti: ha la sua parte di responsabilità in questo misfatto esecrando. A perturbar la testa del cuoco di Salvia han contribuito i mormoratori contro Vittorio Emanuele, quanti hanno sparlato delle istituzioni monarchiche, quanti hanno apertamente o copertamente insinuato, che si starebbe meglio da' popoli, tolti di mezzo i Re. Indirettamente adunque ci ha la sua parte di responsabilità anche il Cairoli. Lui ha creduto ben fare, pagando il Monti ed il Tognetti, anni sono, per commettere un codardo misfatto ed inutile; e se n'è vantato; ed altri lo han ritenuto ciò non ostante un galantuomo. Qual meraviglia, che il Passannante e la setta, che lo ha stipendiato, credessero ben fare e meritar lodi? Quando si negano i principî morali, è ragazzata meravigliarsi poi delle conseguenze, che derivano dal caos sussecutivo.
[pg!352] Se il Passannante ha potuto salire sulla predella della carrozza reale; se questa non era guardata, scortata da persone di fiducia; se la vita del Re è stata quindi posta a serio repentaglio, e con essa l'esistenza del Regno d'Italia; o non ci colpa in tutto od almeno in somma parte la cattiva polizia? Della sorveglianza monca, della nessuna tutela o cautela, è responsabile il Governo; e per conseguenza il capo di esso, ch'è il Cairoli, invece di segni d'onore, meriterebbe biasimo e castigo.
Un assassino si scaglia sul Re, ha tempo di vibrargli un colpo e due. Il Re si difende. Che fa frattanto il Cairoli? Dov'erano gli occhi suoi? dove la sua attenzione? dove il suo coraggio? Per iscuotersi, ha bisogno, che una Donna, che l'adorata nostra Regina, più virilmente sentendo, che lui, gli si volga con tuono d'amaro rimprovero e gli dica: — «Cairoli, salvi il Re!...» — Allora egli afferra non il braccio, anzi i capelli dell'assassino.... E volete onorare questo servo pigro e tardo, che ha bisogno d'un rimprovero muliebre, d'un augusto rimbrotto, per fare il dover suo, per far ciò, ch'era semplice dovere d'umanità in favore anche d'un incognito, anche d'un nimico, nonchè d'un buon Re, d'un benefattore? Ma i Cairoli sempre così! Ragazzi, sono teatralmente condotti ad arruolarsi dalla mamma; ministri, sono a stento indotti dall'amara rampogna della Regina ad aiutare il loro Re, che lotta personalmente col sicario! Ammiro la generosità di Re Umberto, che fregia il ministro scalfito alla coscia della medaglia d'oro al valor militare! riguardi politici ve lo hanno obbligato, come riguardi politici obbligavano Ludovico XVIII a tollerare il regicida Fouchè.
Io non avrei dette queste cose, se non ci fossi proprio stato tirato co' capelli. Non le avrei dette qui, se non si fosse tentato di farci esorbitare dalla nostra competenza per solleticare la vanità di uomini screditati, per servir loro di strumento. Se dispiacerà ad alcuno di veder così messa a nudo la nullità intellettuale [pg!353] e morale del Cairoli, se la prenda non con me, ma con chi ha fatto la mala proposta, sulla quale io propongo la pregiudiziale, trattandosi d'una proposta politica. E contro la quale voterò, qualora la pregiudiziale non venga accettata.
Il Consiglio Comunale approvò con sette voti contro quattro la pregiudiziale; e si rifiutò quindi ad accordare l'onorificenza proposta al signor Benedetto Cairoli. [pg!354]
[pg!355]
[APPENDICE]
L'Imbriani, permettendo la ristampa del suo studio letteraturografico sull'Aleardi, nel giornale di Foligno, L'Umbria, (30 Gennaio, 1866) vi premetteva la seguente avvertenza.
L'Italia, per necessità storiche, delle quali sarebbe vano e stolto l'affliggersi, si trova in un'epoca di raccoglimento, ossia d'improduttività artistica e massime poetica; da queste epoche maggesi, si ripete la fecondità delle seguenti; e quindi ora forse più che mai, importa il dare lo sfratto ad ogni critica superficiale ed arbitraria e il diffondere idee vere sulla poesia, acciò l'epoca produttiva, che deve seguire, che non può non seguire, che seguirà, non trascorra in insanie, non ristagni in angiporti mefitici; come esempligrazia è accaduto a quell'epoca produttiva, che per la letteratura francese succedette alla sterilità della fine del secolo scorso, e de' due primi decennî di questo; epoca che comincia colla pubblicazione delle poesie postume di Andrea Chenier nel 1821. Ed io ho consacrato e spero utilizzare la mia poca virtù all'opera di formulare per la coscienza di tutti quel concetto del poetico che è nel sentimento di ognuno, di mostrare come questo concetto si svolga e s'affermi storicamente ne' nostri capo-lavori letterarî. Il difficile dell'impresa è nella necessità di dedurre ogni principio della critica dalla scienza estetica, quando i cari nostri compatrioti hanno più avversione pe' succhi amari della filosofia, che gli idrofobi per chiare, fresche e dolci acque. Ma Torquato e prima di lui Lucrezio, ci hanno insegnato a superare queste difficoltà,
..... porgendo aspersi
Di soave licor gli orli del vaso.