Questo modo di concepir l'amore apparterrebbe al più basso comico, al buffonesco. Quando il monaco medievale raffigurava nella miglior passione umana il demonio tentatore e si crocesignava scorgendo una bella ragazza, era ridicolo; ma latitava pur sempre uno strazio altamente serio in fondo a quell'apparenza comica: tutto il fàscino della tentazione, tutto l'intenso desiderio del frutto vietato, tutta l'ebbrezza d'una gioia momentanea fruita a prezzo d'eterni tormenti. Quando l'alverniate Sebastian-Rocco-Nicolò Chamfort definiva l'amore: — «scambio di due capricci e contatto di due epidermidi» — era ignobilmente prosaico; eppure si ravvisa qualcosa di tragico in quest'uomo costretto dal ragionamento e dall'esperienza a negare la maggior dolcezza della vita. Epperò quel comico spontaneo e questo comico [pg!36] dottrinario serbano una certa dignità. Invece il comico del concetto implicito nella espressione aleardesca, risiede nell'incapacità del subjetto, il quale si dimostra disadatto a gustar l'amore. È una comicità nauseosa, come quella dell'eunuco innamorato delle sultane che attuffa nel bagno o conduce al talamo del padrone, nelle Lettere persiane di Carlo di Secondat, barone della Brède e di Montesquieu.
Ho detto è, doveva dire sarebbe, se fosse sentita ed enucleata, il che non è. Meno forse d'ogni altra cosa l'Aleardi concepisce l'amore: qui proprio non ha mai barlume di vera tenerezza o di vera disperazione, qui dove l'infimo degli scrivacchiatori coglie spesso qualche felice momento. S'egli ostenta d'essere amato, non commette un'indiscrezione scusabile dall'affetto sovrabbondante, anzi una calcolata scimmieggiatura di Vittor Hugo per propalare che una signora comiffò il chiama: mio poeta. Se impreca ad una ritrosa, non accade pel crepacuore della passione insoddisfatta, anzi per tradire, imitando Giacomo Leopardi nell'Aspasia, dispetto e meraviglia che una donna abbia potuto non istimarsi onorata e beata d'esser prescelta ad appagar le voglie d'un tanto vate. Ripeto, tutto questo tornerebbe sublimemente disgustoso, se il comico ne fosse sentito e svolto: ma l'autore parla con la massima serietà e senza evidenza.
Non sente l'amore. Descrivendo due amanti, i quali godono: — «quel soave fin d'amor, che pare All'ignorante vulgo un grave eccesso,» — il signor Aleardi ha osato chiamare i momenti di voluttuosa ebbrezza:
........ ore di cielo,
Che ne l'inferno echeggiano.......;
e peggiora nell'ultima edizione questo pessimo brano, correggendo:
Ore di ciel, che il ciel condanna.
[pg!37] Corpo di Bacco! ed io crederei che questo uomo abbia potuto amare mai? Oh quegli cui una gentile desideratissima è stata quandochessia benigna una ora; quegli che almeno con la fantasia cupidamente ha bramato un'ora di felicità; sente nel ritrarla, non casca in freddure, in concettini, in antitesi; non pensa ned al cielo, ned all'inferno: quel presente è tale che spreoccupa del futuro.
— «Ma l'Aleardi ha forse voluto manifestare la sua riprovazione per gli amori illeciti, che ne offendono il senso morale....»
— Poverino! Davvero? E gli uomini dal senso morale conturbato, gli uomini ripieni di santo sdegno contro il peccato, a' tempi nostri il rivelano coi bisticci; come un secentista, come il cappuccino nel Campo di Wallenstein, del quale lo Schiller coadjuvato dal Goethe compilò la parlata sulle opere di Abramo da Santa Chiara? Che tanfo da don Pirlone! L'Aleardi ha voluto mentire una riprovazione che non sentiva, e non gli è riuscito. Non potremmo che commiserarlo se davvero sentita l'avesse: Dante era un carattere moralmente severissimo, come non ce n'è più, e colloca Francesca col cognato nella bufera infernale; eppure piange al vederli, eppure gliene duole, eppure s'impietosisce fino a cadere in deliquio: condanna e non impreca, perchè la mente gl'impone di condannare, ma il cuore scusa; invidia que' meschini, ma la fantasia, ritraendogliene la dolce colpa, lo invaghisce di essa.
Ma lasciamo Dante: i paragoni sono odiosi. Il Nostro dichiara di amare ardentemente non so che Maria, ed in pruova le propone.....