T'impietosisci e parteggi per quella infelice ribelle, benchè il senno ti dica la legge dover essere sempre obbedita e la ribellione punita e soppressa a qualunque costo ed in tutti i modi, e che i governi costituiti hanno autorità suprema ed assoluta in chi sorge a combatterli. Quant'è sentito quel dire con enfasi, affermando Roma esser nostra, solo nostra:

Se cosa alcuna di straniero è in essa,

Sono il pianto e le ceneri de' servi,

Ch'ivi traemmo dalla vinta terra.

Spiove, l'atmosfera si rasserena:

Scuote i fogliami, che gli fero ombrello,

L'augelletto e giocondo vola via:

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Manda il ramo una stilla, e par che pianga

Dell'ospite cantor la dipartita.

Questo si chiama animar la natura, e l'immagine non sarebbe mai venuta in capo, a chi non avesse provato lo strazio di crudeli addii. — «È precetto d'Aristotile» — diceva un retore egregio del seicento — che quelle sono le ottime traslazioni, le quali cat'enérgian sono appellate; cioè, quando le cose inanimate s'inducono ad operare, come se fussero animate; quale, per esempio, è quella di Omero, che attribuisce il desiderio alla saetta di Panduro, dicendo, che ella desiderasse di volare fra gl'inimici; e quell'altra, che dice delle onde, cyrtà phalerióonta, cioè gobbe e che s'imbiancavano o incanutivano. Di questa sorta di traslazioni così parla Quintiliano: Praecipueque ex iis oritur mira sublimitas, quae audaciae proxima periculo translationis attolitur, cum rebus sensu carentibus actuni quandam et animos damus. Qualis est: pontem indignatus Araxes; et illa Ciceronis: Quid enim tuus ille districtus in acie Pharsalica gladius agebat? cuius latus ille mucro petebat? qui sensus erat armorum tuorum.» — Eccone un altro esempio Aleardesco: gli austriaci hanno innalzato la forca sugli spaldi mantovani per appiccarvi un patriota:

.... In mezzo a un campo

Scellerato, spingea le immonde braccia

Un patibolo al ciel, quasi pregasse

D'essere fulminato.

Un letteratuolo, premiato nello scorso secolo dall'Accademia francese, ha scritto: Les dieux ont un Olympe et nous une patrie. Nell'Aleardi, il poeta assunto a' cieli, li percorre, se ne inebbria, dipinge la terra come un meschino granello di sabbia e poscia con poca logica, ma con infinita poesia sclama:

Oh! potess'io, poscia che avrò veduto

Sì addentro l'universo, un'ora sola

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Rinascere alla terra Itala e sciorre

Rivelator di meraviglie un carme,

Nobile, forte, non caduco e nuovo.

Quant'è vero quest'uomo che stima un'ora di vita in patria, più che l'eternità in cielo! quanto è vero questo letterato che apprezza più la fama terrena della beatitudine paradisiaca! Ma l'ultimo verso stona; l'impressione sublime de' precedenti è ammorzata da quella gelida filza d'aggettivi qualificativi, che terminerebbe degnamente l'allocuzione d'un professor di quarta ginnasiale nell'assegnare agli allievi un tema di esercitazione rettorica. Nè si scusi l'Aleardi citando Dante:

Pareva a me che nube ne coprisse

Lucida, spessa, solida e pulita.