Nomen nobile, molle, delicatum,

Versu dicere non rudi volebam:

Sed tu, syllaba contumax repugnas!

Dicunt Earinon tamen Poetae,

Sed Graeci, quibus est nihil negatum,

Et quos áres áres decet sonare:

Nobis non licet esse tam disertis,

Qui Musas colimus severiores.

[pg!83] A' quali versi un commentatore annota: Jocatur hic noster... in nomine Earini, Domitiani eunuchi ex pulcherrimis et amatissimis: et ait nomen quidem dulcem esse, quod a vere sit deductum (Graecis enim ear ver sonat), at idem contumacibus syllabis constare, quae neque hexametri neque hendecasyllabon rhythmo congruant. Hi enim versus dactylos tantum aut spondaeos aut trochaeos recipiunt. Vocis autem istiusce Earinus tres primae syllabae breves. Sed quid obstitit, scire velim, quominus hic Noster iambicis aut scazonte uteretur? Il giambo tragico tedesco, essendo formato dall'alternarsi ripetuto d'una breve e d'una lunga, ne esclude una infinità, di vocaboli, nè per questo impaccia chi è valente.

Il verso d'Aleardo Aleardi è un verso floscio, moscio, che mi ricorda que' majali inglesi tutta ciccia, dallo scheletro ridotto a' minimi termini, schisato.[3] Non di rado si sostiene per un pezzo magnifico, sonoro; ma questo, checchè molti vaneggino, non è [pg!84] mica un pregio. I nostri maggiori poeti sol di quando in quando hanno scritto be' versi: il verso allora è indovinato quando non l'avverti, quando combacia perfettamente col pensiero. Ove si affermi come qualcosa di bello per sè, ove cattivi l'attenzione, ahi!... Quando, letto uno squarcio verseggiato, gli uditori esclameranno: — «che be' versi!» — dite pure, che il ritmo ha travolta e sommersa la poesia, che il musicale soverchia il fantastico. Non crediate però, che l'Aleardi abbia nel maneggio del verso la virtuosità, la franchezza del Frugoni o del Cesarotti. Si nota lo stento, abbondano le riempiture oziose; e vorrei sapere quali orecchie in Italia valgano a pescare il ritmo ne' seguenti endecasillabi:

..... Sarai del Cristo, anima di Maria....

..... E passò. Io stetti in disperato pianto....

..... D'espiazione; ed or le capre e l'erba...;

o quali labbra Italiane riescano a pronunziare senza incespicare questa filza di liquide: Vela la nebbia de le stelle il lume.

La lingua è flaccida, insipida, come accade sempre a' non commossi. La genitura de' giusti è frase di pessimo gusto. Zillo è un vocabolo che nessun vocabolario registra; benchè il dottor Gaetano Savî nella Ornitologia toscana, stampata in Pisa dal M.DCCC.XXVII al M.DCCC.XXXI, dica, che i rampichini propriamente mettan zilli (I, 188.) Sarà probabilmente una corruzione idiomatica di zirlo; io non la ripudierei, perchè fo buon viso a qualunque termine de' dialetti, che importi una nuova distinzione e più minuta. Ma qui rimarrebbe a spiegare da quando in qua gl'insetti abbian preso ad imitare le voci de' tordi o dei rampichini. Il ne spesso viene adoperato dall'Aleardi in modo, che rasentando la sgrammaticatura, non è certo eleganza, anzi sconcio pleonasma. L'esse impura in Italiano vuol esser preceduta dall'articolo lo; è norma, che lice senza dubbio trasgredire, ma con [pg!85] intenzione d'ottenere bellezze, per dare maggior forza, non per accozzare orrori, come:

..... E il scintillio de le fraterne spade...

..... Ma al scintillar de le serene stelle...

Pel secondo de' quali versi, che vuole esprimere una immagine gentile, l'Aleardi non potrebbe neppure accampare per iscusa di pensare, come un candidato alla licenza liceale, che conosco: — «L'articolo lo si adopera, quando si vuol essere cortesi; e l'articolo il, quando si parla villanamente.» — Opinione (chiamiamola così) che fe' sclamare a Diomede Marvasi: — «Dunque, se dicessi ad uno: ti darò un calcio nello sedere, sarei cortese.»

[XII.]

Conchiudiamo, che n'è tempo. Ho dimostrato, come Aleardo Aleardi non senta in verità gli affetti, che pretende ritrarre; tutto il resto è conseguenza necessaria di codesta premessa. Chi non sente, difficilmente ha grandi concetti; e, se per avventura ne capita uno, non ha virtù d'incarnarlo. E chi, senza proprio concetto e sentimento delle cose, s'incaponisce a scrivere, dovrà prenderli ad accatto: o da una massa comune e casca nel rettorico; e da un altro scrittore e.... ed ha delle reminiscenze. In ambo i casi cercherà di nascondere la sua nullità esagerando, spaccando, sfoggiando meriti non poetici; e le immagini particolari ed i tropi e le figure e la lingua ed il verso dimostreranno di non essere un tutto, l'espressione di un pensiero organico, sibbene un composto artifiziale, senza significato. Ed al critico avanzerà solo da spiegare un fenomeno frequentissimo nella Storia Letteraria: come un retore possa usurpar fama di gran poeta.