(M.DCCC.LXXII.)
SCORSA BIBLIOGRAFICA
In morte di Donna Bianca Rebizzo. Lettera a Raffaele Rubattino di Aleardo Aleardi. — Roma, Tipografia Barbèra, Via de' Crociferi, 44. — M.DCCC.LXXI.
— «Chi scrisse questi poveri versi amerebbe, che tutti gli uomini, i quali hanno seriamente meditato sulle cose di religione e su quello, che sarà per essere di noi al di là della tomba, prima di lasciar la vita, facessero il loro atto di fede e lo manifestassero alla gente. Egli penserebbe, che, in tanta confusione di concetti e di credenze, nella quale ogni di più si versa e miseramente si ondeggia, questa lunga serie di onesti documenti frutterebbe un gran bene all'Umanità.» — Così l'autore in una nota.
Siamo dunque avvisati: l'Aleardi ha scritto questi poveri versi per beneficare l'uman genere; questi poveri versi sono un credo, via, sono il testamento religioso e filosofico d'un pensatore, e quasi un bollettino d'un plebiscito sull'esistenza di messer domineddio e sull'immortalità dell'anima. La gente ascoltino con reverenza e riconoscenza la parola meditata, ponderata, che rischiarerà la confusione universale. Si procede alla chiama: ed, a scorno solenne degli scettici, nientemeno che Aleardo Aleardi vota pel sì: sì, c'è un dio; sì, l'anima è immortale. Ritengo, [pg!90] che questo effato non abbia punto meno autorità del celebre decreto sul medesimo argomento, suggerito dal Robespierre alla Convenzione francese. L'Italia brulica, formicola di persone, che in fondo non hanno punto sentimento religioso, che non adempiono per conto proprio alle prescrizioni di nessun culto; ma che pure affettano di dare molta importanza alla religione, perchè credono, che lo scettico inculcator di religiosità, che l'incredulo, il quale raccomandi agli altri la fede, acquisti fama di testa politica e machiavellica. Laida genia si è codesta, pei quali la religione serve a soddisfare una fatuità sacrilega. Costoro, adesso, applaudiscono al gran poeta, che tratta argomenti morali, filosofici, civili; anzi un certo P. P. in un'Appendice dell'Opinione, vorrebbe persino, che ne ammirassimo il coraggio... Ah! certo, se l'Aleardi ha coscienza della ridicolezza di quella Nota e della povertà de' suoi versi, non può negarsi la grandezza del coraggio suo nello stampar l'una e gli altri! Ma lasciamo la burletta.
Le quistioni filosofiche non si risolvono col passare a' voti. Gli atti di fede, i credi, non importano un corno alla scienza. Le affermazioni immotivate, sia pro, sia contra, sono cosa fatua e vana. Io mi fo beffe tanto di chi superstiziosamente crede senza saper ragionare la credenza sua, quanto del sedicente libero pensatore, che nega, senza saper dimostrare la sua negazione. Lo scherzare dilettantescamente co' problemi più ardui mostra la presunzione e la leggerezza dell'individuo, non altro. Meditare, pensare, non è da tutti. L'Aleardi s'immagina di aver detto qualcosa, scrivendo:
.... s'io vivente unico, in vetta
D'una rupe restassi, esterrefatto
Testimone dell'ultima ruina (del mondo),
Oh! non ancor dimetterei la salda
Fede nella immortale anima e in dio.
Orazio ha ben detto:
Si fractus illalatur orbis
Impavidum ferient ruinae;
[pg!91] e l'Aleardi non fa, se non parafrasare e stemperare questo concetto; inopportunamente: giacchè bene è alta immagine dell'audacia d'un uomo il dire, che neppure il finimondo lo impaurirebbe; ma un cataclisma non sarebbe argomento nè favorevole nè contrario alle ipotesi dell'esistenza di dio o dell'immortalità dell'anima. Tanto è vero che anche il cristianesimo ammette il mondo dover finire; e solo alcune generazioni d'atei ne hanno sostenuta la immortalità.