Eppure, se gli domandate: — «Ma cos'è dunque l'anima? cos'è dio?» — l'Aleardi sa dirvi soltanto: — «Tutto è mistero. Io non so in fondo nulla nulla e dell'uno e dell'altra. Nè per lagrime mai, nè per scienza, Quaggiù al mortale indovinar fia dato Il destin de le cose.... Qua dentro, immortale Ti sento, anima, sì; ma veramente Altro di te non so; so che a me stesso Sono un mistero.» — Gli è presso a poco il modo di ragionare di quel frate predicatore: — «Fratelli miei dilettissimi in Cristo: o dio c'è, o non c'è. Di qua non si scappa. Se c'è, qual sarà mai lo sbigottimento vostro, nel trovarvi un giorno ignudi, inermi, colpevoli, di fronte al giudice adirato ed onnipotente; che vi scruterà i lombi, che vi rinfaccerà le colpe vostre più secrete: quelle che avevate nascoste a tutti; quelle, che avevate dimenticate voi medesimi. Ma, mentre voi commettevate e dimenticavate, un angelo le registrava lassù in un volume eterno ed indistruttibile. Quali scuse balbetterete allora? quali attenuanti accamperete? Lì non varranno i sofismi della eloquenza venale del foro, lì non potrete allegare compri testimonî, che vi discolpino e calunnino altri. Come rimpiangerete allora, fra le lagrime e lo stridor dei denti nella profonda geenna, di aver sacrificata la felicità eterna, di avere incontrata l'eterna dannazione, per poca e transitoria e monca voluttà! Ma il pentimento sarà tardo e vano, il danno irreparabile. Se poi dio non c'è... Oh! ma c'è!» — Anima e dio, sono due parole: tutti le adoperiamo; ogni terminologia filosofica le ammette; ma [pg!92] bisogna scrutare un po' qual concetto adombrino secondo la bocca, che le profferisce. Dire: — «io credo in dio;» — equivale al non dir proprio nulla, se non mi spiegate cosa intendiate per dio; cioè, su quali argomenti fondato e quali deduzioni seguendo, siete giunto ad un concetto determinato. L'Hegel, Pio VII, Fraddiavolo, il Royer-Collard, credevano tutt'e quattro in dio: ma il dio dell'uno non era certo quello degli altri tre; il mio dio non è quello dell'abate Curci, nè quello del lustrastivali, che sta alla cantonata. Dio essendo infinito, nessuna mente umana finita può concepirlo tutto qual'è, ognuna ne vede solo una parte, uno aspetto, e crede però, che quell'aspetto sia il tutto. Quando l'Aleardi pretende di avere escogitata una panacea morale col dire, che crede in dio e nell'immortalità dell'anima, mi ricorda que' demagoghi ingenui, che stimerebbero felice la patria, purchè si proclamasse la repubblica, senz'avere alcuna idea precisa sul contenuto da darsi a questa repubblica futura. Fede, significa cognizione; cognizione forse inesatta, forse falsa, forse supposta, ma cognizione sempre. Pigliate la più melensa femminetta del volgo; interrogatela; e vedrete, vedrete com'ella conosce tutte le determinazioni del suo dio. Ne avrà un concetto grande o meschino, sublime o grottesco, alto od ignobile od anche irriverente: questa è un'altra quistione! ma un concetto ne ha e chiaro e preciso. La parola dio, nella mente di lei, suscita un pensiero, una rappresentazione: e rappresentazione e pensiero sono forme della cognizione. Invece l'Aleardi si contenta del semplice flatus vocis, rammentandomi quel motto arguto d'una franzese: — «il vocabolo dio, maschera con la sua grandezza il vuoto del pensiero di chi 'l profferisce[4].» — Sotto al cranio di questo messere non c'è dunque, ed egli stesso il confessa, idea di sorta, che risponda alla parola [pg!93] scarabocchiata dalla sua penna. Dunque non crede, affetta di credere.

Del resto, voglio dimenticare quella nota fatua: abbiamo qui de' versi; voler loro attribuire un'importanza scientifica è stolta cosa, ma ne potrebbero, ne dovrebbero avere una artistica. L'hanno?

No, pur troppo. In questo carme In morte di Donna Bianca Rebizzo, ritroviamo peggiorato il vecchio Aleardi, senza fantasia, senza originalità, buono solo a rubacchiare altrui imagini e motivi ed a farne un centone innestandovi amenità, platealità e concettini. In fondo egli ha voluto soltanto rifare L'Espoir en dieu di Alfredo di Musset; rappresentare un uomo straziato fra l'impossibilità di credere e l'impossibilità di discredere, (sarebbe poi lui); ed il quale, malgrado che la ragione abbia distrutto l'Olimpo, il ricrea col sentimento e con la fantasia, mosso dall'orrore della morte. Giacchè, non serve il dissimularlo: gli è appunto questo sentimento vigliacco, il prono amor della vita, il non sapervi rinunziare,

Il non saper nell'orba fantasia

La morte immaginar, che cosa sia,

(come è detto ne' Paralipomeni della Batracomiomachia,) da cui prende le mosse l'Aleardi. Non ha l'animo stoico; e rifugge dal voto altero d'un poeta romano, il quale augurava l'immortalità materiale a' codardi e la morte in premio a' prodi: Mors utinam pavidos vitae subducere nolles; Sed virtus te sola daret! Non ha la mente epicurea, nè può capire Lucrezio, quando questi esclama, che l'idea della vita eterna distrugge ogni moralità, perturba ogni vita civile e la chiama... metus... Acheruntis... humanam qui vitam turbat ab imo, od il Bruno, quando dice, che le speranze di essa: Humanam turbant pacem saeclique quietem, Extinguunt mentis lucem, neque moribus prosunt. Tali concetti non sono pane pe' suoi denti. Egli ricorda Menandro aver detto: — «Muor giovane colui, che al cielo è caro;» — ma [pg!94] gli sovviene pure l'Achille dell'Odissea parlare altrimenti; ma pensa, che i giovani antichi certo non avran lasciato senza dolore la dolce consuetudine di vivere e di operare. Considera che i sacerdoti d'ogni generazione hanno un bel prometterci il paradiso: riman problematico, e la terra è tanto bella! E sclama: — «Oh potere essere rassicurato sull'avvenire, ottenere certezza della durata nostra in tanto dubbio! Io voglio credere, io ho bisogno di credere, io credo!» — Sta bene, con questa tela, su questi sentimenti, la fantasia può ricamare. Ma l'Aleardi non sa concretare in immagini l'amor della vita, la paura dell'òbito, il dubbio sulle promesse sacerdotali, la sua pretesa fede, il suo preteso dubbio; egli non sa creare un dio, cui prostrarsi; e la stessa ragione, che non dà valore filosofico al suo credo, gli toglie anche la possibilità di acquistar valore artistico. Voi non sentite lo strazio di un uomo in questi versi; la personalità del poeta è nulla e quindi il suo centone rettorico ci lascia freddi.

Rammento un grazioso aneddoto, che lessi nelle Memorie della Contessa di Genlis; di quella Genlis, sulla quale fu fatto l'epigramma:

Comme tout renchérit, disait un amateur.

Les œuvres de Genlis à six francs par volume!

Autrefrois, quand son poil valait mieux que sa plume,

Pour la moitié j'avais l'auteur.

Il signor di Louvois, figliuolo del marchese di Souvrè, giovane scapatissimo diciottenne, si trovava in Brest con molti debiti e punti quattrini. Scrisse al babbo per ottenerne; e, non ricevendo risposta, pensò di recarsi al castello di Louvois, dove il marchese rusticava nella state. (Apro una parentesi. Questa villeggiatura non era del tutto volontaria. Quando Ludovico XV esiliò il Maurepas, ministro della marina da trent'anni, perchè indiziato autore della quartina seguente contro la Pompadour;

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La Marquise a bien des appas:

Ses traits sont vifs, ses grâces franches,

Et les fleurs naissent sous ses pas...

Mais, hèlas! ce sont des fleurs blanches!