il marchese di Souvré disse ad alta voce nella camera da letto del Re: — «Per bacco, faceva accortamente il Maurepas, quando era in auge, portando sempre seco la berretta da notte: un cortigiano non sa mai dove può toccargli di dormire, e molto meno un ministro.» — Spiacque al Re la facezia: e chiese in tono severo: — «Signor Marchese, quando pensa di partire pe' suoi feudi?» — «Domani, Maestà» — rispose il Souvré alteramente. Chiudo la parentesi). Dunque, il povero Louvois conosceva la rustichezza del padre, inasprita dal dispetto di star lungi dalla corte, in provincia, a domicilio coatto. Era proprio il caso di rinnovare il Miracolo di Maometto; e, giacchè i danari non volevano venir a lui, andar lui da' denari. E, per fare le spese del viaggio, gli convenne vendere tutte le sue robe. Gli avanzò solo una giubbaccia consunta. Malissimo accolto dal genitore, ne' primi tempi non pensò neppure a salassarlo. Ma, una sera, il Marchese annunziò al figliuolo, che il posdomani sarebbero venute a pranzo le più nobili e più ricche signore del contado: — «Spero» — soggiunse, — «che avrà la bontà di smettere questo sconcio abito da viaggio e di vestirsi decentemente.» — Il Marchesino, non osando confessare di non possederne proprio alcun altro, dichiarò di aver portato seco soltanto abiti vecchi; e, cogliendo la palla al balzo, chiese denari. Il padre rispose in modo, che non dava campo ad insistere od a sperare, poter'egli addivenire a più miti consigli; sicchè il giovane rispose: — «Sarà obbedito. Metterò un altro abito.» — Nella sua camera da letto, c'era una gran tappezzeria a figure; ne staccò un lembo, che rappresentava Rinaldo ed Armida; e, mandato pel sarto del villaggio, gl'impose, che in ventiquattr'ore ricavasse da quell'arazzo un vestito [pg!96] intero: giubba, panciotto e brache. Il sarto fece le maniche con le braccia di Armida; mise sul dorso la testa di Rinaldo, con elmo e pennacchio; due amoretti ed un frammento dello scudo formavano il resto della giubba, che il Marchesino indossò giubilando. E rimase tappato in camera ad aspettare pazientemente le visite. Come udì entrar le vetture nel cortile, giù per le scale, sudando pel peso degli abiti, reso anche più intollerabile dal caldo del luglio; balza e corre con tutta serietà a porger la mano alle signore, che scarrozzano. Queste, stupite, tempestavano indarno di domande il Marchesino, che le conduceva trionfalmente in salotto, quando sopraggiunse il padre. Scorgendo il figliuolo adorno delle spoglie opime della sua stanza e la Gerusalemme Liberata ridotta a giubba e brache, rinculò di tre passi e chiese in tono fulmineo ragione della stravaganza, della mascherata intempestiva: — «Non siamo di carnevale, ned al ballo dell'Opera, signore!» — «Babbo» — rispose il Louvois — «Ella mi ha imposto di mettere un abito nuovo; e, non potendo io disporre di altra stoffa, ho dovuto impiegar questa per obbedirle.» —

Trattando la fantasia, madre dei poeti, trattando, dico, lo Aleardi da madrigna, dimostrandosi seco avarissima, non somministrandogli mezzi per rivestirsi ammodo, il poveraccio ha creduto lecitissimo di farsi cucire un bell'abito con brani tagliati dalla stoffa del Leopardi: e di questo, quando una volta si ammette, ch'egli sia spinto a perpetrar versi da una specie di forza irresistibile, non oserei fargli una colpa grave:

... il poverel digiuno

Scende ad atto talor, che 'n miglior stato

Avria in altri biasmato.

Se non che, ciò ch'era bellissimo come tappezzeria, per quanto industre si dimostri il sarto, sfigura ridotto a giubba. La descrizione della gioventù è desunta [pg!97] dalle Ricordanze, e guasta[5]: l'orrore d'una giovinetta antica per la morte, è desunto dal canto Sopra un bassorilievo antico sepolcrale, e guasto; le interrogazioni alla natura, quel chiedere il perchè delle cose, son desunti dal Canto notturno d'un pastore, errante nell'Asia, e guasti. Fa proprio dolore; è uno strazio, il veder così manomessi que' pensieri, che siamo avvezzi a venerar da fanciulli, appunto come figure, che adornano da lunga pezza le stanze della fantasia, in cui solevamo andare a diporto. Il Voltaire leggeva un giorno la sua Semiramide, presente il Piron: c'erano intercalati nella tragedia versi del Cornelio e del Racine: quantunque volte se ne incontrava uno, il Piron faceva una gran reverenza con tutta serietà. Il Voltaire gliene chiese la ragione. — «Oh prosegua pure! Non badi, sa? È un'usanza, ch'io mi ho, di salutar la gente, che conosco.» —

[pg!98]

Tanto è vuoto di fantasia, tanto è retore l'Aleardi, che, per rappresentarci la morte subitanea di gocciola d'una cara donna e venerata, (se non pregevole e veneranda,) nel giorno suo onomastico appunto, in mezzo ad una raccolta di persone, che le voglion bene e radunate per festeggiarla; scena, la quale avrebbe potuto essere straziante, sol che si fosse stati veri nel ritrarla; tanto è retore l'Aleardi, che ha bisogno, per ispiegarla, di fingersi un angelo, il quale scenda dallo empireo a dare un bacio alla donna! Cosa, cui non crede certo lui; cosa cui non ci può far credere, giacchè sappiamo benissimo le apoplessie fulminanti non venir cagionate da baci d'angeli, generazione d'esseri, la cui natura è del resto poco nota, quantunque nel dugento Brunetto Latini e l'abate Fornari a' dì nostri, ne abbian parlato ex-professo. Se uno scolaretto, al Liceo, introducesse una zeppa cosiffatta in un suo componimento, gli daremmo zero punti! Ma cosa diremo, cosa diremo di coloro, che, leggendo tal minchioneria, più vecchia del brodetto, sclamano: — «Non è inaspettata e nuova l'immagine della morte fatta apparire in forma d'angelo? E in quel freddo bacio non è forse espresso vivamente tutto l'orrore della morte?» — L'incapacità del lettore corrisponde all'impotenza dello scrittore. Il quale, è da stupire, come non abbia avvertito, che, facendo supporre a Donna Bianca, lo angelo esser venuto a complirla pel suo onomastico, ci sforza a ridere alle spalle di costei, rappresentandocela per bamba e sciocca quanto Madonna Lisetta da ca' Quirina, che avea per intendimento l'Agnol Gabriello.

..... A un tratto apparve

Un angiolo da lei sola distinto:

Avea nere le chiome e l'ali nere,

Punteggiate di stelle; e, nelle nere

Pupille, ardeagli un lume agonizzante,

Che parea tremolar nello infinito (??).

— «Angiol» — ella gli disse — «Angiolo bello,

Forse e tu pure a festeggiar venisti

[pg!99]

La mia giornata?» — «A compierla» — rispose;

E in fronte la baciò...

Le personificazioni sono sintomo di fantasia inerte, che sostituisce una cifra ad una immagine; e, per poco, che si prolunghino, divengono ridicolissime; e sfido io chicchessia a non isghignazzar delle speranze, che mettono le piume e volano cantando pel novo aere:

.... poi, che il Vero,

Freddo saettator, nessuna ancora

Ne uccise....

È ben naturale, che chi scrive senz'alcuna favoleggiativa si lasci distrarre da quanto incontra sotto la penna. Allorchè manca un sentimento, un pensiero dominante, che investa, che invasi lo scrittore; che determini le proporzioni d'ogni immagine, d'ogni metafora; che metta ogni cosa al posto: si cade nelle amplificazioni, nelle personificazioni, si adoperano mille frasi per dire una cosa, anfanando; si perde ogni temperanza. Allora non si sa più chiedere alla Natura, perchè c'è la terra, senza farne una descrizione geologica. Allora, nella crocifissione di Cristo, i due legni in croce in cima ad un colle divengono l'importante; e dell'anima del crocifisso, di quell'anima ardente di amore operoso, non se ne parla neppure. Allora si dice, che, allo apparire del cristianesimo,