.... per le sacre selve
I fauni agonizzâro alle scontrose
Driadi moribonde avviticchiati;
E galleggiar sopra i flutti marini.
Dell'estinte Nereidi le salme....
E queste sono pure frasi, alcune sconce e ributtanti. L'Aleardi sa benissimo, e noi meglio di lui sappiamo, che il dire: i fauni, le driadi e le nereidi son morti, è una metafora; che, in realtà, non son morti, perchè non vissero mai; che soltanto l'uomo [pg!100] ha cessato di credere alla loro esistenza. Volendo precisar troppo la metafora e trattarla come cosa salda, si cade nel goffo e nel vuoto. La primavera della vita è buona metafora; ma i prati della primavera della vita, e la fanciulla, che col piè sedicenne va correndo lungo i prati della sua primavera, sono goffaggini le quali non significan nulla. La terra, che sprofonda perfidamente e scende a la riva squallida d'Acheronte, è qualcosa, che non giungo a capire. Non ci può esser nulla di più antipatico del vedere sfilare una frotta di sostantivi a braccetto con altrettanti aggettivi, come ne' versi seguenti:
.... lo stesso Achille
Deiforme avria tolto essere in terra
Schiavo affamato di signore avaro,
Anzi che dominar scettrata larva
Sull'ombre vane de la morta gente.
Che cascaggine! Il moral cipresso, è insulso. Fondere in lagrime, sarà francese, ma Italiano non è. Metter risi per ridere, non si dice: quel tutta mettea risi la casa, fa credere, che tutta la famiglia, compresi la Bianca Rebizzo e Don Raffaele Rubattino, stessero affaccendati in cucina e mettessero a cuocere i risi, come dicono nell'Alta Italia.
L'acque mediterranee ululava...
Se bionda scenda o argentea la chioma....
Di dio, oppure fiammelle distinte...
sono versi cacofonici per lo sconcio incontrarsi delle vocali o per dieresi inopportuna. Del resto pare, che in alcuni casi l'Aleardi abbia profittato della lezione, ch'io gli ho data altra volta: quindi non usa in questa epistola nomi strampalati di piante; ed ha imparato, che viaggia è trissillabo, non dissillabo, come usava adoperarlo prima. È qualcosa! Impari pure, che le lettere in versi si chiamano da noi: Epistole.
Tutto questo, mel so, non impedisce, che molti contemporanei chiamino Aleardo Aleardi gran poeta, [pg!101] gran pittore; uomo, che ha una natura a sè; originale, nuovo nelle immagini; venusto nella forma; vivo e maestrevole nel colorito. Dican pure. Il plauso de' contemporanei sciocchi non vuol dir nulla. Chi conosce ora Ludovico Aleardi? Certo, nessuno. Or bene, costui dedicava il XXVIII marzo MDCXII a Giovanni Vendramino, podestà di Vicenza, una sua favola boschereccia, intitolata Origine di Vicenza[6], stampandovi in calce, come usava allora, parecchi sonetti di diversi in lode dell'autore e dell'opera. Usanza dismessa! A' di nostri, abbiamo invece i soffietti su' giornali, sulle Nuove Antologie, sulle Riviste Europee, non meno inverecondi; opera d'anonimi per lo più, talvolta di salariati o compiacenti dello scrittore, il cui libro si giudica, ed in qualche caso di esso scrittore medesimo; soffietti, che poi taluni autori fan persino ristampare dietro [pg!102] alle loro sconciature od in opuscoli a parte o che gli editori riproducono su' loro cataloghi: mutatis mutandis è la stessa cosa. Dunque, fra gli altri sonetti in lode di Ludovico Aleardi, ve n'è uno del Fervido, accademico Incerto, che scrive:
Canti con stil sì chiaro e sì facondo,
Aleardi, ch'estinta a terra cade
La possanza del tempo; e la pietade
Tua varca ardita oltre l'oblio profondo.
Il Confuso, Accademico Inviato, ribadisce la lode:
Forma sì dolce la tua musa il canto,
Che non ha chi l'agguagli..... In Elicona
Poggi sì ardito e con perpetuo onore
Tessi fregi di glorie a le tue carte.