Potrà darsi, che la pubblicazione di questo volumetto stuzzichi un vespaio. Che m'importa? Ad un Italiano, amante della patria e devoto alla dinastia, che può importare di persecuzioncelle letterarie in questo momento? Qual pettegolezzo o briga o dissapore privato può aggiungere all'amarezza, ch'io provo, vedendo il potere in mani abjette e malfide, scorgendo i pericoli, che corrono la Monarchia [pg!3] e l'Unità, prevedendo l'avvenire, che ci minaccia?

. . . . La cruda e iniqua

Ragion di parte vinse

Valor, senno e virtù; sì che in segreto

Ne geme Italia, rossa di vergogna[1].

Uomini peggiori e più scadenti no, che non è possibile l'immaginarne, ma uomini ugualmente malvagi ed insipienti, son forse giunti qualche rara volta altrove al potere: però sempre in tempo di rivoluzione, ne' parossismi della massima perturbazion morale, quando la canaglia prevaleva e sopraffaceva armata mano. Che il santuario dello Stato potesse venir profanato in tempi ordinarî e per le vie legali da tanta dappocaggine ed iniquità; che, per un voto delle Camere, ratificato dagli elettori, dovessimo subire questo obbrobrio di Ministero; mi spaventa e sgomenta. Qual è dunque mai lo stato morale e sociale dell'Italia, se qui è possibile e si tollera pazientemente quel, che altrove non si ammetterebbe neppure come ipotesi?

Per la patria e la dinastia, inseparabili nel cuor mio, nulla posso: non posso nè lavar la macchia, nè rimuovere il pericolo. Ma stimando, che chiunque, comunque, ancorchè per un solo istante abbia potuto acquetarsi ed anche solo mentalmente [pg!4] consentire ad un tanto vitupero e scempio, debba arrossirne; voglio almeno, a tutela della fama mia, dichiarare, pure innanzi a questo volumetto, ch'io non ho nulla di comune con la banda de' sedicenti progressisti.

Roma, 7 Gennaio 1877.

Imbriani.

[pg!5]

[IL NOSTRO QUINTO GRAN POETA]

(ALEARDO ALEARDI)