Ai quattro studî si sono aggiunti due altri, l'uno sul Manin e l'altro sul Cairoli, secondo era divisamento dell'istesso Imbriani, tanto da esserne in trattative con qualche editore; trattative non conchiuse per ragioni, che, qui, è inutile specificare. In fine, ho raccolto, in appendice, tre o quattro altre cosette, che, altrimenti, sarebbero andate smarrite; e che, (se non m'inganno) giovano alcun poco a meglio chiarire il suo pensiero.
E godo commemorare il secondo anniversario, (che ricorre oggi) della morte immatura del povero Imbriani, con la pubblicazione di un'opera, la quale maggiormente giovò a farlo conoscere che è tanta parte di lui. Anzi, fo voti, che questo sia l'inizio d'una serie di ristampe de' tanti suoi lavori, perchè ritengo, non potersi meglio onorare la memoria, se non divulgandone gli scritti, in cui rivive la sua simpatica ed originale personalità, e contribuire, in tal guisa, a fargli rendere giustizia dalla coscienza nazionale.
Capodanno, M.DCCC.LXXXVIII.
Gaetano Amalfi.
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[pg!1]
[AVVERTENZA]
Ripubblico, ritoccati, ma senza alterazioni sostanziali, quattro studî critici, scritti parecchi anni fa. Vennero stampati dapprima in giornali o riviste; e conservano sempre la macchia originale, essendo conditi di capestrerie, che dovevano, secondo me, renderli tollerabili al palato de' lettori di Appendici, Se non erro però, sotto all'intingolo più o men pruriginoso, v'è cibo sano e nutriente.
Ho intitolato il volume Fame Usurpate. Un birrichino d'un pretazzuolo schiericato, mi fece un casa del diavolo addosso, perchè avevo adoperato, in non so che versucciacci, Fame, plurale di Fama. M'ero servito di quel vocabolo pensatamente e confortato anche da esempli numerosi del Petrarca e del Boccaccio. Quindi, invece di recitarne il mea culpa, colgo con piacere l'occasione di ripeter la parola sopra un frontespizio, per mostrare in qual conto tenga le riprensioni delle birbe, degli sciocchi e degl'ignoranti, che s'imponeano a parlar di lingua, senz'aver neppur letto i migliori nostri scrittori.
[pg!2] Non c'è cosa, ch'io aborra quanto le riputazioni scroccate d'ogni genere; quanto le virtù posticce, gli eroi (façon Sapri) finti ed i falsi dei. Nulla di più dannoso per un popolo de' culti irrazionali, di ogni venerazione inconsistente. Ho cercato sempre di purgarne l'animo mio; ed ho sempre consigliato altrui di tenersene immune, di resistere agli andazzi, di non venerare od amar checchessia, se non a ragion veduta. Da sedici anni, in questa Italia, che mi riesce tanto diversa dal mio desiderio, veggo invece l'impostura e la ciarlataneria riscuoter plauso e trionfare; farabutti e dappochi incensarsi a vicenda; le fabbriche di grandi uomini artificiali ingombrare il mercato politico e letterario, e cattedre e parlamento, di prodotti di scarto. Non inchinandomi ad alcun vitello, nè di carne nè d'oro; non comperando io lodi bugiarde con encomî menzogneri; dicendo sempre quel, che io stimo vero; mi son procacciato nemici e malevoli senza fine, molti dolori e non ho fatto gli affari miei. Ma non me ne duole; ch'io so d'aver fatto il dover mio, ch'è meglio.