... i cari, che ingannò il giocondo

Fugace istante,....

Lo impresario del Goethe vorrebbe, che ne' drammi tutto fosse nuovo e di momento, ma piacevole nel contempo; il Persico gli fa desiderare che tutto riesca nuovo e, che più monta, alletti. Dice il tedesco: mostratevi esemplari (musterhaft); e la versione: fatevi innanzi maestrevolmente (come se nel testo fosse: meisterhaft). Poco più in là, nell'originale, l'impresario dichiara non esser mortificato da un biasimo; nella traduzione egli non n'è scosso. Una nottolata diventa una notte selvaggia (sic!) Potrei continuare all'infinito: e nelle stesse sei prime paginette, onde io desumo questi esempli, c'è peggio.

Il volgarizzamento del Maffei, ripetutamente annunziato, non era ancora di ragion pubblica, quando stampai per la prima volta questo lavoruccio sul Fausto. In qual conto debba tenersi potrà desumersi da un'altra mia dissertazioncella.

Finalmente la traduzione dello Scalvini e del Gazzino, prescelta nella recita teatrale (e con poco avvedimento, perchè la soppressione del verso fa una gran tara alle bellezze del Fausto,) può servir solo a mostrare la ignoranza supina de' due traduttori, i quali, parmi, ne sapessero di tedesco quanto d'Italiano. A dare un saggio della lor buaggine, basti 'l dire, che traducono Fliegengott (cioè: Belzebù) per — [pg!112] «Moschedio» —; Valpurgisnacht (tregenda) per — «notte di Valburga[7]»; Eröffne ich Räume vielen Millionen Nicht sicher zwar, doch thätig-frei zu wohnen (schiudo spazî dove molti milioni abiteranno, se non sicuri, operosamente liberi almeno) per — «Io schiudo un territorio per miriadi d'uomini, i quali si trarranno ad abitarlo, se non rassicurati da certezza, che non ammetta dubbio alcuno, con isperanza almanco di godersi la libera attività dell'esistenza» — Chiaman poi oscuro il Fausto! Diamine, se l'imbrogliate di questa fatta! Fausto moribondo dice, che l'orma della sua vita non può in Aeonen untergehen. Il Gazzino non capisce quella parola greca o aiòn (epoca lunga, eternità); e traduce: — «non può andar inghiottita dall'Eunoè[8]» — Un paio di stivali calzati da Mefistofele, stivali magici, che fan far passi da sette leghe l'uno, diventano per lui una coppia di rospi, che saltellano. Ma che rospi! lunghi ben sette miglia! E nota, che un miglio tedesco da quindici al grado ne val quattro delle Italiane o geografiche. Rospi maggiori di quelli incontrati [pg!113] da Rinaldo nel secondo canto del Ricciardetto.

A piè di questa smisurata pianta

Vide legata una gentil donzella,

Che i crini d'oro con la man si schianta,

E si affligge, e si affanna, e si arrovella.

Ma, come dir si suole, ai sordi canta;

E quel, che par più cosa atroce e fella,

Le vide star da dritta e da sinestra

Due bestie, lunghe un tiro di balestra.

Eran questi due rospi velenosi

Grossi così, sì sporchi e disadatti,

Che avrian fatto di loro timorosi

Non pur la donna de gli angelici atti,

Ma gli orsi ed i cinghiali setolosi,

E s'altra è fera, che in boschi s'appiatti;

Che ognun di loro egli era fatto in guisa,

Che avria co' morsi una balena uccisa.

Tutto il lavoro è su questo andare! Eppure si stampa e ristampa! e si loda e riloda! Il Lafontaine avea ragione: — «Un minchione trova sempre un più minchione per ammirarlo.» — Un sot trouve toujours un plus sot qui l'admire. Vedete l'abate Fornari quanti e quali ammiratori ha!

[II. — Imparzialità Italiana.]

Turàti dunque gli orecchi alle blandie dell'impressione, ch'è una sirena fuorviatrice, giudicheremo il Fausto come va giudicato, e come (ch'io sappia) non fu per anco giudicato; vale a dire secondo l'essenza ed il valore intrinseco. Ci sarà norma e codice quella scienza critica, che procede ignara di riguardi per illustrazion di nomi; irrispettosa d'ogni autorità, che non è il vero; spiattellando alle riputazioni usurpate, come Don Giovanni De Vargas agli Stati Generali dei Paesi-Bassi, un franco: non curamus previlegios vestros, cui l'esser maccheronico non minora solennità. E la applicheremo con quella imparzialità Italiana, che può insuperbire di non aver mai degradata una quistione artistica a quistione [pg!114] di puntiglio nazionale. Ecco una delle non poche faccende, nelle quali, bisogna pur convenirne, siamo popolo esemplare. Più volte spropositammo, sollevando immeritevoli sugli altari; ma, sfumata l'ebbrezza momentanea, li abbiamo ricollocati tranquillamente al posto loro, guardandoci ben bene dall'imitare que' bravi tedeschi, cui non rimorde scrupolo di sublimare il consigliere aulico Federico di Schiller sopra l'Alfieri ed il Cornelio e d'esaltare la cornacchia Lessing per le penne rubacchiate al pavone Diderot, torbo quanto volete ma furibondo no. Invece l'Aretino ed il Cavalier Marini ed il Metastasio e tant'altri non caddero dal cuore e dall'estimazione di nessun altro popolo così prontamente e compiutamente come da quella del proprio; anzi, potrebbero giustamente lagnarsi della troppa severità dei concittadini e chiedere la revisione del loro processo. — «Gl'Italiani,» — scriveva Michel Montagna — «che ragionevolmente si vantano d'aver la mente più svelta e la parola più sana, che le nazioni contemporanee, han testè conferito il titolo di divino all'Aretino; in cui, salvo il parlar gonfio e tempestato d'arguzie, ingegnose certo, ma lambiccate e fantastiche, oltre l'eloquenza in somma, qual ch'ella sia, non veggo nulla al di sopra della comune degli scrittori del secolo, non ch'egli s'avvicini alla divinità antica di Platone.» — Ma fu proprio sola la nazione Italiana a chiamar divino lo Aretino? E gli appiccicò quello epiteto sul serio? I versi dell'Ariosto mi pajon satirici. Le collane d'oro non gli venivan date da Italiani. Da noi, si applaudi principalmente, perchè flagello de' Principi, che non avevamo allora motivo alcuno di venerare od amare. E, del resto, quanto tempo serbammo sugli altari quell'idolo? Chi legge più lo Aretino in Italia? Ed altrove è pur tuttavia oggetto di studio e se ne stampano biografie. Il Marino fu più divinizzato in Francia, che tra noi: lì ebbe più solide testimonianze d'ammirazione. Ma nè gli uomini tutti, nè tutte le nazioni sanno praticar [pg!115] la giustizia verso di sè e verso degli altri. E, se la nostra è da noverarsi tra le fastidiose, che disprezzano con amore ogni cosa propria, che le valutano al disotto del pregio intrinseco, ce ne ha pure di buffamente presuntuose, sempre con lo chez-nous a fior di labbra, capacissime, come la villana rifatta di Carlo Goldoni, di rammentare con rammarico i fagiuoli scaldati del tugurio paterno, mentre s'affrettano ad imbandirle ghiotte vivande,

..... in bianche spoglie....

..... Prodi ministri; e lor sue leggi detta

Una gran mente, del paese uscita,

Ove Colberto e Riciliù fur chiari.

L'Italia odierna versa in condizioni, che la privilegiano di rimanere immune da ogni invidia, come da ogni vanità in fatto d'Arte. Dopo aver incarnate spontaneamente tutte le categorie estetiche, adesso non si trova più in un'epoca produttiva. Siamo letterariamente nello stato di sicurezza e d'imparzialità, che risulta dal meritato possesso ed incontestabile di un'alta posizione; nello stato appunto, in cui politicamente si trova l'aristocrazia d'Inghilterra. Non possono tôrci d'aver fatto quel, che s'è fatto; e ci riposiamo sugli allori passati, e, sendo inerti al presente, nessuna rivalità viva può accecarci gli occhi della mente, annebbiarci lo intelletto. Stiamo per ora fuori della mischia; assistiamo come spettatori alle gare altrui; anzi, se si ha da dir proprio tutto il vero, neppure a queste gare altrui abbadiamo gran fatto. Ove il critico e l'estetico Italiano dovessero limitarsi ad esaminare le scritture pubblicate in patria alla giornata, potrebber chiudere bottega: son pochissime; e, le più, immeritevoli, che altri se ne occupi di proposito. Non oserei certo affermare, che una sola delle opere pubblicate da quando sono nato io fino adesso, possa scendere a' posteri, possa venir letta universalmente da qua a... non dico altro, ma un quindici o venti altri anni. La nostra letteratura sonnecchia; corre per lei un'epoca improduttiva, una [pg!116] stagione morta. Ed il poco alimento, che assorbe questo boa intorpidito, ch'è la fantasia Italiana, consiste in traduzionacce od in roba forestiera.