Eppure, i verdi succhi sono in moto sotto la corteccia, che par secca; eppure, in questo raccoglimento della fantasia nazionale, durante questa apparente inerzia, questo sopore della favoleggiativa nostra, si prepara, si elabora il nuovo indirizzo, che poi andrà maturando per secoli; si accozzano e digeriscono dalla coscienza nazionale gli elementi del nuovo mondo poetico. L'Italia, ora, nol partorisce, gli è vero; ma non già perchè sterile, come giudica taluno, anzi perchè pregna. Il vulcano è addormentato, non ispento; e presagisco prossimo un nuovo periodo eruttivo. Ed, appunto per ciò, non s'offerse mai più largo campo e fecondo alle fatiche del critico. Possiamo non solo formolare il giudizio della nazione sulla sua attività letteraria ed artistica passata e contemporanea, anzi additarle pure, in certo modo, quel, ch'essa ha da fare; la via, nella quale s'ha a mettere. Spetta a noi lo sgombrare e dissodare il terreno; il collocar le guide, sulle quali scorrerà velocissima la nostra storia letteraria; il dare lo sfratto a' pregiudizî ed agli errori, che pur troppo ottenebrano le menti; il purificare ed aguzzare il senso del bello. Si può ripetere insomma ora in Italia, quanto fece la critica nel secolo scorso in Lamagna; alla cui opera essa Magna va debitrice della intera sua esplicazion letteraria, che è quanto di meglio si possa fare da un popolo come il tedesco, piuttosto scarso di attitudini artistiche. Ed otterremo l'intento, avvezzando il nostro popolo a rendersi conto d'ogni prodotto dell'attività umana nel campo dell'Arte; dandogli di questa e delle sue forme un pieno concetto e giusto.

[III. — Digressione.]

E qui mi permetterò una prima digressione: prima di parecchie. Io, mi piace, come dicono i francesi, di far la scuola cespugliare, d'andare a zonzo. Tanto [pg!117] non ho nessunissima fretta di rabescar la parola fine in calce al quaderno. E, quando al lettore dispiaccia il mio divagare, ha incontestabilmente il dritto di non leggermi: viva sicuro, che io non l'obbligherò, come fa pe' suoi madrigali il Rochester, nel Cromuello di Vittorio Hugo, a legger le mie critiche per ordine regio, de par le Roi. Dunque, basta guardarsi intorno e veder quanta roba ferve, bolle in questa caldaia, ch'è la patria nostra, per convincersi, come al momento opportuno dovrà pur sorgere l'ingegno destinato ad incarnare in qualche capolavoro poetico i subbugli, i garbugli ed i guazzabugli presenti, vene inesauste di tragico e di comico, le quali non deggiono rimanere inutili, inesplorate, non esercitate per l'Arte, non arbitriate, (per adoperar un sicilianesimo, del quale Vito D'Ondes-Reggio patrocinava l'uso; guardandosi però bene dall'usarlo pel primo per non farsi melare.) Sarebbe proprio peccato, che nessun poeta illustrasse questo Malebolge Italiano, che nessuno cavasse un mondo poetico da un tanto caos morale. Caos, Malebolge, che bisogna, questo sì, che bisogna guardare con quell'amore, il quale dischiude l'intendimento dell'objetto, e senza cui non si combina nulla di concludente. La baraonda, i vaneggiamenti, le agitazioni, le superstizioni, le follie, gli spropositi, le melensaggini, le chiacchiere, e persin le turpitudini nostre, debbono esserci cari: s'ha a fissare lo sguardo con compiacenza in essi. Non bisogna imitare alcuni, che si mettono in opposizione con l'intero indirizzo nazionale e gridano sperpetue e trovan tutto brutto, tutto sconcio, tutto male. E, piacendomi e garbandomi ed andandomi a sangue gli esempligrazia ed i fatti personali, quantunque (e forse perchè) proclamati odiosi dalla plebe e quantunque, come so per prova, procaccino alle palle di pistola ed alle lame di sciabola il gusto di assaggiare le nostre povere carni; dirò, per ribadire il mio pensiero, che disconviensi fare come il Cantù, per esempio. Aprendo la storia della Letteratura Italiana, ch'egli ha recentemente [pg!118] pubblicata, magra compilazione (al paro di ogni altra opera di lui) non avvivata da una scintilla di simpatia per le cose nostre; l'autore vi sembrerà uno di que' cagnacci ringhiosi, che impedito di addentare dalla catena, sfoga il dispetto latrando, e scombavando, e divorando almen con gli occhi rossi chiunque passi. Così questo jettatore pinzochero maledice non solo al presente nostro, intellettuale, morale e politico, ma (non senza logica, sendo il presente conseguenza del passato), anche a tutti i nostri grandi pensatori e scrittori disinvolti da Dante Allighieri a Giuseppe Giusti; e, non potendo, come il Caro fe' pel Castelvetro, raccomandarli agli inquisitori, al bargello et al grandissimo diavolo, li denunzia all'esecrazione delle plebi bigotte. Non sa quel, che si faccia; non comprende l'opera della mente poetica Italiana, perchè non l'ama: merita pietà, se non perdono, come l'eunuco, che ingenuamente confessasse di non sapersi capacitare de' gusti del padrone, di non capire cosa il pascià trovi da ammirare in una biondina od in una brunetta, in una guancia fresca ed in un seno colmo. Ma noi, (professando col commediografo latino di non ripudiare alcuna parte umana, protestando col francese di non venir più commossi dal vedere un uomo furbo, ingiusto, avido, che dal veder voraci gli avvoltoi, maligni gli scimmioni e rabbiosi i lupi,) noi (dico) osserveremo con benevoglienza tutti gli strani così venuti a galla nella rivoluzione, come il zoologo sorride con simpatia a' più schifosi rettili sorti dal fango, come il patologo saluta con interesse le ulceri più abominose. In ogni insetto v'è il tipo animale, in ogni morbo v'è la nosologia e la morte: ed essi sanno scorgere l'idea nel fenomeno, la forma tipica nel caso singolare. E così il critico ed il poeta sanno scorgere, esempligrazia in Giovanni Nicotera o Giacomo Tofano, qualcosa, che, idealizzata, potrà dare creazioni paragonabili a quel Conte di Culagna, che fu un Conte Brusantini, a quel nuovo amico di Giuseppe Giusti, il quale, prima di vivere poeticamente in [pg!119] uno de' suoi scherzi, ch'è di moda il chiamare immortali, gli si era dato a conoscere nella prosa della vita, com'ebbe a narrare illustrando il proverbio: sotto consiglio non richiesto, gatta ci cova. Oh Nicotera, oh Tofano, che non potrà cavar da voi uno scrittore co' fiocchi!

[IV. — Importanza storica e concetto filosofico.]

Dall'importanza particolare, cui può pretendere il Fausto nella storia letteraria d'Allemagna, prescinderemo affatto. Tra perchè non aggiunge ned un ette ned un acca al suo merito intrinseco; e perchè l'occuparcene renderebbe necessaria (parlando io ad un pubblico Italiano, il quale non è punto obbligato a conoscere le letterature forestiere ed esercita largamente questo dritto all'ignoranza) renderebbe necessaria una bagattella: l'analisi e l'esame dell'intera operosità poetica tedesca; lavoro, che non può farsi incidentalmente e di sbieco, anzi pretenderebbe, che uno vi si dedicasse di proposito e vi consacrasse più volumi. Ci vogliamo accingere ad esaminar l'opera del Goethe, dimenticando le condizioni psicologiche speciali dell'autore e le vicende, che gliela ispirarono, dimenticando lo ambiente, in cui fu prodotta, e dal quale fu suggerita, dimenticando quanto, col render ragione de' difetti di un componimento, c'induce spesso a non avvertirli od a scusarli, quando li avvertiamo. Che importa a noi, i quali non siamo tedeschi (la dio mercè,) che la condizion d'animo del signor Goethe ed anche lo stato della coltura in Lamagna vengano perfettamente rappresentate nel Fausto? Ci ha solo a premere, che il poema, il quale a nostra insaputa rappresenta tutta questa roba, sia un'opera d'Arte perfetta, finita, piena.

Ci esonereremo altresì dallo indagare il concetto filosofico dell'autore; nè punto nè poco incaricandoci di quanto egli può aver voluto dire o voluto fare. Investigheremo solo solo quanto egli ha detto o fatto artisticamente. Uno de' mille Hoffmann, che [pg!120] hanno costretto a gemere i torchi, fa parlar così un dipintore: — «Mi dorrebbe per Lei, s'ella arzigogolasse qualche allegorìa per appiccicarla al mio quadro. Le pitture allegoriche son roba da fiacchi e dappochi; e le mie non debbon significare, anzi essere.» — Da lunga pezza gli oracoli sono screditati in Italia ed imparammo, che la sibillinità è indizio e sintomo di spensierataggine, di vacuità. Ridiamo, leggendo la scusa, che il cavalier Marino fa de' suoi versi lascivi:

Ombreggia il ver Parnaso e non rivela

Gli alti misteri ai semplici profàni;

Ma, con mentita scorza, asconde e cela

(Quasi in rozzo Silen) celesti arcani.

Però dal vel, che tesse or la mia tela

In molli versi e favolosi e vani,

Questo senso verace altri raccoglia:

«Smoderato piacer termina in doglia».

Ridiamo de' poeti del Medio Evo, i quali — «così, com'è solito farsi col bambino, che, mostrandogli l'abbicì, si disgusta, e, se gli dite di provarsi a ritrovarlo, dov'è nascosto, si fa subito a ricercare; similmente, le verità morali, che, dichiarate semplicemente, avrebbero disgustato, ingegnavansi con grande artifizio di ricoprire, acciocchè forse la meraviglia della scoperta fosse stata di stimolo a riguardare.» — E ridiamo anche di Francesco Palermo, che trova ammirabile questo stratagemma. Ridiamo di Giulio Mosen, che (in riga d'encomio) definisce il Fausto: — «il lavoro più misterioso, che mai venisse scritto.» — Ridiamo del Varnhagen d'Ense, che chiamava sordi e ciechi i contemporanei, i quali non si lasciavan commuovere dalla favola, secondo lui, grandiosa del Fausto; e trovava non esser Dante in nessun luogo più grande e potente del Goethe in fine della parte seconda, perchè «l'autore, con vanni cristiani vi s'innalza al di sopra della rozza fede ecclesiastica ad una considerazione serena del mondo e dell'esistenza, la quale [pg!121] veramente in un certo senso sconfina dal cristianesimo; ma questo appunto è il bello, che il cristianesimo stesso c'impenni l'ali per oltrepassarne le barriere.» — Cosa importa, che il Goethe profetizzi nuove religioni, se ci vogliono i commenti per accorgersene e se non fa balzare il cuor nostro? Venga pure, in tal caso, la sua tragedia venerata dagli addetti della nuova fede, ma non proposta a noi per trovare un godimento estetico nel leggerla. Venga paragonata non alla Commedia dantesca, anzi a' discorsi delle sorelle Cràtere e Pellopida, delle quali narra Celio Malespini, che: — «ogni intelletto più sottile sarebbe rimasto conculcato da loro, poi che quasi tutte le parole, che loro uscivano di bocca (quando volevano però uscire dalle generalità del favellare) erano così oscure e fosche, che molti pochi le intendevano». — Il Manzoni rispondeva ad un chiarissimo (senza esser omo,) il quale s'occupava a scrivacchiar non so che zibaldone in difesa degl'Inni sacri: — «Si contenti, ch'io non dica nulla sul passo, dov'ella incontra difficoltà, giacchè le parole hanno a dire da sè, a prima giunta, quel, che voglion dire; e quelle, che hanno bisogno d'interpretazione, non la meritano». — Non nego, che il dirizzone presente, esemplificando una volta più l'oraziano

... Multa renascentur quae iam cecidere, cadentque

Quae nunc sunt in honore.....

rifàccia della critica un Edipo, inteso ad interpretare le sciarade proposte dalla sfinge Poesia. La moda odierna pretende dagli scrittori profondi concetti morali, religiosi, scientifici, filosofici e presso ch'io non dissi, e si scervella ad affibbiarne loro degli strampalati. Ed in questo ha torto marcio: Arte e Scienza sono cose diverse, delle quali ciascuna ha una ragion d'essere tutta sua propria e distintissima: l'amalgamarle capricciosamente nuoce ad entrambe e non giova ad alcuna. L'impareggiata profondità delle indagini di Giambattista Vico non ne campa [pg!122] dall'oblio le liriche; le quali spesso rinchiudono un pensiero dotto ed arguto, ma non mai un pensiero, che commova gli affetti, ecciti la fantasia. La Commedia dantesca è poema majuscolo non perchè, anzi quantunque allegorico, filosofico, teologico ed il trentamila. La vita e l'importanza vien conferita a' lavori d'Arte dal concetto estetico, che incarnano; dal problema artistico o tecnico, che risolvono; essenzialmente diverso nelle diverse arti, giacchè il problema pittorico, che un pittore risolve con un quadro, il problema scultorio, che l'intagliatore risolve con una statua, ed il poetico, che un poeta risolve con un'opera letteraria, non han proprio nulla di patentemente comune: basti notare, che le arti del disegno e la musica si rivolgono principalmente e direttamente al senso ed alla fantasia solo mediatamente per mezzo del senso; mentre la poesia si dirige alla mente, e sol per mezzo della fantasia (nè sempre) eccita il senso. Il problema artistico, tecnico, lo scopo letterario, (che il poeta può prefiggersi a suo talento, che l'autore può liberamente scegliere, sebbene pure non ne abbia sempre piena coscienzia o non ne valuti tutta l'importanza, quando, scrivendo per qualche tendenza morale, religiosa, politica, bada solo allo scopo pratico o civile del suo lavoro,) è la sola cosa, che ci de' premere.