Il concetto filosofico, (o per dirla più sulla generale: scientifico) non può se non rade volte esser chiaramente veduto e liberamente voluto dallo artista; non è concesso all'arbitrio ed alla potestà sua; ned egli può farne libera elezione: essendo esso un risultato necessario del primo, il quale non può non implicarlo, non determinarlo virtualmente. E questo diverrà chiaro e lampante al più ottuso cerebro, per poco, ch'e' degni riflettere, l'ecumenico manifestarsi nel singolare solo mediante il particolare; l'estetica non istar da sè, anzi fare parte d'un sistema enciclopedico; e quel bello, che essa rintracciando va, esser semplicemente una parvenza dell'assoluto, dell'universalissimo. Quindi suppergiù, senza grandi [pg!123] stiracchiature, in quel modo stesso, che con ogni religione o sistema si riesce a dare una spiegazione più o men plausibile del cosmo, in qualunque opera d'arte, ch'è un microcosmo, può trovarsi incarnato, (senza grandi stiracchiature, ripeto,) qualsivoglia concetto filosofico, e vi si può appiccicare un'allegoria.

[V. — Tre esempli.]

Valga ad esemplificare quanto ragionammo il mito di Prometeo, plasmator d'uomini e vittima de' numi. In questa, ch'è tra le più sublimi sue creazioni poetiche, la Grecia, implicita ed inconsciamente rappresentò la propria sorte e la propria missione artistica, di conferire forma ideale compiuta (e quindi umana) alle divine forze e creatrici della natura; adempiuta la qual missione, dovea fatalmente perire, come ormai supervacanea: e difatti cadde, vittima del cristianesimo e preda de' barbari, appunto come Prometeo fu trastullo di Giove e pascolo degli avoltoi. Certo, il popol greco, (non essendo, come

..... Il calavrese abate Giovacchino

Di spirito profetico dotato....)

fu lontanissimo dal pensare a tanta roba nel comporre istintivamente il bel mito; e lontanissimo dal pensarvi fu l'Eschilo eleusino, che il concretò in forma d'Arte. Ma esso concetto balza naturalmente fuori da quel sentito idealizzamento di tutta la vita e di tutto il pensiero greco antico. Ed a noi garba ed accomoda vedere in esso il valore storico, il pregio maggiore del capolavoro. Siffatto valore, siffatto pregio non poteva scorgerlo, nè chi lo scriveva, ned il popolo, per cui fu scritto; poteva essergli attribuito sol dopo il volger di secoli, dopo avvenimenti posteriori.

I critici moderni hanno arzigogolato tutta questa roba; ed ormai chiunque legge Eschilo s'è avvezzo ad andarvela cercando.

[pg!124] Angelo Cammillo De Meis (del quale per ora, more solito, ignoriamo finanche l'esistenza; ed al cui cener freddo un futuro Natoli farà certo l'onor divino di battezzare dal suo nome un qualche liceo del Chietino od il futuro ginnasio di Bucchanico) il De Meis paragona l'Uomo e l'Universo, questi due contrarî identici, alla divina Commedia; eccone il raffronto riassunto: — «L'uomo è in uno macrocosmo e microcosmo. E non per questo due esseri agglutinati; anzi un essere solo, graduato in sè, e fatto, come l'universo dantesco, di tre mondi: lo inferno è il corpo, il purgatorio è l'anima, il paradiso è il pensiero e l'intelletto. Il corpo, ch'egli tiene dal vegetabile, è un vegetabile, naturale, materiale; e perciò ci è il mio corpo ed il tuo corpo, come ci è questo vegetabile e quello, l'uno fuori dell'altro. L'anima, ch'egli ha dal bruto, è un'animale, ed è parte materiale e parte immateriale, ma sempre naturale; epperò ci è la tua e la mia, come ci è questo e quello animale. Il pensiero ch'egli ha da dio, è dio infinito in persona et homo et caro factus est. Il corpo è il primo estremo, l'inferno, il basso fondo dell'universo, in cui l'una bolgia dal pozzo di Lucifero al limbo dei bambini e de' granduomini è fuori dell'altra. L'anima è fra gli estremi, il purgatorio:

.... Ove l'umano spirito si purga

E di salire al ciel divenga degno...

E come il dantesco purgatorio, che di scaglione in iscaglione arriva al terrestre paradiso, l'animale d'anima in anima giunge fino all'umana, che lo amore e la scienza spogliano a poco a poco della brutalità. Ma, se siamo molti corpi e molte anime, non siamo se non un pensiero, un solo infinito iddio, ed è ben questo il Paradiso. Quando Dante, ossia l'uomo non ancora battezzato, poeta in compagnia degli amati poeti, del buon Virgilio e del gentile Stazio, oh dolce guida e cara, saliva il faticoso purgatorio, quasi non era se non un animale. Quando poi la misteriosa visione gli apparve [pg!125] ed ei nel mistico grifone intravide il suo aspetto stesso, e si presentì, e conobbe ormai vicino il cielo. E quando all'antica Lia, sogno, ombra, figura, succedette la vera Matilde e l'ebbe immerso nelle pure onde del sacro Lete, ei dimenticò la pigra carne. Dopo quel salutare, ma esterno lavacro, aspirò solo alla vita eterna, alla vera infinita felicità del paradiso. E quando a Rachele antica si sostituì la nuova Beatrice, che lo manodusse al cielo; ed egli, ancora aggravato di anima e di natura, corse sulle facili ali della umana scienza per le celesti sfere, ei non era per questo ancora beato. Ma quando, giunto al vero empireo, ad un tratto si trovò allato san Bernardo; quando in lui all'umano succedette il divino ineffabile amore ed alla scienza umana delle cose divine la scienza divina, che penetrò il suo pensiero; e la grazia efficace scese nel suo cuore e lo sbrutì del tutto; ed il suo pensiero, naturale ancora e men che umano, fu fatto davvero umano; allora l'ombra ed il mistero sparve, il simbolo si disciolse e si confuse col vero, ed ei conobbe, che le superne sfere dell'intelletto erano tutte l'una nell'altra, e tutte erano una sfera, un Empireo, un Paradiso; e vide Beatrice, ormai non più quella, assisa nell'alto seggio, e affisa in dio, e tutta trasfigurata e indiata; e sè conobbe indiato in lei, e fu felice ed immortale». — Evidentemente il De-Meis non pretende affatto, e sarebbe affatto indegno di lui il pretendere, che Dante premeditasse di simboleggiare nella Commedia un sistema filosofico, il quale, presupponendo tutta l'enucleazione della filosofia moderna, era impossibile a que' tempi. Anzi vuol dire, che il concetto poetico dell'Allighieri, che quella personalità umana, la quale, a poco a poco deponendo ad una ad una tutte le passioni, le qualità, le parti materiali e brutali, si assottiglia, si rarefà, o (se vi piace) s'innalza a personalità divina, implica di necessità, sebben certo inconsciamente, il medesimo concetto filosofico ch'egli De [pg!126] Meis espone disdacalicamente in veste contemporanea. E vedete, cos'accade. Il poema di Dante è tutto, come la sua Vita Nuova, un'allegoria: ma questa allegoria, essendo stata miracolosamente incarnata in un capolavoro, veramente indovinato, noi possiamo all'allegoria dantesca, che secondo la nostra filosofia moderna sarebbe insulsa, sostituirne un'altra, informata alla filosofia nostra; in quel modo appunto, che, al sistema tolomaico, il quale non ci appagava più, sostituimmo il copernicano spiegando anche meglio col secondo tutti que' fenomeni, che il giorno prima spiegavamo benissimo col primo.

Un ultimo esempio, che mostri viemmeglio quanto poco sia da considerarsi il concetto scientifico, che il poeta si pensa d'infondere subjettivamente nell'opera sua e quanto poco abbia che fare con quel, che di necessità risulta dal poetico, (anzi come spesso il contraddica alla recisa, come spesso l'autore tendenzioso faccia un'opera di tendenza affatto contraria a quella, che lo ispirava,) cel somministrerà Alessandro Manzoni. Che il nipote di figlia dello incredulo Beccaria ci creda daddovero, non è da negarsi; un ateista sclamerebbe con Orazio: