.... Durum: sed levius fit patientia

Quidquid corrigere est nefas;....

o col Tasso, che, nel Torrismondo, male imita questo luogo:

Duro: ma sofferir conviensi in terra

Ciò, che necessità comanda e sforza.

Ch'egli abbia la pia intenzione di glorificare la dottrina e la morale cristiana, sarebbe chiaro da mille e mille squarci del suo racconto, quand'anche non ne fossimo informati pienamente altronde. Eppure! chi non vede, la potente rappresentazione, che individua così bene quel secolo e questo paese; la simpatia per la manifestazione storica, pe' costumi ed i caratteri e le istituzioni di un dato tempo; essere appunto salda e recisa negazione implicita del cristianesimo? [pg!127] Perchè il cristianesimo ha un ideale fisso ed immobile; pretenderebbe gettare e rimodellare tutti gli uomini in uno stampo; vorrebbe il semplice senza il molteplice; intenderebbe sopprimere tutte le varietà individuali, tutto il rigoglio della vita particolare, sottoponendo tutte le coscienze ad una regola, ad una disciplina, costringendo tutti i mortali alla imitazione dell'uomodio, esemplare di ogni virtù; onde il Goethe, ateo dichiarato, il chiamava irreverentemente un furto, perpetrato a danno dell'uman genere, in quanto spennacchiava tutti gli uccelli, per comporre un più ricco penname all'uccello di paradiso. Quella critica manzoniana così arguta e derisoria, quella gentile ironia così insinuante, rispettano invero la tradizione ed il domma religioso; professano anzi altamente di rispettarli: ma questo rispetto, sendo affatto arbitrario, dipendendo solo dal capriccio subjettivo dell'autore e non già dall'intimo organismo della sua scienza, non trova eco nel lettore. Altro è dire io son cristiano e celebrare ad ogni istante il cristianesimo; ed altro esser cristiano davvero, naturalmente, senza sforzo, cristiano e credente sempre in ogni punto, su d'ogni quistione. E spesso sotto la pelle agnina del Manzoni picchiapetto, vedi apparire il pelame lupigno dello incredulo antico.

Per esempio, quando l'autore de' Promessi Sposi s'interrompe al meglio, nel descrivere il Vicario di provvisione, rannicchiato nel suo più sicuro e riposto nascondiglio, per dire: — «Del resto, quel, che facesse, così appuntino non si può sapere, giacchè egli era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna, che la c'è avvezza!» — chi generalizza, chi legge pensando, va subito con la mente alle tante cose, delle quali gli uomini non hanno nessuna sperienza o testimonianza autorevole, e che quindi sono avvezzi ad indovinare. E difatti il Manzoni, rimasto scettico dal tetto in giù, è di quelli, che poi voglion mostrare di creder tutto dai coppi in su. Ma l'uomo non può dimezzarsi; ed un [pg!128] tantino dello scetticismo primitivo ed organico trapela sempre sulla fede assunta e la contamina e la vizia e la neutralizza.

[VI. — Ulteriori conseguenze.]

Aggiungerò, che lo scrittore, pel quale le finzioni poetiche non posseggono vita propria e spontanea, il quale vede in esse solo de' portavoci de' suoi concetti, delle sue elucubrazioni scientifiche; il quale subordina il mito all'epimitio, la favola al fabula docet; non potrà creare capilavori. O, se vi spiacciono le affermazioni assolute, dirò con maggiore esattezza, che difficilmente potrà crearne. Le sue immagini, i suoi personaggi non acquisteranno mai e poi mai (od almeno rarissimamente ed arcidifficilissimamente) effettività objettiva; vedremo sempre il filo, udremo sempre lo stridere degl'ingegni, che muovono que' burattini. Lo scrittore, rimasto freddo, incommosso, sarà ridotto ad accozzare, a comporre delle moralità (per dirla con l'antico termine tecnico francese) cioè delle azioni di persone allegoriche e simboliche, che durano nella vuota generalità del simbolismo e dell'allegoria, senza acquistare la ricchezza ed il contenuto poetico della vita individuale. E lo scrittore, deve fatalmente rimaner freddo ed incommosso, perchè di scaldarci e commuoverci la fantasia è dato solo al sensibile determinato; perchè da una impressione naturale solo può prendere le mosse la genesi d'un fantasma. Ripugna alla natura della fantasia umana il partire invece da un concetto astratto per determinarlo, circoscriverlo, concretarlo, individuarlo; questo concetto, dove prenderebbe l'elemento sensibile, che gli è indispensabile per essere poetico; ed indispensabile tanto, che la scienza del bello si chiama scienza del sensibile per eccellenza, estetica? Partendo all'opposto da una impressione naturale, io posso aggiungervi con la mente l'elemento ideale, e, depurandola dalla scoria prosaica e volgare, sollevarla a fantasma, ad immagine. [pg!129] Così fa tutto giorno la nostra immaginativa, così han sempre fatto le fantasie de' poeti e degli artisti.

Pel solo Dante questa regola non vale in tutto. Dante solo, ch'io mi sappia, forma un'eccezione: ma era Dante. A lui solo è riuscito di dar tanta vita ad una personificazione, ad una mera allegoria, che la gente han potuto credere e perfidiano a credere, doversi assolutamente trattare di una persona salda, effettivamente vissuta. Onde, trovando qualche incerta testimonianza, che in que' tempi ha probabilmente mangiato, bevuto, vestito panni e fatto qualcos'altro in Firenze una pettegola, il cui nome si avvicina a quello, gravido di significato, evidentemente allegorico, della Beatrice beata dello Allighieri, s'han fitto in capo, che le sian tutt'una cosa! mentre dalla Bice Portinari (se tant'è, che ci sia mai stata) alla Beatrice dantesca, ci corre quanto dalle stellucce di pasta zafferanata alle stelle vivide e sfolgoranti del cielo. Nè le moralità, di cui parlava, cesseranno di esser tali, perchè le dramatis personae invece di chiamarsi Amicizia, Ideale, Gioventù, s'addimanderanno, come nel primo dramma arrandellatamente versificato da Federigo Schiller: Marchese di Posa, Regina Isabella ed Infante Don Carlo. Non si sopperisce alla vacuità interna d'un carattere generico, imponendogli un vuoto nome e particolare; nè si nasconde la grettezza d'un concetto impoetico con l'orpello del color locale e con l'ammucchiare facile erudizione ed indigesta. Il vero color locale (sia qui detto di volo) è nella riproduzione de' caratteri storici e non già nella pittura degli accessorî. Nella parte seconda del Fausto, c'è la scena di mezzanotte, in cui l'autore, stanco alla fine di scavizzolare de' nomi proprî per ammantellar figure allegoriche, ne manda finalmente fuori quattro coi loro nomi generici: Difetto, Debito, Cura e Bisogno. Io ne lo encomio, come lodo il calvo di non rimpiattar la zucca pelata sotto i ricciolini ipocriti di una parrucca. Meglio trovarsi fra tali freddure, che [pg!130] quando alla freddura si aggiunge l'inintelligibile e bisogna scaparsi per afferrare un occulto senso ed arcano, ed intender Giorgio Byron sotto Euforione, la Poesia sotto il Garzone Auriga, e nell'Omuncolo l'amor innato pel bello, il quale preluce all'uomo nel ricercare i Regni della fantasia. Nell'Allegorico lo scrittore rimane superiore a' personaggi, ch'egli evoca, e che non acquistano ragion propria, autonomia; egli può scherzare con essi senz'altra norma fuori del proprio capriccio; e questa è posizione favorevole solo all'umore. C'è stato, chi ha detto invece, l'Allegoria contraddistinguere e caratterizzar la vera poesia, che si sforza di raggiungere la nobiltà ed il sublime e può conseguir l'intento solo attribuendo un senso generale allo individuale. Qui si tratta d'un equivoco. Non è da negarsi il valore tipico, generico, anzi ecumenico d'ogni opera d'Arte; ne riparleremo subito. Ma cosa ci ha che fare questa condizione sine qua non del lavoro artistico, indipendente da ogni volontà dello autore, con le allegorie, ch'egli arbitrariamente costruisce, fantastica, almanacca, arzigogola?

[VII. — Fausto è l'uomo.]

Noi dunque considereremo il Fausto in sè, pura e semplicemente come lavoro d'Arte; ci brigheremo solo d'investigarne il concetto poetico e d'esaminare in che modo sia stato incarnato. Ma, prima d'inoltrarci in questo esame, lasciatemi dire un'altra cosa. Ci ha de' valentuomini, i quali stimano di aver emesso un grande oracolo, e d'aver confutata anticipatamente ogni objezione critica, con lo sclamare che — «Fausto rappresenta l'uomo, l'umanità.» — (Lascio il vocabolo, perchè, sebben loro l'adoperino barbaramente nel senso di uman genere, qui può rimanere come astratto di uomo). Quasi ciò conferisse un nuovo ed unico pregio al poema, oppure il sottraesse alla competenza della stregua comune! Lodi siffatte manifestano soltanto il poco valore, ch'è da attribuirsi [pg!131] ad ogni lode di chi le spiffera. Il rappresentare l'uomo e l'umanità in un'opera d'arte, non è mica effetto d'una risoluzione, d'un subjettivo proponimento ed arbitrario dell'Artista; anzi è conseguenza necessaria, è per così dire la riprova della produzione del Bello. Non che apparir dote speciale, privilegio esclusivo del tale o tal altro personaggio poetico, ci si rivela qualità essenziale, costitutiva, sine qua non d'ognun d'essi, e sfido a disotterrarmene uno qualsiasi, che ne ostenti deficienza. L'uomo artistico (e quindi il poetico, ch'è un particolare determinarsi di quello), comunque caratterizzato, il Consalvo di Giacomo Leopardi, il Jacopo Ortis di Ugo Foscolo, il Filippo di Vittorio Alfieri, il Sardanapalo lombardo di Giuseppe Parini, il Renzo Tramaglini di Alessandro Manzoni, l'Esule di Parga di Giovanni Berchet, il Gingillino di Giuseppe Giusti, tutti tutti insomma (per esprimermi quanto più complessivamente posso, come il Goethe nell'indicare gl'innumerevoli cantori del coro finale della tregenda classica. E poi Salvator Rosa se la prendeva col Librettista, che indicava per iscena il porto d'Aulide con mille navi!....) Che stavo dicendo? Mi son distratto ed ho perduto il filo. Ah sì! Tutti gli uomini poetici, appunto perchè mi raffigurano ciascuno un dato uomo idealizzato al vivo, appunto per questo mi danno l'immagine dell'uomo assoluto; e le avventure loro, giusto perchè così idealizzati, mi simboleggiano la storia dell'Uman genere e le sorti dell'Universo.