Difatti cos'è il Bello? Dice un proverbio: Non è bello quel, ch'è bello, ma quel, che piace; e questo proverbio significa solo, che il concetto del Bello varia come ogni concetto, da subjetto a subjetto; o per meglio dire, che varia il giudizio concreto, nei casi determinati. Un Universale, un Archètipo qualunque, non si effettiva immediatamente in nessun dato punto spaziale e temporale, in nessun luogo e momento determinato, non esaurisce il proprio contenuto in alcun individuo, anzi soltanto nella serie [pg!132] e nella successione, nel numero infinito e nell'operosità degli esseri, in cui si estrinseca. Esempligrazia, nel caso nostro, di quanti uomini furono e sono e saranno, nessuno è l'Uomo, ancorchè, anzi perchè l'Uomo è in tutti i passati, i presenti, i futuri. Ma, se l'effettività estrinseca degli Universali è incompiuta in qualsiasi luogo ed in qualsivoglia momento, essa però si compie (e può solo afferrarsi compiuta) dal pensiero, il quale sorvola e sovrasta al mar delle cose ed abbraccia più, che non vede, ed epiloga ed assomma le serie e le successioni. Sicchè, invece di una effettività, ne abbiamo due; o meglio, abbiamo due guise, due modi d'effettività: una (objettiva) nel mondo delle cose, nell'eterno ed universo avvicendarsi loro tumultuoso, nel mare dell'essere; l'altra (subjettiva) nella mente capace e cogitante; la vita e la filosofia; oppure, volendo prendere un paragone materiale, il carbone pesante, rozzo, sporco ed il carbonio fluido, aura pura, ma instabile ed artifiziale prodotto dalla scienza chimica. A queste due forme d'effettivazione è da farsi arrota d'una terza, che, proseguendo nella similitudine, compareremo al diamante. Carbone, Carbonio, Diamante, sono la cosa stessa, sono tre forme di un medesimo corpo primo: una la trovo in natura ad ogni passo; l'altra devi ricavarla con istudio dalla prima; la terza ti abbaglia col suo splendore ed è naturale come la prima ed è pura come la seconda. La mente umana praticamente è sperimentalista, procede dall'immediato al mediato, dal mero fatto all'idea pura, nihil in intellectu quod non prius in sensu; è quindi di tutta necessità, che gli Universali, gli Archetipi, prima ch'essa li comprenda assolutamente mediante il pensiero, le appariscano mediatamente ossia percettibilmente:
.... Così parlar conviensi al nostro ingegno,
Però che solo da sensato apprende
Ciò, che fa poscia d'intelletto degno....
.... Nostre apprensiva da esser verace
Tragge intenzione, e dentro a noi la spiega...
[pg!133] Al nostro ingegno, alla nostra apprensiva sembra la tale singola esistenza determinata, (esempligrazia, un uomo, il tal di tale,) rispondere in modo assoluto al proprio concetto; e quindi in essa esistenza incarnarsi perfettamente dapprima un Universale, (nel caso nostro l'Idea Uomo,) e mediatamente l'Universalissimo, l'Idea assoluta, che è presente nella serie degli Universali, appunto come ciascun Universale è presente ne' singoli individui del suo ciclo. La mente umana, che sempre al suo fin sale, non vede cosa mortale nell'objetto vagheggiato,
..... Non pure intende al bel, ch'agli occhi piace,
Ma, perchè è troppo debole e fallace,
Trascende in ver la forma universale;
.... che all'uom saggio quel, che muore,
Porger quiete non può....
Questa sembianza è allucinazione, in quanto che nessun Universale, e quindi a fortiori molto meno l'Universalissimo, può esaurire la propria epifania in qualsivoglia essere singolare e determinato, per quanto ricca se ne supponga la personalità; ma (non essendo gli Universali e l'Universalissimo arzigogoli meri, vuote intellezioni, anzi veramente effettivi negli esseri determinati, quantunque non in ciascun d'essi), la è un'allucinazione esatta (come dice spiritosamente il Taine della percezione esterna), una sembianza gravida di contenuto. Quest'allucinazione, questa sembianza è ciò, che addimandiamo il Bello; ossia l'Universale, l'Archetipo in forma d'apparenza limitata; ossia, nel caso nostro, un individuo umano, un carattere, che riassuma in sè tutte le parti umane, tutto l'uomo, sicchè nulla apparisca nel personaggio, che non sia espressione dell'Umanità; e questa non contenga parte alcuna, che non s'incarni nel personaggio — «Il Bello è il prodursi d'un singolo sensibile, che in ogni sua parte sia espressione d'una Idea» — dice il Tari. Nè questa è scoperta moderna; e suppergiù così la [pg!134] pensavano anche i nostri maggiori, sebbene formolassero diversamente il concetto. O che altro significano i versi del Marino, co' quali spiega l'amore?
L'anima, nata infra l'eterne forme,
Et avvezza a quel bel, che a sè la chiama,
De la beltà celeste in terra l'orme
Cerca; e ciò che l'alletta e segue e brama.
E quando oggetto a' suoi pensier conforme
Trova, vi corre ardentemente e l'ama.
La forma eterna è il tipo, è l'idea; e quanto noi crediamo conforme a questo tipo, a questa idea, chiamiamo appunto bello.
[VIII. — Triplice contenuto.]
Dopo la più superficiale disamina, salta agli occhi del leggitore, il Fausto del Goethe esser quasi una fiala, in cui si racchiudono liquidi di peso specifico diverso, come a dire mercurio, acqua ed olio, i quali formano tre strati varî per colore e per natura; e quasi uno di que' piatti indiavolati, che t'imbandiscono nelle tavole rotonde là di Germania, e ne' quali sono accatastate vivande eterogenee: lesso, rape e pere cotte; oppure sarcraut (che in volgar nostro diremmo: cavolo fracido), sommommoli di carne e pezzuoli d'aringhe fritte. Nel Fausto, ravvisiamo: un'epopea, che ha l'alter ego del sommommolo, una novellina, che mi rappresenta l'aringa, ed una leggenda, che dee collegarle e tener le veci del sarcraut.
Due potenze sovrannaturali e sovrumane, il Bene assoluto ed il Male assoluto, che il Goethe personifica in domineddio e Mefistofele, si disputano l'egemonia cosmica; e, facendo del destino degli uomini l'oggetto delle scommesse loro, si trastullano con un'anima umana, debole, impotente a reagire; enimvero dii nos homines quasi pilas habent. Eppoi, quando il diavolo, non senza stento, è giunto a guadagnarla, il Padr'Eterno trova modo di trafugargli, [pg!135] di truffargli, de lui escamoter la sudata ricompensa, l'anima del peccatore, abusando della propria prepotenza e della natura bestiale del demonio; il quale, tutto inteso (da quel satiro, ch'egli è) a vagheggiare i begli angiolètti ed a far loro proposte invereconde, greche, troppo tardi s'accorge di doversene rimanere col danno e con le beffe. Questa è l'epopea contenuta nel Fausto.