Un giovane incontra in chiesa una cara ragazza; trova modo di avvicinarla con l'ajuto d'una ruffiana; le attossica la mamma con lo sbagliare la dose d'oppio, che doveva, addormentandola, assicurarli da ogni sorpresa; le ammazza il fratello in una rissa; e, dopo averla ingravidata, l'abbandona. La derelitta, sperando nascondere quell'accidente, commette un infanticidio; è processata e condannata nel capo; e, quando l'amante pentito viene per rapirla dal carcere, sfinita da' rimorsi e da' dolori, nonchè da una grossa febbraccia comatosa accompagnata da delirio, non ha forze da seguirlo e gli basisce fra le braccia. Questa è la novella inclusa nel Fausto.
La leggenda è alquanto più complicata. Un vecchio dottoraccio scettico si volge alla magia, evoca il demonio e stringe seco un patto, col quale gli dà l'anima, purchè esso non solo gli serva umilmente, anzi giunga pure a procacciargli un momento di quella piena felicità, che Farfarello, malgrado la minaccia di Malambruno d'appiccarlo per la coda ad una trave, asseverava non essere ned in poter suo, ned in quel di Belzebù con tutta la Giudecca e tutte le Bolge di accordargli. Il demonio il fa ringiovanire da una fatucchiera; e poi, standogli sempre a' panni, il sospinge di peccato in peccato, sicchè non gli debba sfuggire, quand'anche non ottenga la pattuita felicità:
.... E, ancorchè al diavol non si fosse dato,
Pur sempre egli dovria finir dannato[9].
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Così lo ajuta nel suo amorazzo per la Ghita ed il conduce alla tregenda delle streghe. Morta la sedotta, pare colma la misura e che lo spirito d'abisso si porti via l'anima del negromante. Questa, in poche parole, la leggenda contenuta nella prima parte del Fausto: dell'ulteriore svolgimento compreso nella seconda parte crediamo di dover dare una più minuta e particolareggiata analisi. Saremmo lieti di poterne agevolar l'intelligenza generale a' lettori; ma l'intelligenza letterale, veh! chè ci asterremo dall'investigare il senso o meglio i sensi remoti ed allegorici delle infinite stravaganze e (diciamola com'è) insulsaggini, che contiene, Messer Goethe in persona conveniva, cotesto guazzabuglio — «dover dar non poco da fare anche ad una buona testa, che voglia rendersi padrone di quanto v'è insecrato.» — Ma perchè, ma che bisogno c'era di nasconder così ciò, ch'egli voleva manifestare? Chi, come il Rossetti, ha creduto, tutti i poeti del dugento e dei primi del trecento esser criptoghibellini ed adoperare un gergo convenzionale, (per mezzo del quale, fingendo parlar d'una cosa, parlavano d'un'altra, e così riuscivano a tener fra loro non interrotta comunicazione) almen giustificano (sebben male) la infelice ipotesi, con la paura, della quale asseriscono i ghibellini invasati allora. Ma il Goethe che motivo aveva di nascondere le sue idee geologiche, etnografiche e simili? Non era il caso di pensare col Bernia, che:
Le cose belle, e preziose e care,
Saporite, soavi e delicate,
Scoperte in man non si debbon portare,
Perchè da i porci non siano imbrattate.
Da la natura si vuole imparare,
Che ha le sue frutta e le sue cose, armate
Di spine e reste ed ossa e buccia e scorza,
Contra la violenza et a la forza
Del ciel, degli animali e degli uccelli;
Et ha nascosto sotto terra l'oro
E le gioje e le perle e gli altri belli
Secreti agli uomin, perchè costin loro:
[pg!137]
E son ben smemorati e pazzi quelli,
Che, fuor portando palese il tesoro,
Par, che chiamino i ladri e gli assassini
E 'l diavol, che li spogli e li rovini.
Si tratta qui d'un puro capriccio, anzi d'una beffa fatta al lettore. Ma noi non ci lasceremo beffare. Noi conveniamo con la massima modestia di sentirci inettissimi a sciogliere indovinelli e sciarade. Nè ci duole il convenirne, saldamente convinti, malgrado l'esempio di quel Cleobulo, che fu pure uno de' sette savi della Grecia, nonchè dell'avvenente sua figliuola Cleobulina (dico avvenente per l'abito preso di far sempre complimenti alle signore: ma chi sa che pezzo di tanghera la sarà stata!... ) Cosa dicevamo? Si parlava di enigmi. Dunque, io son convinto appieno, che l'occuparsi tanto a proporne quanto a sciôrne sia da inetti. L'unico enigma, che valga i pensieri d'una mente virile, è il cuore della donna: tutti tentiamo d'interpretarlo, ma... ma... tante volte si fa un bel fiasco, sicchè... torniamo alla seconda parte del Fausto, torniamo.
Nel primo atto, Ariele (reminiscenza della Tempesta shakespeariana) esorta sull'alba un coro di spiriti ad indur pace col canto nell'animo esagitato del dormiente Fausto, a discacciarne il rimorso, poichè essi compatiscono l'uomo della sventura, senza indagare se sia santo o malvagio. Il sorgere del sole prenunziato da enorme frastuono, li fa scappare. E Fausto si riscuote rinfrancato, come la terra dalla frescura notturna, capace ancora di godere e di operare; e risolve di proseguire ormai l'ideale, non già nella vuota astrattezza della cognizione scientifica, (oh Margherita, tu ed i tuoi dolori eravate dunque astrattezze!) anzi nell'immagine variopinta, che ne dà la vita, appunto come fruisce quella luce, ch'ei nel sole non può fissare, nell'immagine dell'iride rifratta dalla catadupa. La scena si tramuta nella Reggia imperiale, dove il Guardasigilli ed i Ministri della Guerra, delle Finanze e di Casa Reale si lagnan tutti, che le cose vadan proprio male assai. [pg!138] L'Imperante chiede consiglio a Mefistofele, che ora occupa ad interim il posto di buffone palatino, e promette di procacciar denaro mediante le virtù della natura e dello spirito. Il bisogno persuade a lasciarlo fare, malgrado gli scrupoli del Guardasigilli, il quale (come buon Ministro del culto) opina, che — «non si abbia a parlare a cristiani di natura e di spirito; discorsi pericolosissimi, pe' quali si abbruciano gli atei. La natura esser peccato, lo spirito demonio; generare insieme il dubbio. Difesa e sostegno dell'impero essere i santi ed i cavalieri, i quali poi si godono per salario la chiesa e lo stato.» — Segue uno strano ed interminabile sfilar di maschere (peggio d'una rassegna di candidati alla deputazione,) che recitano parti allegoriche: Araldi, Giardiniere, Libbie fruttifere, Serti di spighe, Serti fantastici, Mazzolini fantastici, Bocciuoli di rose, Madre e figlia, Pescatori ed Uccellatori, Spaccalegna, Pulcinella, Parasito, Ubbriachi, Satirici, Grazie, Parche, Virtù teologali, Zoilo-Tersite, il Garzoncello auriga, eccetera, eccetera: la sola enumerazione procaccia il capogiro. Quindi troviamo Fausto, ch'è stato l'ordinatore della festa, in giardino con l'imperiere, cui Mefistofele ha fatto firmare inconsciamente durante la mascherata un decreto per l'emissione di banconote, ipotecate su' tesori sotterranei delle terre imperiali: il popolo n'è contento, come pure il Sella di colà, che vede finalmente denaro in cassa. Fausto trascina Mefistofele in una galleria oscura e gli chiede il mezzo di mantenere una promessa fatta all'imperante, cioè di evocare Elena e Paride. Ma Mefistofele non può servirlo; i gentili hanno un inferno a loro, che non dipende dal demonio cristiano. O chi volesse trarne alcuno per poco? Un modo c'è: rapire il tripode rovente od incandescente, che sia, alle Madri. Queste le son dee: — «ignote a' mortali, mal volentieri conosciute dagl'immortali; che hanno un trono sublime nella solitudine fuori e tempo e spazio. Non c'è via: si va per l'invalicato invalicando, all'impregato impregando. [pg!139] Le son visibili al chiarore d'un tripode arroventato: quale sta, quale va, quale siede, secondo ch'e' si dà. Veggono solo schime.» — Armato d'una chiave magica, Fausto sprofonda per tentar la impresa. Mefistofele frattanto, come un tempo il Lass alla corte del Reggente, è assediato da una torma di dame e cortigiani, che vogliono filtri e cosmetici, segreti per innamorare e ricette per ismacchiar la carnagione, eccetera. Finalmente comincia lo spettacolo innanzi alla corte assembrata. Fausto evoca Paride, ammirato dalle spettatrici, biasimato dagli spettatori; e poi l'Elena, che gli astanti maschi trovan divina e la platea femminile brutta e sgualdrina. E, come, fra gli uomini politici il furfante di tre cotte, lo affarista, il mestatore suol ripetere fastidiosamente con più grossa voce o maggior enfasi: onestà, onestà! così le più.... c'intendiamo neh? fanno le più schifiltose. Mefistofele riconosce bella sì la spartana, ma la non gli va a fagiuolo. Fausto invece se ne innamora e non sa più frenarsi; e, checchè gli gridi Mefistofele, ingelositosi delle carezze, che si fan le due ombre, tocca il fantasma: segue un'esplosione, gli spiriti sfumano, Fausto cade come corpo morto e Mefistofele, saltando fuori dal buco del suggeritore, dove s'era rimpiattato, perchè i suggerimenti son l'eloquenza del diavolo, sel carica sugli omeri ed il trafuga frammezzo il tumulto, che ha luogo in corte, e che pure non agguaglia a lunga pezza la confusione ingenerata da tante fantasmagorie nella mente del lettore; il quale, chiudendo il libro con una amara cefalalgia, sclama (appunto come Mefistofele all'udire le sconnessioni delle bestiacce nella cucina magica):
Quasi quasi anche a me gira la testa[10].
Nel secondo atto, il pasticcio aumenta. Ci ritroviamo nell'antico studiòlo di Fausto. Questi giace [pg!140] esanime sul letto; e Mefistofele, indossatone il pelliccione dottorale, conversa prima con gl'insetti, tarme e pidocchi, che vi si annidano, poi col domestico, poi con quell'ingenuo studente della prima parte, trasformato ora in un fichtiano, che sragiona a meraviglia sull'Io e sul Non-io, ed è villanissimo, perchè in tedesco si mentisce, quando si è cortesi. Finalmente il diavolo visita il Wagner nel laboratorio, ove questo dotto giunge a comporre l'Omuncolo chimicamente: così si sopprimerà il modo indecente di generar gli uomini, che prima era stato in uso: Lucina sine concubitu. (Non so quanto la scoperta piacerà alla Ghite ed alle Elene, le quali invece vorrebbero concubitus sine Lucina e sogliono rivolgere questa preghiera alla Madonna: — «Vergine Santissima, che concepisti senza peccare, facci peccare senza concepire!») L'Omuncolo, appena nato nella sua fiala, si mostra sconoscente come un figliuolo fatto col metodo ordinario o come Napoleone, secondo Casimiro Della Vigna: Fils de la liberté, tu rénias ta mère! Di primo acchito pianta lì suo padre per guidare Mefistofele (che vi si lascia indurre per curiosità di conoscere le streghe tessale) e Fausto (che nel suo letargo sogna della Leda col cigno, genitori dell'Elena) alla tregenda classica ne' campi di Farsaglia, cioè alla riunione di tutte le figure mitologiche antiche, tranne i numi propriamente detti. La tregenda classica è ciò, che noi di Napoli s'addimanderebbe mesca francesca. C'è un pò di tutto: Grifoni filologi: sfingi, che propongono indovinelli, ma che non sanno dar conto dell'Elena, perchè le ultime di loro furono ammazzate da Ercole; formiconni colossali; Sirene; il Peneo e le sue Ninfe; Chirone, sul cui dosso siede Fausto e che il porta dalla Manto, la quale promette di assisterlo nel rintracciar la sua donna; un Tremuoto, che, dopo aver brontolato, parla ed alza una montagna; Lamie ed Empuse, che aggirano Mefistofele; Anassagora e Talete, che discutono sull'origine plutonica o nettunica del mondo; le tre Graje, che prestano la forma d'una [pg!141] di loro a Mefisto; il trionfo della Galatea, della quale innamoratosi l'Omuncolo, muore, rotta la fiala nel cozzo con la conchiglia del carro di lei, eccetera, eccetera. Il povero lettore rimane trasognato; e gli è forza di sclamare, come quel povero studente, quando Mefistofele in maschera di Fausto l'ingarbuglia: