... Ascolto tanta roba strabiliando

Quasi in capo un mulin mi stia girando[11].

Nel terzo atto eccoci riportati un due o tre mila anni indietro; e questo non ci sorprenda, perchè: — «la donna mitologica è una cosa sui generis; il poeta ve la presenta quando gli accomoda; non diventa mai maggiorenne, non invecchia; anzi sempre appetitosa di forma, è rapita giovinetta e corteggiata ancora nell'età provetta.» — Deh, quante nostre donne fan di tutto per dimostrarsi mitologiche! L'Elena, rimpatriata col coro delle ancelle, torna in casa di Menelao, incaricata da questo di preparare un sacrifizio: vi trova Mefistofele sotto il vel corporeo d'una Graja, che fa da governante; la vecchia e le giovani si motteggiano e si rimpolpettano a vicenda, finchè si scuopre, le vittime destinate al sacrifizio dal Re essere appunto la Regina e le Coretidi. Allora a queste cadon le braccia e l'orgoglio; e, per salvarsi, le consentono a seguire la Graja da Fausto, il quale, con una schiera di compagni, s'è accastellato sur un monte ed ha reso tributaria la Grecia. Fausto (romanticismo) sposa la Elena (la poesia classica); le fa smettere i metri antichi e le insegna a parlare in rima; sconfigge Menelao, spartendo la Grecia a' suoi tedeschi; e si ritira con la bella in certe grotte, dove generano Euforione (Lord Byron); che, volendo volare come Icaro, cade al suolo inanimato. L'Elena abbraccia Fausto; il corporeo di lei svanisce; e le vestimenta, trasformandosi in nuvole, rapiscono l'amante nell'alto. Tralascio [pg!142] un maremagno d'episodiuzzi. Il povero lettore che dispera raccapezzarsi in questo guazzabuglio, è costretto a sclamare, come Mefistofele all'udire la tavola pitagorica della strega:

Pur ch'egli oda parlar, l'uom creder suole

Che un senso includer debban le parole[12].

Nell'atto quarto, quelle nuvole, che furono le vesti dell'Elena, depongono Fausto sur un'alpe rocciosa di Germania, dove Mefistofele il raggiunge con gli stivali di Leombruno. Dopo una discussione geognostica, Fausto dichiara di aver in mente di sottrarre per forza d'argini al mare quanto suolo rimane scoperto nel riflusso. Mefistofele gli consiglia di soccorrere l'Imperatore, che è a mal partito, contro i ribelli; e poi farsene dare l'investitura de' terreni da acquistare sulle acque; ed a quest'oggetto evoca i tre prodi di Davidde, de' quali parla Samuele, libro II, Capitolo XXIII. Segue una serie di scene, nelle quali, attraverso molte rappresentazioni simboliche dello Stato feudale, Fausto ottiene il suo intento; tanto è destino d'ogni tempo e d'ogni luogo, che le bonifiche abbiano per iscopo supremo lo arricchirne i direttori. Il povero critico, ancorchè provvisto di saldi nervi, non sa che debba pensarsi di questo tramenio, e mormora fra sè, come don Mefistofele, quando ricovera sul monte della frotta delle semistreghe:

Vediamo di sfuggir dal viavai;

Nemmanco un pari mio reggervi può[13].

[pg!143]

Riassumiamo brevemente le scene del quint'atto. Fausto ha conquistato sul mare immensi terreni, fecondi pascoli, ma invidia la capannuccia ed i tigli di Filemone e Bauci, che Mefistofele co' suoi tre prodi biblici rovina per obbedire più che il padre non chiedeva; il Talleyrand non aveva ancor detto il suo: surtout pas de zèle. Ci si presentano quattro donnacce grige, tre delle quali, (il Difetto, il Debito ed il Bisogno) non possono nulla contro del vecchio peccatore e tiran dritto; ma la quarta ch'è la Cura, entra pel buco della chiave, e lo accieca. Pure, quantunque cieco, Fausto fa lavorare assiduamente ad un canale, che dovrà prosciugare i terreni guadagnati sul mare; e, nel pensiero dell'attività umana, che fiorirà sulle nuove terre da lui create, e che gli sembra il solo scopo degno della vita, prova quella tal pienezza di contento stipulata con Mefistofele, e muore. Mefistofele evoca tutti i demonî intorno alla tomba, appunto come il partito d'azione chiama i suoi intorno all'urna elettorale, per afferrare al varco l'anima del peccatore; tot circa unum caput tumultuantes deos, direbbe Seneca morale. Frattanto sopraggiungono una schiera d'angeli; i quali, mentre lo spirito d'abisso insatirito li vagheggia e fa loro proposte scandalosette (reminiscenze del secolo di Pericle e de' collegî gesuiteschi), gli rubano accortamente l'immortale di Fausto, e poi lo lasciano lì come berlicche. E Fausto è ricevuto in cielo dalla madonna, ossia dall'eterna muliebrità. A questa scappata, il lettore butta in un canto il volume e conchiude, persuadendosi, che il Goethe la pensasse sull'ufficio del poeta appunto appuntino come il Direttore del Preludio:

T'ingegna solo d'imbrogliar la gente,

Che l'appagarla avvien difficilmente[14].

Anche a questi enimmi insulsi, benchè inediti ancora, ed agli ammiratori di siffatti indovinelli scipiti [pg!144] dovea sicuramente pensare il Goethe, quando si lamentava degli ammiratori — «che frantendevano tante sue parole sennate, ed attribuivano un senso a tante dissennate; che il riprendevano, dove aveva ragione, e lo approvavano, dov'era insulso.» — La senilità della seconda parte è evidente: in essa l'autore ha allegorizzata la propria vita e l'esplicazione della sua mente poetica, dacchè si sciolse dalle condizioni romantiche, che avevano ispirato il Goffredo di Berlichinga ed il Werther. — «Il peccato dell'ambiguità, dell'anfibolia» — dice Antonio Tari — «comincia, come ogni peccato, con la spensierataggine; diviene mortale e torreggia, nuova Babelle addirittura, nella seconda parte del Fausto del Goethe; opera, che l'artista intenzionalmente rende enimmatica, e degna d'un Giove (che così lo chiamano) nefelogerete davvero, adunatore di nembi letteralmente ed in senso malo». — Pare, che agli scrittori tedeschi in genere non sembri cosa vergognosa e peccato imperdonabile il non farsi capire. Il conte di Neuilly, che visse emigrato in Amburgo nel quadriennio MDCCXCV-MDCCXCVIII, dice: — «Incontravo spesso il Klopstock in casa la Schroeder, sua nipote. Gli parlavo qualche volta de' suoi scritti, della sua Messiade; ed un giorno gli dissi, che, quantunque conoscessi bene il tedesco, faticavo molto a comprenderla, che anzi talora non la comprendeva affatto. Si pose a ridere e rispose: Anche a me avviene il medesimo. Debbo cominciare ogni canto dal principio per capire. Se leggo nel mezzo, non raccapezzo più il senso e son costretto a tornare indietro per afferrare il mio proprio concetto.» — Suppergiù lo stesso è a dirsi del Fausto, che il Goethe stesso ha riconosciuto per un lavoro sconnesso. L'Eckermann gli diceva: — «In fondo ogni episodio, quasi ogni scena, sta per sè, come un microcosmo. L'uno influisce sull'altro, ma relazione ne han poca fra loro. Al poeta, come nell'Odissea e nel Gil-Blas, importa di esprimere un mondo [pg!145] svariato; e s'avvale della favola di un eroe celebre, solo come d'un filo per infilzar quantunque gli aggrada.» — Rispose il Goethe: — «Perfettamente! In una tal composizione importa solo che le singole masse sieno grandiose e chiare; mentre come insieme, riman sempre incommensurabile. Ed appunto per ciò, come problema insoluto, adesca gli uomini a nuove osservazioni e ripetute.» —

Noi non intendiamo aggiungere neppur mezza pagina a tutti i commentarî scritti su quest'opera, e che già formano una discreta biblioteca. Quel, che c'importa di avvertire, si è, ch'essa non è se non esternamente agglutinata alla prima, sta per sè (dato e non concesso che stia); non ha acquistato valore per la coscienza del popolo tedesco, non ha data una di quelle figure, che vivono eternamente nella fantasia umana. Le due parti sono due tutti, che si contraddicono. Il vero Fausto, quello poetico e vivo, è il Fausto della prima: e noi di quello precipuamente, per non dire esclusivamente, intendiamo occuparci; così quegli, che esaminasse l'Orlando Furioso, trascurerebbe i cinque canti aggiunti.