Del resto, e' si sa, notus lippis et tonsoribus, che a fare un'opera benefica e di fiorita carità, conviene avere il cuore vieppiù duro e lapideo, che per non farla. Dicono spietato Napoleone, perchè macellò pochi facinorosi, e, fors'anche, per intimidire, alquanti non facinorosi. Ma se, con un animo di più molli tempre, avesse aborrito da ogni omicidio, quali carneficine, [pg!153] quali sciagure non avrebbero in breve flagellata la Francia ed il mondo, quando le parecchie sette monarchiche e le infinite più o men repubblicane, famose queste per la dappocaggine e perversità dei capi, si sarebbero disputata la signoria al suo uscir d'ufficio? Taccio di nojaltri Italiani, che forse ora saremmo ridotti allo stato di mandra; e della Siria, dove ogni anno si rinnoverebbero le solite stragi; e del Messico, che non avrebbe la prospettiva felice di diventare una Monarchia autonoma e senza pronunciamenti e senza guerre civili in permanenza. Taccio di Parigi e Lilla e Marsiglia e tante altre città micidiali, rese ormai saluberrime. Che importa, a petto a questi risultati, il sangue di qualche demagogo, di qualche monello, di qualche femminetta o di qualche frustamattone? Ah, se il due-dicembre è un misfatto, sarebbe capace di far rinnegare il culto della virtù ad Aristide in persona! Renda, chi può, frequenti questi benefici delitti; e noi, se pur siamo uomini e non pecore matte o donnicciuole isteriche, adoriamoli, esaltiamoli e proseguiamone gli autori d'immensa riconoscenza e pertinace[16].
Questa scappata semipolitica m'è sembrata buona ad intercalarsi, acciò la lode d'una poesia antinapoleonica non si scambiasse per sintomo d'antibonapartismo.
[XI. — Una ballata di Vittorio Hugo ed il prologo in cielo.]
Nella ballata, che accennavamo, il vecchio neodemagogo (il quale non può ormai più vantarsi;
.... fidèle au sang qu'ont versé dans sa veine
Son père, vieux soldat, sa mère, vendéenne),
[pg!154] finge e suppone, che domineddio segga al tavoliere col diavolo, giuocandosi a carte, secondo il solito, l'uman genere odiosissimo ad entrambi. Ma quel giorno facevano proprio messe meschine: l'uno giocava un abatucolo sparutello, il Mastai; l'altro un monelluccio di un principotto squattrinato, il Bonaparte. Dio padre li lasciò vincere al diavolo, dicendogli: — «Togli su, già non saprai farne checchessia.» — «La sbagli!» — esclamò quegli; e, sghignazzando, li trasformò in un papasso ed un imperiere. Poniamo da banda la falsità intrinseca de' giudizî, così sputati intorno a due ottimi; badiamo solo al merito letterario della invenzione, dando e non concedendo, che sian giusti e veri. Certo, non venne mai con più fiele ed argutezza derisa, da alcun altro empio, l'apparente imprevidenza della cosiddetta Provvidenza, che fa strabiliare gli uomini paucae fidei, tanto poco è la sapienza con la quale par loro, che regga il mondo, e per isbizzarrirsi:
..... torca alla religione
Tal, che fu nato a cingersi la spada,
Facendo Re di tal ch'è da sermone.
L'Hugo ha avuto innanzi alla mente un proposito ben chiaro; e con tremenda ironia colpisce non solo le persone del Mastai e del Bonaparte e le istituzioni del Papato e dello Impero, anzi pure tutte le credenze cristiane intorno alla bontà infinita ed alla onniscienza di dio.
Ed ora apro il Fausto ed inciampo nel Prologo leste. A leggerlo, mi persuado e convinco, che scopo del poema è di sciogliere con l'ironia l'intera mitologia cristiana, e dico fra me e me: — «Bravo! L'idea, letterariamente, se non è nuova, non può neppur dirsi esausta; finchè durerà la fede, la caricatura di essa offrirà buoni motivi allo Artista.» — E m'aspetto ad incontrare una composizione, tagliata sul genere dello Scherno degli Dei del concittadino di Vanni Fucci bestia, un quissimile di quanto parecchi hanno tentato ed il Voltaire ha fatto
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