..... Con quella sua fanciulla a gli Angli infesta,

Che il grande Enrico suo vince d'assai

è ch'è tra le più preziose gemma del serto poetico della Francia. E mi figuro e concepisco il dramma quale una sanguinolenta caricatura, in cui tanto le potenze infernali quanto le celestiali abbiano ad apparire come una fantasmagoria evocata dal poeta per distruggerla satiricamente dal punto di vista umano e materialista; riversando, travasando nelle forme impassibili, indeterminate e vacue delle divinità spirituali moderne, tutte le determinazioni della vita umana prosaica e volgare. Il lavoro, così fatto, sarebbe stata l'epopea della vittoria riportata dal comico sul sublime; avrebbe incarnato esplicitamente il concetto implicito nel Decameron, la ribellione della carne contro la tirannide dello spirito e dell'ascetismo, della spontaneità contro il formalismo; la conquista d'un presente. Concetto, ch'emergeva dall'indirizzo storico della Germania nel secolo scorso appunto com'era emerso con una anticipazione di quattro secoli dallo svolgimento della mente Italiana nel trecento. Ma io vi dico proprio quel, che il Goethe non ha fatto. Il prologo ci sta proprio a pigione; è uno scherzo buttato lì, senz'ombra d'intenzione seria, ancorchè remota; mera variazione rettorica sul libro di Giobbe, che può stimarsi eseguita con minore o con maggior virtuosità, ma non giunge ad affermarsi come creazione originale ed indipendente. Qui l'ironia del Goethe si manifesta qual'è sempre, per la natura dell'ingegno di lui, accidentale e non sostanziale, derivata da paragoni, che rimpiccioliscono, da giochetti sulle parole, da scambietti di spirito, da quanto è raffronto esterno, ma non mai dall'interno del subjetto e della situazione. Per esempio, quando il Signore se n'è andato, Mefistofele sclama, ed è il maggiore sforzo di spirito che faccia in quella scena:

Quel buon vecchiardo visitar dilettomi

Di quando in quando; e seco in buoni termini

Stommi; è pur bel, che un tal signor compiacciasi

umanamente conversar col diavolo.

[pg!156] Quanto sarebbe stato poetico il rappresentarci quegli arcangeli, quel dio, quel demonio crudelmente curiosi nella loro olimpica indifferenza delle passioni umane, curiosi di far vibrare in noi questa o quella corda, solo per isperimentarne l'effetto ad essi inconcepibile, appunto come fanno i bimbi, quando tormentano per disonesto passatempo il malcapitato uccelletto, che geme fra le mani loro! Quanto sarebbe stato felice ed originale, puta, il rappresentarceli attoniti e sorpresi ed invidiosi della vita umana ricca di contenuto, di gioje, di voluttà, di virtù, di passioni; ed intenti malvagiamente a distrugger negli altri quanto è loro impossibile acquistar per sè, simili a quella Latona, che, per vendetta de' suoi lombi poco fertili, faceva assaettare la figliuolanza della Niobe! Pare, che il Goethe avesse ideato il suo domineddio come un barbogio burbero pedante, che professa la massima indifferenza per gli affari di questo mondo e li concede volentieri alla provvida amministrazione del demonio, contentandosi di rimbrottarlo, quando le cose vanno male agli occhi suoi. Dico pare, perchè questo carattere è bensì abbozzato in poche parole, ma non già svolto in un'azione; e quindi non diventa vivo, non sussiste quale fantasma autonomo.

In fine alla seconda parte, questo prologo acquista una tal quale conclusione; ma la persona di dio è sparita ed invece troviamo non so quale — «eterna muliebrità,» — che la surroga, scrocca l'anima di Fausto peccatore a Mefistofele. In che guisa? Distraendolo dal far la guardia al sepolcro del vecchio stregone. L'eterna muliebrità, assume, a buon fine, la parte di ruffiana... Fa scendere una gloria, ed il demonio si distrae, ammirando, vagheggiando, concupiscendo e cercando di sedurre gli angioletti di paradiso. Per ispiegarmi più chiaro, viene indotto in somma in tentazione del

..... vizio, per cui dio Sabaoth

Fece Gomorra e i suoi vicin sì tristi;

[pg!157]

Che mandò il fuoco giù dal cielo, et quot

Erant, tutti consunse, si che a pena

Campò fuggendo un innocente Lot.

Pensiero, artisticamente parlando, stupendo; per quanto possa sembrare immorale ed irreligioso! Oh se il Goethe ne avesse avuto coscienza! Qual partito poteva ricavarne! La divinità, che scende a sotterfugî, de' quali un capobrigante, un camorrista, che si rispetta, rifuggirebbe! Avremmo visto spuntare una passione brutale invero, ma pur sempre passione, in quel cinico diavolo, che fino allora le aveva ignorate tutte:

Et, comme un vieux soldat vous montre une blessure,

Montrait avec orgueil le rocher de son coeur,

Où n'avait pas germè la plus chétive fleur.

Passione prepotente in modo, da fargli dimenticare la sua perpetua negazione. Mefistofele, divenendo più che mai disgustoso, avrebbe destato per la prima volta simpatia e compassione, perchè quel suo accesso di lussuria esce dalla vacuità demoniaca e ci mostra in lui finalmente una parte umana. Ma questo svolgimento dell'umano dal diabolico non era cosa da farsi in una scena ed incidentalmente, anzi bastava per tema d'un grandioso e degno lavoro, che avrebbe riconosciuto Mefistofele a protagonista. Del resto, la scena, che nell'intento del Goethe era allegorica, rimane una freddura slavata senza colore o calore.

La parte epica del Fausto è appena accennata; nel lavoro ci sta per un dippiù, v'è appicicata arbitrariamente. È però gran segno di leggerezza in uno scrittore, quand'egli, non s'accorgendo del carattere dell'argomento, che ha fra le mani, non sapendone afferrar l'indole, crede di potersi sbrigare, in un pajo di scene incidentali, di vastissimi concetti, e di far balzare con quattro martellate all'impazzata un Mosè dal marmo.