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[XII. — L'antica Leggenda di Fausto.]
Il tema della leggenda, contenuta nel Fausto Goethiano, è tolto da un mito popolare tedesco nel quale si riassume l'intero ciclo de' romanzi e delle facezie stregonesche, che fruirono grandissima voga presso la Germania del cinquecento, e di cui non andò immune nemmanco la nostra Italia; come documentano, per tacer d'altro, moltissime novelle di Giovanni Boccaccio e di Franco Sacchetti. Se ne conoscono parecchie versioni, ma la più antica e di combutta più compiuta si registra in un libercolo, edito a Francoforte sul Meno nel MDLXXXVII e ripubblicato per la prima volta, dopo dugencinquantanov'anni, in coda alla prima parte dell'opera faustologica dello Scheible. Ecco la succinta analisi di questa leggenda divulgatissima e mista d'elementi popolari e letterarî.
Al dottor Fausto, figliuolo d'un villico di Rod presso Vimaria, che studia teologia nell'università vittemberghese[17] concessa pudet ire via, poichè:
..... ogni segnato calle
Provò contrario alla tranquilla vita;
ed insofferente non del peso anzi dell'obbrobrio dell'evangelico iugum suave[18], bramando emular dio [pg!159] nella scienza, s'addice alla necromanzia; ovvero, per dirla nell'ingenuo linguaggio del testo: prese ad amare ciò, che non è da amarsi; assunse ali d'aquila e volle conoscer fondo al cielo ed alla terra, emulando que' titani, de' quali i poeti favoleggiano, che ammucchiassero monti su monti e volessero guerreggiare con la divinità. Ma presto s'avvede di non bastare a tanto; e che, in lui, come in Aldigier di Chiaromonte, quando trattavasi di liberar Malagigi e Viviano:
L'animo è pronto, ma il potere è zoppo.
Epperò determina avvalersi all'uopo dello spirito più dotto e potente dopo domineddio, cioè del demonio. Ed evocatolo in una boscaglia, senza lasciarsene imporre dalle sue gherminelle e ciurmerie, il costringe a diventargli servo. Se non che, come l'uomo non ancora avvezzo, egli non si rassegna a considerarsi aggiudicato allo inferno; e, quando il diavolo gli assicura, che dopo morto avrà a scontare le debite pene, va in collera e lo scaccia da sè, dicendo: — «Non vo' dannarmi per cagion tua.»
..... Così reso a sè stesso, altrui ritolto,
Quasi servo fedel, che franco viva,
Tutto lieto sen gìa libero e sciolto.....
Ma ben presto s'accorge di non potersi spesare (come diciamo a Napoli) de' servigi diabolici, che gli riempivano alquanto il vuoto dell'animo: