Questa scena ha nel testo centoquindici versi, nella traduzione Maffei centrentaquattro: possiamo arguirne un po' di stemperamento, perchè, in regola generale, un verso Italiano analogo riesce più che sufficiente a renderne uno tedesco: se il vocabolo tedesco è di solito più breve dell'Italiano corrispondente, le nostre forme grammaticali sono viceversa più energiche, la nostra conjugazione è più ricca di tempi, le nostre ellissi ed i nostri sottintesi spigliano l'orazione; e d'infinite parole superflue ne facciamo a meno. Lo argomento della scena è presto detto. Ariele esorta sull'alba una torma di spiritelli ad indur pace nell'animo esagitato dello stanco Fausto, a discacciarne il rimorso, ad infondergli l'obblio del passato, l'amor della vita. Spunta il sole; spariscono i silfi. Il dormiente si ridesta, rinfrancato d'anima e di corpo, desideroso di godimento e di azione, convinto che ogni Ideale astratto perdura inasseguibile, e può solo fruirsi nel riflesso variopinto, che ce ne offre la vita. — «L'attività è l'uomo,» — dice il Barrili. — «Fare, fare è l'impresa gentilizia di questo credente nel cuore, scettico nella mente, che il Goethe ha incarnato» — ossia, voluto incarnare — «nel suo Fausto. Fare, fare: ed è perdonato anche l'errore; e i patti col diavolo, anco se scritti col proprio sangue, non tengono. Chi più ha operato, con la coscienza di voler giungere al vero, ha salvata l'anima sua (L'Olmo e l'Edera. X).» — Del resto, questa prima scena della seconda parte del Fausto è fredda: non parla nèd al cuore nèd alla fantasia; punta passione, punto [pg!265] sentimento, punta poesia; Ariele, i silfi; Fausto non sono personalità spiccate e pregnanti, anzi vuote rappresentazioni, portavoci adoperati dall'autore per esprimere un suo concetto; ed i concetti, ch'egli vuole esprimere non sono, come quelli del Voltaire di natura da appassionare per sè stessi, materialmente il lettore. L'intervento fantasmagorico rimane ingiustificato; il monologo del protagonista è rettorico e declamatorio. Ma, numi del cielo! ciò, che bisognava appunto rappresentarmi, era codesta guarigione, codesto incallimento di Fausto, codesto suo lento oblio e riscatto del passato, in tutte le gradazioncelle, che, un attento ed affettuoso esame del problema psicologico avrebbe fatto scoprire. Il mutamento, per tornar poetico, non dovrebb'esser miracoloso ed accadere in virtù de' canti soprannaturali delle sifilidi (come avrebbe detto il Madoj-Albanese); bensì svolgersi sotto i nostri occhi, in modo da capacitarci, da sembrarci, nonchè possibile, necessario. Dovrebbe insomma essere l'argomento non d'una scena, anzi di tutta la seconda parte. Tanto il Goethe non ha visto; ned era forse in grado di eseguire. Ma la fattura e l'armonia de' versi è stupenda: bellezza questa musicale anzichè poetica, però sempre bellezza; e noialtri Italiani, indulgentissimi pe' versi, che suonano e non creano, saremmo ingiusti, rimproverando agli altri popoli di compiacersene. Onomatopea bene intesa, splendore di tropi, studio intelligente de' fenomeni naturali, lingua discretamente pura, finito tecnico, ecco i pregi, che, nell'originale tedesco, compensano in parte l'inane simbolismo e la deficienza di contenuto poetico, che questa scena ha comune con alcuni canti dell'Allighieri, i quali sono disquisizioni teologiche versificate. Difatti, l'opera de' Silfi verso Fausto rimane senza connessione, vuoi con la prima parte della Tragedia, vuoi con tutto il seguito. Convien dunque interpretarla simbolicamente e riferirla alla relazione, che han fra di loro le due parti della favola. Nella prima s'è incarnata l'irrequietezza intellettuale e morale della [pg!266] gioventù del poeta; nella seconda n'è ritratta la vecchiaja, serenamente contemplativa, universale, eclettica. Il Goethe stesso ha detto: — «La prima parte è quasi tutta subjettiva, tutto vi è prodotto d'un uomo appassionato, preoccupato. Nella seconda parte non vi è quasi nulla di subjettivo; vi apparisce un mondo più alto, più vasto, più chiaro, più spassionato; e chi non ha molto visto e molto provato non sa che farsene». — Il Coro de' Silfi rappresenta la virtù poetica, la quale, nella prima parte, evoca le lotte intime delle passioni e della coscienza, e, nella seconda, trasforma ogni cosa in un lieto scherzo della immaginativa. La catarsi e glorificazione, per mezzo degli spiriti della poesia, vuole esprimere una palingenesi poetica, che ci autorizza a prescindere dal precedente o cel mostra da un punto di vista, che la sola seconda parte può spiegarci. Ma tutto questo simbolismo, sempre riferibile alla vita ed alle vicende personali del Goethe, non potrebbe interessarci e commuoversi. L'accompagnamento di arpe eolie al canto di Ariele è cosa stupidamente buffa; è una strampalataggine, che non fa nemmen ridere. Nè mancano i plagi: la idea di far consolare Fausto dormiente dal coro de' silfi è imitata dal Calderon, che fa consolare un suo protagonista svenuto dagli angeli. La pirateria era sistema pel Goethe: tutti sanno, ch'egli osò stampare come cosa propria una canzonetta popolare, mutandovi poche parole. C'è un suo epigramma, Totalità, che viene spesso citato: mi sono accorto, ch'è tolto dalla prosa francese del Beroaldo di Verville. Non la finirei: ma torniamo a bomba.
I versi, rimati tutti, appartengono a diversi metri, scelti con accorgimento maestrevole, sempre adatti a' personaggi, alla materia. Giacchè, per dirla con Bione Crateo ossia Vincenzo Gravina: — «il numero ha per primo e maggior vanto suo l'esser conforme ed imitare con la propria armonia il genio e la natura della cosa, che si rappresenta: perchè tanto il numero quanto la locuzione son tolti a fine di [pg!267] ben condurre e di partorir l'espressione, la quale dee essere regola e misura di tutti i colori poetici, che debbono avere stima ed approvazione proporzionata all'aiuto, che prestano alla rassomiglianza». — E Giuseppe Giusti scriveva a Silvio Giannini: — «Questa analogia dei metri col subietto è trascurata e derisa: ma chi la deride e chi la trascura se ne accorgerà. Si può scherzare con tutti gl'istrumenti e sopra tutte le corde; ma l'accompagnarsi una Elegia col sistro e coi timpani è una facezia da carnevale». — Il coro de' Silfi canta strofe di trocaici analoghi a' nostri ottonarî. Ariele dà l'intonazione al coro con una strofa consimile; ha poi un recitativo ne' soliti giambi tragici tedeschi, ed un altro canto di tredici ottonarî irregolarmente rimati. Il monologo di Fausto ridesto è in terzine, imitate dalle italiane, sebbene vi si ripetano le rime senza scrupolo, in opposizione alla: — «Stolta legge, anche io 'l dico, ma pur legge Che il terzinante antico mastro ditta;» — come, a torto, l'Astigiano. Questo metro, introdotto in Germania, nell'ultimo decennio del secolo scorso, da Augusto Guglielmo Schlegel, (che, se non erro, l'adoperò persino in una tragedia, quantunque non ci sia metro meno drammatico, come può convincersene chiunque ha letto anche le favole boscherecce e le tragedie in terzine Italiane, che son parecchie) vi ha poco incontrato: il Goethe non se n'è servito se non qui e nel carme sul Cranio dello Schiller. In Italiano sogliamo chiudere il periodo ad ogni terzina; invece il Goethe fa periodi, che abbracciano più terzetti; e, per lo più, mette il punto fermo dopo il primo verso di una terzina. Il Maffei, non ispirato male nel tradurre gli ottonarî degli spiritelli in decasillabi, e che ha voluto così accrescere od inconsciamente forse solo ne ha cresciuto il suono, non so come possa scolparsi di aver tradotta in altro metro, cioè in settenarî, la strofa d'Ariele. Oltre lo scàpito d'armonia, ne risultano due sconvenienze. In primo luogo, Ariele non prescrive più a' Silfi il [pg!268] tono, in cui debbono cantare; cessa d'esserne il corago; e quindi il metro, adoperato da questi, diventa immotivato, arbitrario. E poi, non s'avverte più distacco sufficiente fra la strofa ed il recitativo, tradotto dal Maffei con un libero intreccio di endecasillabi, settenarî e quinarî, quale usa ne' melodrammi. Come il recitativo di giambi, gli è parso di rendere anche gli ottonarî, che annunziano con armonia imitativa lo spuntare del sole; sicchè quel brano impallidisce al paragone delle strofe precedenti, invece di offuscarle per fragore ed altisonanza. Imperdonabile poi mi sembra, l'aver messo in isciolti le terzine di Fausto: bisognava assolutamente conservare il metro, che il Goethe non avea mica adoperato a casaccio. Lo sciolto qui non va, perchè troppo drammatico, perchè destituito della solennità compassata, serena del terzetto. La bellezza principale della scena, come ho avvertito, è musicale; l'armonia de' metri esprime mirabilmente, meglio delle parole, que' sentimenti, che erano nelle intenzioni dell'Autore. Il Maffei non ha saputo rendersene conto; quindi nella scelta de' metri è stato infelice, lasciandosi determinare dal comodo e dalla facilità, non dalla natura del soggetto.
Scendiamo ora all'intelligenza letterale del testo.
VERSI I-VIII. Tedesco.
Ariele con accompagnamento d'arpe eolie:
Wenn der Blüthen Frühlings-Regen
Ueber alle schwebend sinkt,
Wenn der Felder grüner Segen
Allen Erdgebornen blinkt,
Kleiner Elfen Geistergrösse
Eilet wo sie helfen kann,
Ob er heilig? ob er böse?
Iammert sie der Unglücksmann.
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TRADUZIONE LETTERALE
Quando a primavera una pioggia di fiori vien giù librandosi sopra tutti; quando la verde benedizione de' campi splende a tutti i terrigeni; la grandezza spirtale de' piccoli silfi accorre, dove può giovare; o santo o malvagio, (ch'e' sia), compatisce all'uomo della sventura.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.