Allor che la feconda
Piova di maggio cade
Sui campi, e delle biade
La verde spica imbionda,
Picciolo stuol di spiriti
Volenteroso accorre,
E dove possa, al misero
O buono o reo, soccorre.
Il Goethe non parlava degli acquazzoni benefici di maggio, anzi de' fiori, che, a maggio, cadono, piovono dagli alberi. Come va, che il Maffei non ha nè visto nè tradotto quel Blüthen? I versi tedeschi rammentano subito il petrarchesco: Da' be' rami scendea.... Una pioggia di fior sovra 'l suo grembo... con un vago errore, Girando;... e si direbbero tradotti dalla bella canzone di messer Francesco. Girolamo Benivieni nel suo Amore, verso il fine, ha questa ottava sdrucciola a proposito di certi alberi: Da' vivi rami lor sospesi pendono Aurei pomi, onde gli augei si pascono. Poi dolci note al ciel cantando rendono; E quei, pasciuti, subito rinascono. Da le frondose lor chiome discendono. In dolce pioggia fior, che, mentre cascono (sic), Vaghe ghirlande alle fresch'erbe ordiscono, Onde di doppio umor liete fioriscono. Il Marino (Adone II. 25.) narra, che Amore, chiamato da Venere: Corre ingordo a l'invito; e, colmo un lembo Di fioretti e di fronde in prima coglie; Poi, poggia in aria; e, sul materno grembo, In colorita grandine lo scioglie. [pg!270] Alessandro Guidi in una canzone a Clemente IX (Giovan Francesco Albani) scrive: E la dolce degl'inni aurea famiglia, Quasi d'eterni fior pioggia divina, Discenda in grembo alla città latina. Cito siffatti esempî e ne citerò altri in seguito, ad ogni passo, per mostrare con tutta evidenza, come questa ed altre immagini, adoperate dal Goethe, non abbiano poi nulla d'insolito, di strano, nulla che possa confondere o perturbare un traduttore. Egli s'è avvalso dell'immagine trovata dal Petrarca, a lui ben noto pe' lavori di Carlo Ludovico Fernow, de' quali sappiamo da' dialoghi di Giampietro Eckermann, quanto studio e conto facesse; sebbene sia qui detto per incidenza non valgano agli occhi nostri un fico; ma al Goethe dovea parer diversamente, perchè gli aprivano in qualche modo l'intelligenza della poesia Italiana. E forse gli era nota eziandio la Canzone del Guidi, giacchè in Roma era stato ammesso sotto il nome di Megalio Melpomenio fra gli Arcadi, che veneravano quel gobbetto pavese come inventore d'un nuovo modo di poetare. Il Goethe non parla di messe, che imbionda; siamo in primavera e non in estate. Parla de' verdi campi, che splendono, ridono, suscitano speranze a tutti i terrigeni, tanto a' bruti, quanto agli uomini, quanto agli spiriti elementari, fra' quali sono da noverarsi Ariele ed i silfi. Questo sentimento sparisce nella versione del Maffei. Il Goethe non dice, lo stuolo degli spiritelli esser piccolo, chè anzi da tutta la scena risulta folto. Dice bensì, che i silfi sono nanerottoli; e marca l'antitesi fra la piccolezza delle forme e la grandezza spiritica o spirituale o spiritellesca, come a me parrebbe meglio, per la somiglianza con istenterellesco. Così il Bernia dice del demonio Scarampino: Minuto il ghiottarello e piccolino, Ma bene è grande e grosso di malizia. Così l'Imperiale nel Casalino: Anco statura in noi par, che si vante, Se in vene anguste più, più furia spande; Più coraggio ha quel cor che meno è grande, Ed ha corpo pigmeo spirto gigante. Così il Padre Carlo Casalicchio [pg!271] della Compagnia di Gesù dice (L'Utile nel Dolce. V. I. I.) che Sant'Antonio, vescovo di Firenze era: — «detto così, perchè quanto era grande d'animo, di santità, di dottrina e di prudenza, tanto era piccolo di statura e di corpo». — Così Vittorio Betteloni, dopo aver detto, che il Cavour era piccolo, sclama: Oh fu pur grande il piccioletto conte! La magnanimità de' silfi li fa non solo soccorrere, anzi pur compatire allo infelice; e questo sentimento è significato con energia dallo intraducibile jammern (eccitar compassione) che, avendo per soggetto il compatito e reggendo il compassionante all'accusativo, ci dimostra questi passivo. Ma tutte le siffatte intenzioni e gradazioni spariscono nel Maffei. Altro è misero, altro è l'uomo della sventura: codesta espressione all'ossianica indica un grande infelice; mentre il vocabolo, che il Maffei v'ha sostituito, s'attaglierebbe ad ogni sventurato volgare, anche ad un povero accattone. Ma probabilmente ned Ariele ned i silfi ned il Goethe si sarebbero tanto curato d'un tapinello qualunque. Le sono minuzie d'espressione, pure vuol dir molto non averle avvertite. Il Berchet ha chiamato i contadini d'Italia; figli dell'affanno: che miseria sarebbe il tradurre o l'interpretare come se dicesse soltanto affannati! Giorni fa, visitando la bella villanella di Michelangelo, lessi scarabochiati col lapis su d'una lapide que' versi: Amo la tomba, ove si dorme in pace; Ove all'eterno figlio del dolore È pio conforto una solinga face, Una stilla di pianto e un mesto fiore. Sostituire in essi addolorato a figlio del dolore, o non sarebbe un'insipienza imperdonabile? Del resto, quasi tutti questi spropositi del Maffei sono ripetizione de' commessi dal prof. Giuseppe Gazzino, che aveva tradotto così: Appena vien, che cada Dal cielo in primavera Su' campi la rugiada; Appena è, che si veggia La messe, che biondeggia; Piccoli Silfi a stuolo Traggon per dare aita, A quanti son, che in duolo Menan quaggiù la vita. Sia tristo od innocente, Se da miseria afflitto, A lor pietade ha dritto. [pg!272] Io non ho qui ad occuparmi de' farfalloni del Gazzino, che, nell'atto quarto, giunge sino a scambiare un paio di stivali con una coppia di rospi; quindi mi basterà di averlo mentovato una volta. E mi asterrò da ulteriori riscontri, che indurrebbero a sospettare, aver tanto egli quanto il Maffei tradotto non dall'originale anzi da una cattiva traduzion francese.
VERSI IX-XIII. — Tedesco.
Segue Ariele.
Die ihr diess Haupt umschwebt im luft'gen Kreise,
Erzeigt euch hier nach edler Elfen-Weise,
Besänftiget des Herzens grimmen Strauss;
Entfernt des Vorwurfs glühend bittre Pfeile,
Sein Innres reinigt von erlebtem Graus.
TRADUZIONE LETTERALE
Voi, che circondate questo capo, librandovi nell'aerea ronda, dimostratevi qui secondo il degno costume de' silfi: sedate il bieco conflitto del cuore; allontanate gli ardenti dardi, ed amari del rimorso; purificate l'animo suo del sostenuto orrore.
TRADUZIONE DI Andrea Maffei.
Gentile, aereo stuolo,
Che vai su quella mesta
Fronte girando a volo,
La virtù consueta or manifesta.
Le cure irrequiete
In quell'animo afflitto,
Silfidi, raddolcite; e ne svellete
L'igneo stral de' rimorsi ond'è trafitto.
Fate che non molesti il suo riposo
Ricordo tormentoso.
Il mesta, l'afflitto, l'ond'è trafitto son riempiture, imbottiture inutili, che attenuano l'effetto. Del rimanente, [pg!273] sembra, che il Maffei si sia proposto di mitigare le forti e vibrate espressioni dell'originale, di ringentirle. Altro che raddolcire cure irrequiete! si tratta di calmare le passioni scatenate, che atrocemente combattono fra di loro e contro la coscienza! Altro che ricordo tormentoso! si tratta di raccapriccio per la vita vissuta! Fausto ha rinnegato dio; ha patteggiato col diavolo; ha fatto falsa testimonianza intorno alla morte del marito della Marta ed avvelenato la madre della Ghita ed assassinato il fratello ed abbandonata e costretta al delitto quella povera sedotta; la memoria delle iniquità commesse è per lui qualcosa di più che un semplice ricordo tormentoso, come ogni galantuomo ne ha. Nè si tratta di far sì, ch'egli abbia un riposo non molestato; anzi si tratta di purificargli l'animo dell'orrenda rimembranza, d'infondergli l'obblio del passato, d'irrorarlo d'acqua di Lete, d'onda letea o letale com'è meglio specificato in seguito. E perchè tôrre l'amarezza agli ardenti rimorsi?