Dunque al sol diam le spalle. Il ruinoso
Torrente, che devolvesi fremendo
Per gli alpestri burroni, attrae con gioia
Ognor crescente il guardo mio. Lo veggo
Precipite avvallar di balzo in balzo.
Frangersi in mille rivi, ed una nube
Sgorgar per l'aere d'agitata spuma.
Oh come da quel vortice si leva
L'arcobaleno maestoso e spiega
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La settemplice curva! Ora è distinto,
Or nell'aria è perduto, ed un ribrezzo
Vaporoso diffonde. E speglio forse
Quell'iride non è de' nostri affetti?
Pensavi e certo ne sarai. Nel lampo
Di quei sette colori abbiam la vita.
La descrizione della cataratta e dell'arcobaleno è stupenda nell'originale. Il Goethe s'era occupato per anni ed anni del fenomeno ottico, che produce l'iride. Nè queste sue descrizioni poetiche sono senza sustrato d'impressione naturale. Una volta, che il Goethe vecchissimo narrava, come ispirato dal bel paese intorno al lago de' Quattro Cantoni, avesse meditato nel MDCCXCVII un'epopea in esametri sul mito di Guglielmo Tell, (misericordia!) e come poi, distratto da occupazioni diverse, avesse ceduto il soggetto allo Schiller, che ne ricavò una tragedia (manco male!), Giampietro Eckerman osservò, sembrargli, che la descrizione in terzine nella prima scena della seconda parte del Fausto, dovess'essere una reminiscenza di quelle impressioni della natura svizzera. Rispose il Goethe: — «Nol nego; non avrei mai potuto pensare il contenuto delle terzine, senza le fresche impressioni di quella natura portentosa. Ma questo è quanto ho coniato dell'oro di quelle località. Ho abbandonato il rimanente allo Schiller». — Ci abbiamo inoltre del Goethe una dipintura della cascata di Pissevache nel Vallese, la quale aveva senza dubbio contribuito a generare il fantasma nella sua immaginativa: — «Ad un'altezza discreta, prorompe da un crepaccio del monte un forte rivolo, fiammeggiando, in un bacino, dove è ridotto in polvere e schiuma, che viene sparpagliata qua e là dal vento. Apparve il sole e dette doppia vita allo spettacolo. Giù, tra il vapore d'acqua, si ha dall'una e dall'altra parte, secondo che si cammina, un arcobaleno proprio vicino. Andando più su, si gode un fenomeno vieppiù bello ancora»; — eccetera. Altrove parla della cascata del Reno presso Sciaffusa, [pg!297] com'ei la rivedesse illuminata dal sole: — «L'iride appariva nella sua maggior bellezza: poggiava tranquillamente nell'immensa schiuma, che ferve, e, mentre minaccia di violentemente distruggerla, è costretta a riprodurla di nuovo ogni istante». — Ora, Fausto ravvisa nell'iride della caduta un'immagine de' godimenti umani. La fruizione piena, assoluta, non è per noi; ma ne abbiamo un riflesso nella vita, quando operosamente ci affermiamo ne' limiti, che la natura ci assegna. La traduzione sembra d'uomo, che non abbia mai viste cataratte ed archibaleni. Il torrente ruinoso, che si revolve fremendo per gli alpestri burroni desta in Fausto estasi e non gioia: c'è di che rimanere estatico, ma non di che rallegrarsi nello spettacolo. Non capisco la nube di spuma, che sgorga per l'aere. Sembra, che il Goethe, massime invecchiando, prediligesse smodatamente le frasi, in cui si ripete un medesimo vocabolo; ne abbiamo incontrate parecchie in questa scena, ed ecco tre ripetizioni in un sol periodo in tre versi successivi: Von Sturz zu Sturzen; in tausend dann aber tausend Strömen; Schaum an Schäume. Perchè cancella il Maffei due di queste ripetizioni intenzionali? o che il nostro linguaggio non le ammette o non se ne compiace? Das menschliche Bestreben non è i nostri affetti; begreifen vuol dire concepire, capire e non certificarsi. Tradur l'ultimo verso, come fa il Maffei, gli è un certificare di non aver capito ciò, che l'Autore intendeva dire. Antonio Bruni, volendo indicare un pensiero non dissimile da quello del Goethe, ha scritto: Pria che vestisse in me spoglia mortale Quest'alma, o mio bel nume,... Nel Sole inaccessibile immortale Mirò il tuo Bello; e s'or pur l'ama e in voto Gli sacra il cor divoto, De l'eterno splendore ama un riflesso. Nel tedesco leggo riflesso colorato e non lampo di que' sette colori; riflesso non è il medesimo di lampo.
Il lettore può giudicare ora, se ho disaminato ed analizzato con imparzialità questo brano di traduzione, scelto a caso, e tra' più facili. Avrei potuto giustamente [pg!298] sì, ma malignamente ricorrere a squarci malagevoli; e mostrare anche più chiaro, che ho ragione di chiamare usurpata la fama del Maffei. M'hanno appoggiato a volte l'incarico di esaminare alcuni pretendenti alla patente d'idoneità per insegnare il tedesco. Ebbene, in coscienza, se mi ritrovassi in quel ballo, ed i candidati traducessero come il Maffei, io non li riconoscerei mica idonei. — «Una patente, a voialtri? Patente d'incapacità!» — Invece quest'uomo, che tradisce in tal modo i malcapitati testi, conta tra di noi per una autorità in fatto di letteratura alemanna. Ha panegiristi ridicoli; giovanotti, i quali ignorando fin l'alfabeto tedesco, discorrono del Fausto, scarabocchiando cicalate inconcludenti, compilazioni eseguite sugli articoli della Rivista de' Due Mondi. Giuochi, che fanno i letterati oggi, come farebbero gli agenti di cambio od i capistazione, od altro, se sperassero di lucrar qualche soldarello di più. Buffoncelli, che chiamano il traduttore-traditore — «ingegno poderoso, che ha padronanza sulle due lingue, e lunghi e pertinaci studî su tutta quanta la letteratura tedesca, e straordinaria felicità di sapere trovar sempre nella poesia e nell'idioma della sua patria la frase, la parola, il modo di dire, che corrispondano a ciò, che volle significare l'autore nella propria lingua». — Il pubblico ignaro, sentendo affermare così ricisamente, crede alla competenza dell'encomiasta e plaude ingannato, senza sapere quel che si applauda. Ben inteso poi, che s'usa ora in Italia un traffico di lodi, Pur che al lodato il lodator risponda; E l'adulazion va per vicenda (come scrisse nel secolo scorso il sedicente inventore de' versi martelliani, a proposito d'un altro Maffei, Scipione, assai da più). Quindi, imitando la carità di Giovanni da S. Giovanni, Andrea Maffei chiamerà — «giovane d'alto ingegno» — nella prefazione al secondo volume, chi gli ha dimenato sotto il naso quell'incenso smaccato in un discorso prefisso al primo. Non c'è cosa, che più ripugni alla dignità d'un principiante, dell'assumer l'incarico d'una prefazione all'opera [pg!299] d'un autore vivo e riputato; l'è un impegnarsi a lodare, a panegirizzare in tutto e per tutto. A questo non pensa il pubblico; e, sulla fede del Maffei, ritiene grand'uomo in erba anche quel ragazzo lì: sic itur ad astra.
È triste a dirsi; ma da cinquant'anni, che il Maffei traduce e vien lodato, non un solo de' suoi lettori infiniti, non uno de' suoi panegiristi, s'è incomodato a riscontrarne le versioni con l'originale. Non uno ha sentito il bisogno, ha sospettato che fosse dovere, obbligo, di esaminare prima di applaudire! È una immoralità letteraria, che fa spavento! Per me, non voglio esserne complice. [pg!300]
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[POSCRITTA]
LETTERA A LUIGI MORANDI
Caro Morandi,
So, che tornando con insistenza sopra un argomento, si risica di riuscir tediosi; ma non posso esimermi dallo aggiunger due postille al mio articolo sul Maffei, rilevando due errori, che trasandai di notare ne' versi disaminati.
I. Nel soliloquio di Fausto, il Maffei ommette di pianta il secondo verso (sessagesimottavo della scena) che suona in tedesco: Aetherische Dämmrung milde zu begrüssen. Nella sua versione, non ci ha parola, che ne renda il senso o l'intenzione. Forse lo imbrogliava (e non dico ch'e' sia facile a tradursi!) ed ha girata la difficoltà.