II. L'altro errore mi vien fatto notare dal prof. Felice Tocco; e trascriverò quindi le parole di lui: — «Ne' versi XCII-CII credo, che ti sia sfuggito un altro errore del Maffei traducendo un imperfetto wollten col presente (vuol) tradisce pienamente il testo. Nel tedesco è espressa una certa opposizione tra il desiderio ed il fatto. Noi volevamo (semplicemente) accendere la fiaccola della vita; ed (invece) un mare di fuoco ne circonda. Nella traduzione del Maffei, questa opposizione scompare; e sembra, che il desiderio di accendere la face della vita succeda [pg!302] alla vista delle fiamme di fuoco: Ah! ma s'eleva Da quei baratri eterni un mar di foco! Stupefatto n'è l'uomo; e, della vita Vuol la face allumarvi.... Immense fiamme Gli fan siepe d'intorno!» —

Ed ora, basta davvero. Non voglio spigolare altro, dov'ho mietuto; sebbene certo di aver lasciato cadere più spighe, che non ne abbia immagazzinate nel granaio, o, per parlar fuori metafora, trascurate un numero di spropositi e d'improprietà maggiore di quello che registro. Ah! mio caro, il mestiere del traduttore non è il più facile del mondo; e chi vi si mette con poca dottrina, con punto gusto e con molta presunzione, può scroccarsi fama, non meritarla. Diranno, ch'io parlo così per invidia. Invidia di chi, di che? Se non isdegnassi, se degnassi imbrancarmi con tutti i ciarlatani, che mutuamente s'incensano in Italia, se avessi anch'io una spina dorsale flessibile ed una penna cortigiana, come mi avrebber caro! che grand'uomo sarei! Ma la quistione non è lì. Dato e non concesso, che parlassi per astio e per rovello, allego fatti? somministro prove? Oh dicano allora!

Forse di me con gloria si favella

Dove d'essi o si tace o si maldice:

Dico appo i buoni, a malgrado di quella

Loro ignorante turba adulatrice,

Che in presenza li adora e che li appella

Con titoli di grandi e di felici.

E poi l'intendo diversamente: per me l'è quistione di dovere, non di gloria. Che gloria può acquistarsi dimostrando inane un preteso miracolo, falsa una riparazione usurpata? Nessuna; ma si può rendere così un servigio a' concittadini. Sta sano e riama il tuo

Imbriani.

Firenze, 21. III. 70.

[pg!303]

[DANIELE MANIN]

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È stata pubblicata un'opera nuova, illustratrice delle vicende del M.DCCC.XLVIII. S'intitola: Daniele Manin e Venezia (1804-1853). Narrazione del prof. Alberto Errera di Venezia, corredata da documenti inediti, depositati dal generale Giorgio Manin al Museo Correr e da documenti del R. Archivio dei Frari. Firenze, successori Le Monnier, 1875. È un volume in sedicesimo di vi-524 pagine, oltre quattro innumerate, che contengono l'occhio ed il frontespizio. La correzione tipografica lascia molto a desiderare, nè corrisponde alla fama dell'officina. Per esempio, in una nota del Palmerston (pagina 180) si legge: il governo d'Italia; e deve dire: d'Inghilterra. In un resoconto (pag. 501 e segg.) si parla di Rimanenza delle Corse camerali e di Somministrazione di parte d'argento, invece di Casse e paste; e v'è una trasposizione d'uno specchietto dell'attivo al passivo. Si fa dire a' giornali parigini, che, appena sbarcato il Manin in Francia, le sol devenait tout-à-coup la meilleure part de son existence: sa femme mourait. I giornali parigini avran detto molto probabilmente dévorait e non devenait. Dico con l'Hugo: j'en passe et des meilleurs.