La lingua poi di questo volume patriottico ha [pg!306] spesso più del francese e dell'ebraico, che dello Italiano. L'autore si mostra inesperto della conjugazione e del regime de' verbi. Scrive: se si avessero fatti ostacoli (pag. 27); si aveva tentato di tener prigioniera (pag. 41); si aveva pure cercato la maniera più energica (pag. 55); ospedali che si avrebbero aperti in seguito (pag. 371), eccetera. Ed in tutti questi casi andava adoperato l'ausiliario essere, non avere. Scrive: non curatevi (pag. 333). Ma s'ha a dire: Non vi curate; e la seconda persona plurale dello imperativo, quand'è preceduta dalla negazione, non tollera encliticbe pronominali. Scrive: pregato il Palffy a concedere (pag. 26). Ma il verbo pregare regge la preposizione di; si prega di fare e non a fare alcunchè. Scrive: non può che ripetere (pag. 180); non è che un'amplificazione (pagina 155); attribuendo al che valore di se non. Sconcio gallicismo e sozzo, invece di può solo ripetere, è una mera amplificazione, oppure non può se non ripetere, eccetera. Scrive: Noi siamo liberi e possiamo doppiamente gloriarci di esserlo, giacchè lo siamo (pag. 33), eccetera. Barbarismo: lo è pronome, non proaggettivo; chè proaggettivo sarebbe e non pronome, se tenesse le veci di un aggettivo, com'è libero. Scrive: Siccome il piroscafo partiva (pag. 37); siccome però il Cavedalis continuava (pag. 211); adoperando siccome nel senso di poichè, là dove in italiano useremmo semplicemente il verbo al gerundio: Partendo il piroscafo; ma continuando il Cavedalis. Scrive: notizie di maggior levatura (pag. IV). Ma la levatura è degli uomini; egli volea dire: di maggior momento. Scrive: il via va (pag. 407); ma si dice via vai. Scrive togliermi di dosso le anella (pag. 387), con quanta improprietà, non è chi non vegga. Le anella soglionsi portare alle dita: si potrebber torre di dosso solo a chi se le avesse nascoste in altre parti; ad un soldato, che le occultasse nel zaino, nella mucciglia, nel sacco, via. Scrive: il di lui comando (pag. 273). Ma va detto: il comando di lui; o, come venne pure scritto (per esempio da ser Giovanni Fiorentino, nella [pg!307] Novella II della Giornata IV del Pecorone — «Era tanto ricco, che le lui ricchezze non avevano nè fine, nè fondo» — ) ed a me piacerebbe, e gioverebbe alla chiarezza, ma non è prevalso nell'uso: il lui comando. Scrive d'un incendio: nè si potè salvare il tetto ed una parte del primo piano (pag. 382). E probabilmente vuol dire dell'ultimo piano, ch'è il più vicino al tetto, giacchè, abbruciato il primo, anche i superiori sarebbero necessariamente crollati. Di simili sgrammaticature ed improprietà, potrei citarne:
... mille altre ancor, ch'io ne tralascio,
Per restringer gran massa in picciol fascio.
Piacemi solo di notare eziandio lo epiteto di ideologo appiccato proprio a torto al Lamartine, qui n'en peut mais; ed uno sproposito enorme di geografia (pag. 423) commesso ponendo il campo di battaglia della Cernaja: là nella Troade antica. Mi giova credere, che lo Errera volesse dir Tauride; la Troade è altrove.
Ma in libri simili, anzi in qualunque scrittura, gl'Italiani, a torto secondo me, non badano ora affatto alla purezza dello eloquio ed alla proprietà. Dalle ridicolaggini de' puristi, i quali riponevano tutta l'arte dello scrivere nello adoperar soltanto parole e locuzioni, autorizzate da esempli dal trecento e del cinquecento, siamo precipitati in una licenza stomachevole, che non si vergogna nè di barbarismi, nè di solecismi, nè di sgrammaticature, nè di spropositi ortografici.
Prescindendo dunque dalla lingua e dallo stile, facciamoci ad esaminare il contenuto del volume. L'autore dice: — «Il nostro ufficio è quello di scrivere la vita di un uomo in relazione ai tempi, nei quali visse, non l'epopea della resistenza (di Venezia).» — Ma in realtà egli ha inteso scrivere una istoria discretamente minuta della città di Venezia nel biennio 1848-1849. Particolari nuovi sulla [pg!308] vita del Manin, ed in quel tempo e prima e dopo, non ce ne dà punti; almeno, che siano di qualche momento. Ma espone tutte le vicende della rivoluzione veneziana: le politiche, le militari, le finanziarie. Ed il tema era bello, attraente per la parte drammatica, utile per gl'insegnamenti, che possono ricavarsene:
Le istorie nostre, in molte parti sparte,
Andrien raccolte e farne una sustanza.
Se non che, pur troppo, al narratore manca l'arte di ritrarre i fatti con evidenza; di esporli con ordine; di raggrupparli sapientemente; di delinearli co' particolari necessarî alla piena loro intelligenza; di colpirli, in quanto hanno di più caratteristico, in guisa da presentarci un quadro logicamente combinato, onde scaturisca una idea, un chiaro concetto e compiuto degli avvenimenti. La narrazione va sempre saltelloni, innanzi ed indietro; ora anticipa, ora retrocede; spesso si ripete; spesso s'interrompe, rimandando altrove; spesso tace quanto più c'importerebbe, od accenna, senza indicarli preciso, essere avvenuti fatti, che occorrerebbe almeno ricordarci per farci comprendere il seguito. Insomma, il difetto di economia nel disegno dello scritto e la esecuzione abborracciata sono evidenti.
Per esempio... (A me non piace asserir checchessia senza corroborar con pruove ed esempli l'asserzione); dunque, per esempio, nel Proemio si parla molto della lotta legale, sostenuta dal Manin e terminata col suo arresto, senza informarci in che propriamente consistesse, di quali mezzi si servisse, quale scopo si prefiggesse. Dunque, si parla de' suoi interrogatorî e di quelli del Tommasèo, tacendo gli argomenti di essi; e non ci si dice, che temesse e che bramasse sapere l'autorità austriaca da que' due. Dunque, le discussioni dell'Assemblea de' deputati della provincia di Venezia, che il quattro luglio M.DCCC.XLVIII votò la fusione col Piemonte, vengon [pg!309] narrate due volte, nel capitolo IV e nell'VIII, e parecchi altri simili duplicati ingrossano il volume e perturbano e stancano il lettore. Dunque, spessissimo l'autore se n'esce con un — «Intanto erano accaduti fatti gravi in Italia;» — e, sebbene la nozione di essi fatti sia indispensabile per capire quanto siegue, e quantunque basterebbe lo accennarli anche crudamente con quattro parole, preferisce lasciare al leggitore la fatica e l'impiccio di rammentarseli, se può. C'è un lungo capitolo sulla guerra; ebbene non una parola, che spieghi quale fosse il sistema di difesa prescelto da' difensori di Venezia. Una volta è detto che: — «al 7 e l'8 (luglio 1848) avvenivano ancora fatti, che tornano a lode di Venezia e del suo estuario». — (E, sia detto fra parentesi, che un fatto possa tornare a lode di Venezia, il comprendo; ma a lode dell'Estuario? Per Venezia s'intende la cittadinanza veneziana e la guarnigione; ma per Estuario cosa s'intenderà? Chi direbbe, che la battaglie di Salamina tornò a lode dell'Egeo? Questo si chiama scrivere secondo la maniera di G. Vittorio Rovani, autore di un libello contro il Manin, pubblicato tra' Documenti della Guerra Santa d'Italia. Capolago. Tipografia Elvetica. Gennaio 1850; il quale dice, d'un tale, ch'e' correva da (sic) Manin, ad imbandirgli grosse pastoje di menzogne, innestate sul vero. Un imbandigione di pastoje! e delle pastoje innestate! Ma chiudiamo la parentesi e torniamo a bomba). Bene, c'incuriosiamo; ameremmo conoscerli, questi fatti onorevoli per Venezia e per l'Estuario, e non possiamo appurare di che si tratti; il libro è muto. La lotta dei partiti, la tenzone fra gli unionisti ed i repubblicani federalisti, traspare, si suppone, ma non viene narrata, non che particolareggiata.
E talvolta sorge il sospetto, che le ommissioni, i silenzî, non siano senza malizia; e certo, riescono ad indurti in errore sullo stato della città assediata, sulle condizioni e lo spirito, come suol dirsi, della cittadinanza e della guarnigione. Per esempio, si accenna [pg!310] confusamente alla proposta del Tommasèo di porre una iscrizione in luogo pubblico — «ad Agostino Stefani muratore, che si offerse a dar fuoco là, dov'era il nemico sul ponte; e per isbaglio fu ucciso dai suoi.» — Il fatto, che narrato così, sembra cosa innocente e comune, meritava d'essere spiegato meglio. Eccolo, come si legge nelle Memorie Storiche dell'Artiglieria Bandiera-Moro. — «Agostino Stefani, muratore, erasi offerto il trenta di maggio (M.DCCC.XLIX) al colonnello Cosenz, allora comandante la batteria del Ponte, per accendere una mina sotto ad un arco presso gli avamposti nemici. Davagli il proprio nome, aggiungendo: l'opera è ardita, potrei rimanervi. Il Cosenz ne prese nota nel portafogli. Lo Stefani si spinse sopra leggiera barchetta dall'uno all'altro arco, cercando possibilmente nascondersi al nemico; ma, avendo la barca dato nel secco, messosi egli in acqua, se la spingeva dinanzi faticosamente. Due ore dopo i lavoranti, ignari della cosa, e sinistramente interpretando i segni, ch'egli facea col cappello verso di loro, a dimostrare, ch'era ancor vivo, vedendo quest'uomo così lontano da loro, il ritennero una spia del nemico e ne riferirono tosto all'ufficiale sorvegliante i lavori; il quale spedì alcune barche a quella volta. Ricondotto lo Stefani, disse a sua scusa, essere stato colà spedito da un ufficiale in occhiali (i quali appunto il Cosenz portava). Intanto, ch'ei subiva l'interrogatorio dell'Ulloa, comandante il circondario, corre tra' lavoranti la voce, che fu ritrovato nella barca dell'arrestato l'occorrente per dar fuoco ad una mina, ch'egli era quindi un traditore, perchè voleva far saltare il piazzale. Lo Ulloa, essendo per disgrazia assente il colonnello Cosenz, non credendosi bastantemente istrutto a giudicarlo, il manda alla prefettura d'ordine pubblico». — Fin qui tutto è naturale e va bene; ma ora viene il brutto. — «Rimesso in barca lo Stefani in mezzo ai soldati, la moltitudine inferocita grida al traditore; e non [pg!311] vale all'infelice il protestarsi innocente ed Italiano, che il prendono a sassi. La barca avvicinatasi alla riva, sette od otto più furenti si slanciano in acqua, si avventano contro l'infelice, e, trattolo a terra, a furia di sassi e di badili il resero vittima d'un patriottico furore.» — La narrazione del Carrano, meno particolareggiata, concorda sostanzialmente con questa, bench'egli, ufficiale, racconti la cosa in modo, che il lettore possa credere non essere stato nessun militare presente alla cattura ed allo scempio dello Stefani; tanto comprendeva la condotta della truppa non essere stata lodevole. Quali conseguenze ricaviamo da questo racconto? Che in Venezia, allora, non v'era più nè sicurezza pubblica, nè disciplina, nè giustizia. Non è detto, che i soldati di scorta difendessero il malcapitato, anche facendo fuoco contro la moltitudine inferocita, anche a costo della propria vita, com'era stretto dover loro. Non è detto, che alcuno fosse incriminato e punito per l'atto iniquo. Non si tratta di un semplice errore della giustizia militare sommaria, cosa triviale ed inevitabile nelle guerre; si tratta, che la plebe scatenata ammazzava i sospetti senza formalità di giudizio alcuno, e che non v'era nè forza per contrastare a misfatti siffatti, nè potere per punirli. Ma naturalmente allo Errera non fa conto di narrare e porre in luce questo avvenimento ed altri, che gli guasterebbono il quadro ideale d'una Venezia tranquilla internamente, malgrado le privazioni dell'assedio e la semianarchia; d'una popolazione non demoralizzata (scusate la brutta parola) da quindici mesi di rivoluzione! Quadro ideale, che sventuratamente non è vero e che, fortunatamente, non è possibile!
Poichè il Manin doveva campeggiare nel suo libro, esserne il protagonista, ci aspetteremmo a trovarne ben caratterizzata e scolpita la figura; a trovarvi ritratto quel, ch'e' pensasse e sentisse e soffrisse in un tanto e strano incalzar di vicende; come e perchè le sue opinioni si modificassero per opera [pg!312] e degli eventi e della riflessione; come e perchè il repubblicano pervicace e diffidente facesse votar la fusione; e come e perchè poi l'esule divenisse monarchico. Che bel campo per l'artista ed il psicologo! Ma niente affatto: qui abbiamo un lavoro imperfetto di rappresentazione e nessun lavoro di analisi. L'operato ed il pensato dal Manin sono insufficientemente esposti, e ci rimangono poco chiari e precisi innanzi alla mente. Ed è peccato: perchè, senza essere idolatri del Manin, senza volerne esagerare i meriti e porgli sotto a' piedi un piedistallo sproporzionato; come pure senza attribuire al popolo ed alla guarnigione di Venezia virtù e meriti fantastici, senz'andare in estasi innanzi alla saviezza d'una Assemblea, che non fece rivivere il senno de' magnifici Senatori della Serenissima, senza prorompere in inni vacui sull'eroismo de' combattenti; dobbiamo freddamente riconoscere, che, tutto sommato, fra le vergogne e le ridicolaggini del quarantotto, la difesa di Venezia fu una discreta pagina e non disonorevole, una pagina, che può ricordarsi con qualche orgoglio. Certo nessun'altra città insorta, assediata, senza presidio di esercito regolare, senza governo ben fondato, ha fatto altrettanto in questo secolo, ha dato spettacolo simile, aveva uomini di tal tempra. E Parigi ed Argentina, investite dagli Alemanni negli anni scorsi ed in grado di far molto più, fecero in sostanza molto meno. Il tema meriterebbe d'esser trattato meglio, d'esser trattato ammodo, con buoni criteri e con buona grammatica; e speriamo, che sia per trovarsi chi il faccia, avvalendosi anche delle fonti austriache e de' rapporti consolari, che dovranno pure, quando che sia, divenire accessibili. E questo istorico futuro, che invoco, potrà anche ricavar qualche notizia opportuna da taluno degli ottanta documenti (fra' quali ve n'ha pure degl'inediti), che lo Errera ha radunati o piuttosto affastellati in fondo al suo volume e che ne sono l'unica parte in qualche modo pregevole.