[9] Quell'ha s'ha a pronunziare lungo, essendo una contrazione di ha a.


XXXI.

LA NOVELLA DI LEOMBRUNO.[1]

C'era una volta un gran pescatore. Questo pescatore la mattina si alza co' il suo garzone e va per andare a far la pesca. Quando lui gli ha armato la sua rete, la getta in mare; ma butta giù e tira sù non pescava nemmanco un pesce.—«Vai garzone, vai a casa; e fatti dare la rete di numero uno, per vedere se si pesca qualche pesce.»—Butta giù la rete nel mare; va per tirarla sù: questa rete non veniva. I curiosi, tutte le genti, si fermano per vedere, si mettono alla rete, a il canape, e tira, tira, tira, tiran su la rete, e salta fori un serpente tra i pesci. Tutte quelle genti fuggirono, vedendo il serpente. Dice:—«Pescatore, cosa fai?»—«Che vole, signore, son quì che faccio la mia pesca; gli è il mio mestieri, per tirarmi un poco avanti.»—«Dimmi un po', hai figli?»—«Oh, ce ne ho dodici.»—«Dodici ne hai?»—«Sì.»—«M'imprometti di portarmi uno dei tuoi figli domani? Farai pesche innumerabili, che diventerai un gran ricco pescatore ancora te. E se non me lo porti, io ammazzerò te e tutti i tuoi dodici figli.»—«Oh Le pare! Sarà ubbidito. Sissignore, che io gnene porterò uno di dodici... Troppo onore per lui.»—Accomoda le crine de' suoi pesci e le manda a vendere per l'omo, che lui aveva. Caro pescatore, se ne va a casa, dispiacente, pensando che lui doveva portare un figlio a un serpente. Li guarda a uno a uno, sospira e getta le lagrime dagli occhi.—«Che ha, signor padre? ci guarda a uno a uno, sospira e getta lacrime dagli occhi.»—«Eh! figli miei, sospireresti anco vojaltri, perchè questo m'intravviene, figli miei: nel tirar sù la rete, m'è saltato fori un serpente; e mi ha detto, quanti figli che avevo?—Dodici.—Ne vole uno di questi dodici figli, sennò ci ammazza tutti quanti. Con qual core un padre vi deve portare nelle mani di un serpente?»—Risponde il maggiore:—«Non è niente di male, signor padre. Vengo e vengo volentieri.»—«Oh avete un bellissimo coraggio, di andare nelle mani di un serpente!»—La mattina, a mala pena che lui vedde albore, si veste:—«Signor padre, quando si deve partire, partimo; che io son bell' e all'ordine.»—Il padre va dispiacente, prende il figlio a braccetto e te ne vanno via tutt'e due. Salta fori il serpente, quand'è una piccola lontananza:—«Mandalo via, che non lo posso vedere! e vieni avanti te.»—«Vai, vai, figlio mio! e va a casa.»—Va avanti il pescatore.—«Dimmi, caro Pescatore, li hai perfidi e scellerati tutti a quella maniera i tuoi figli?»—«Sono tutti eguali.»—«Portamene un altro, domani.»—Il caso di questo, gli è il caso di tutti quegli altri dieci. Si conduce il caro pescatore di portargli l'ultimo figlio, il minore, che lui aveva, dei dodici, che gli rincresceva e gli passava il core questo Leombruno, perchè gli voleva tanto e tanto bene. Va intorno a Leombruno il padre a piangere e sospirare.—«Cosa piange, signor padre?»—«Caro Leombruno, piango la tua disgrazia.»—«E che disgrazia è la mia?»—gli fa il figlio a il padre.—«La disgrazia è la tua di andare nelle mani di un serpente.»—«Cheh! caro signor padre, la disgrazia non è niente. Ci vengo, ci vengo volentieri.»—Ancora questo poero Leombruno. La mattina era allestito innanzi di quelli altri undici fratelli, Leombruno.—«Signor padre, quando si vol partire, sono all'ordine.»—«Eh, figlio mio, avete un gran coraggio!»—Prende il padre il figlio a braccetto e se ne vanno inverso la riva del mare. In quel mentre salta fori il serpente:—«Vieni, vieni, caro pescatore, con il tuo diletto figlio!»—«Gli mancò il fiato: in quel momento non sapeva più che rispondere, il padre. In quel mentre, che gli era per consegnarlo a il serpente, gli apparisce un'aquila, e che ti fa? te lo prende per il groppone di dietro e te lo porta in aria a Leombruno. Il padre rimane così in estasi, dispiacente che l'aquila gli aveva portato via il figlio[2]. Il serpente:—«Eh sei stato di parola; me li hai portati tutti e dodici; non ho niente a divider con teco. Te, getta pure le reti in mare; pescherai pesci quanti vuoi; e diventerai un gran ricchissimo pescatore.»—E gli sparisce il serpente. Torniamo ora a Leombruno, che l'aquila l'aveva straportato via. L'aveva straportato sur un'isola, la più alta che ci potesse essere sopra la terra, sopra un tetto d'una certa Madonna Chilina[3]. Sendo costì poero Leombruno sopra codesto tetto, si rammaricava:—«Ahi! Ahi! Ahi! dove sono? Ahi! Ahi! Ahimè.»—Questa, che l'è una fata, ha inteso, questa madonna Chilina. Aveva dodici damigelle d'attorno, questa. Fa:—«O ragazze, venite davanti a me. Sento un rammarichìo. Andate a vedere cosa c'è'; e straportate davanti a me quello, che vojaltre trovate.»—«Sissignore[4], Regina.»—Vanne su, su questo tetto, e veggan questo giovane»—«Cosa fai? qual mai vento ti ha straportato in codeste parti?»—Leombruno, che si metteva a discorrere quello, che gli era intravvenuto.—«Niente, niente! Vieni con nojaltre, discorrerai con la Regina.»—Te lo straportano giù. Dice:—«Regina, s'è trovato questo giovane.»—La lo guarda bene in viso:—«Qual mai vento ti ha straportato sur il mio tetto?»—Gli racconta lui la novella:—«Gli è un caso, che il mio signor padre l'andava a pescare. Tirò fori la rete piena di pesci; e, tra questi pesci saltò fori un serpente; e gli disse: Pescatore, hai figli?N'ho dodici, signore.Se mi prometti di portarmene uno, farai pesche innumerabili; e, se non lo porti, ti ammazzerò a te e a tuoi dodici figli.»—E così gli racconta tutta la novella alla Regina, il caro Leombruno. La Regina, madonna Chilina, dice:—«Starai qui con meco.»—E se lo tiene per sè, che lei questo Leombruno se l'avea fatto per suo legittimo sposo. Era ben servito e ben corteggiato di tutto quello, che lui voleva. Passando il mese, passando quell'altro, madonna Chilina dice:—«Caro Leombruno, io vi ho da dire una cosa.»—«Dite pure quello, che voi comandate.»—«Abbiate da sapere, che io sono nel vostro interno; conosco il vostro pensiero, che voi avete. Spiegatemelo un poco per vedere, se io sbagliassi. Quanto paghereste di andare a fare visita a il vostro signor padre, alla vostra signora madre e a tutti undici i vostri fratelli?»—Dice:—«Regina....»—«Domani mattina troverete preparati i regali, che dovete dare al vostro signor padre, alla signora madre e agli undici vostri fratelli.»—La mattina si alza Leombruno. Alzata era anche madonna Chilina; dice:—«Vedi, caro Leombruno, questo è il regalo, che io mando a mio socero, a mia socera e a i miei undici cognati. Tieni, ti consegno le chiavi a te. La più grande è del tuo signor padre; una cassa più minore va alla tua signora madre; e giù giù insino alla coda de' tuoi fratelli, vanno a diminuire in più piccolo. Senti, Leombruno, te consegnerai le chiavi al tuo signor padre, alla tua signora madre e a' tuoi undici fratelli; guarderanno quello, che io gli ho mandato. E diventeranno ricchi strafondati e si compreranno la croce da cavaliere, si compreranno lo spadino, si compreranno ville e poderi e diventeranno signoroni. Vedrai il tuo signor padre, essendo diventato tanto signore, ti menare ai divertimenti, agli spassi, a questa festa, a quell'altra, a divertirti e tutto. Ti menerà anco nel Casino dei Nobili, che lì fanno anche i giochi di tutti i modi. C'è una stanza, caro Leombruno, che diranno diversi signori: Signore, che ha di rarità, Lei?—Oh! io ho un bellissimo quartiere!—Oh! io ho una bellissima villa. E la voglion vedere. Diranno: E Lei, bel giovane, non ha niente di rarità? Che non vi venga mai detto, che voi avete una bellissima sposa, sennò sarete tradito.»—Lei va, si leva un anello di dito:—«Tieni, caro Leombruno,»—e gnene mette in dito a Leombruno.—«A un bisogno grande, fregate quest'anello nel muro, domandate quello, che voi volete, tutto vi apparirà. Rammentatevi bene, caro Leombruno, di non dire, che voi avete una gran bellissima sposa, sennò sarete tradito. Addio! Addio!»—«Addio! Addio!»—E se ne vanno via. Caricate tutte le ricchezze e straportato via in un battibaleno. In quanto se ne discorre, fu straportato all'uscio (con le carrozze, i facchini e tutto) del suo signor padre e della sua signora madre di Leombruno. Sorte di carrozza Leombruno e bussa alla porta del suo signor padre e della sua signora madre. Si affaccia la madre alla finestra; gli fa:—«Signore!...»—«Farebbe grazia di aprimi?»—«Oh signor cavaliere, sissignore.»—Scende e gli apre.—«Signor cavaliere, ben arrivato.»—«Ben trovata, sposa. Dite, che io non so in queste parti come contenermi di niente. Vi contenterete, che nella vostra stanza qua, facessi diposare questi imbarazzi, che è qui? E se voi vi contentate, riposerei qui stanotte.»—Eh, signor cavaliere, è casa di poera gente, non abbiamo gran cosa.»—«Il contento son io, se voi siete contenta.»—«Contenta, contentissima per me.»—Accomodati i bauli in codesta stanza e tutto, rimane Leombruno e la sua signora madre soltanto, e sparisce ogni cosa: servitù, carrozza, facchini e tutto; altro che i bauli: i bauli rimane, e Leombruno insieme con la sua signora madre. In questo contrattempo eccoti il pescatore a casa. Vede questo cavaliere:—«Oh signor cavaliere!»—Si leva di cappello e tutto e lo riverisce. Dice:—«Caro pescatore, ci avete molti figli, voi?»—«Eh, caro signore, non me ne rammenti neppure! perchè di dodici figli, che io aveva, ne persi uno, che mi stava proprio a il mio core; e l'ho pianto sempre giorno e notte.»—«Come si chiamava?»—«Leombruno ai suoi comandi, signor cavaliere.»—«Oh come va?»—E gli racconta la novella il pescatore, che l'avea portato via un'aquila; che doveva averlo un serpente; e che, in quel momento d'avviticciarsi il serpente alla vita di Leombruno, apparì un'aquila, che lo straportò via:—«Che non so, poero mio Leombruno, in dove sia!»—«Ditemi, caro pescatore: se il vostro figlio lo doveste riconoscere, lo riconosceresti?»—«Eh, caro cavaliere; fusse tra tremila giovani, il mio figlio lo riconoscerei! Abbiate da sapere, signor cavaliere, che tra loro bimbi, quand'erano piccoli, facevano il chiasso tra di loro, ruzzolò una scala e si fece un sette nella testa, il poero mio Leombruno!»—Si leva il cappello Leombruno e va per rasciugarsi il sudore così, con il fazzoletto, che lui aveva in mano. Il padre e la madre, che ti riconosce il sette, che lui aveva nella testa di quando ruzzolò la scala:—«Ohimè! quello è Leombruno!»—cadono in terra tutt'e due svenuti. In questo presente momento, ti apparisce tutt'a undici i fratelli. Tutti a levarsi il cappello:—«Felice giorno, signor cavaliere; felice giorno, signor cavaliere! Cos'è stato?»—vedono in terra il padre e la madre.—«Uh, sono cascati non so in che modo,»—fa Leombruno.—«Qui bisogna riaverli.»—Prendono dell'acque odorose e rianno il padre e la madre. Il padre e la madre, riaviti tutt'e due:—«Figlioli miei, lo vedete questo cavaliere qui? Questo è vostro fratello Leombruno, come vojaltri.»—Gli s'avventorno al collo tutt'e undici, per baciarlo e tutto.—«Fratelli miei, lasciatemi stare; sennò mi consumerete tutto da' baci e la mia sposa come anderà? Venga, signor padre, tenga. Questa è una chiave sua; deve aprire e prendere il regalo, che le manda la mia legittima sposa; questa è della mia signora madre; e questa è una chiave per uno anche a vojaltri: il regalo della mia sposa, che vi ha mandato.»—Vanno a codesti mobili; aprono, ognuno con la sua chiave; e veggono tutte verghe d'oro e d'argento. Comincia il padre a dire:—«Guarda quante ricchezze ci hai portate, figlio mio!»—Dà via queste verghe d'oro, e compra ville, poderi e stabili da tutte le parti, che era diventato un gran signorone. Principia a comprarsi una croce, una bella croce da cavaliere e uno spadino per il fianco, il padre e tutti e undici i suoi figli. Il padre dice:—«Sai, caro Leombruno. Domani ci è feste innumerabili: anderemo a gòdersele[5], eh?»—«Sì, caro signor padre.»—Un giorno lo menava a quella delle feste; un giorno a quell'altra; un giorno poi lo mena al Casino dei Nobili. Entrano alla stanza di quel gioco, entrano alla stanza di quell'altro, si divertono. La stanza entra, che faceva parecchi signori:—«Io ho una bellissima casa.»—«Io ho una bellissima villa.»—«Io ho una bellissima di quella cosa.»—«Io ho una bellissima di quell'altra».—Il caro Leombruno stava in un angolo, zitto; e non diceva niente. Va diversi signori da lui:—«Lei, signore, non ha niente? non dice niente? non ha voce in capitolo? non ha niente da dirci?»—Rammentandosi sempre della sua legittima sposa, gli vien detto:—«Signori, ho una bellissima sposa.»—«Avete una bellissima sposa? Tempo tre giorni, che la sposa sia portata a il casino. Si vuol vedere.»—«Sentino, signori, non la posso straportare a il casino quassù. Tante e poi tante miglia lontano da me, non la posso straportare.»—«Se, in tèmpo di tre giorni, non è apparita la sposa al casino, pena la testa a voi.»—Dispiacente Leombruno, la mattina di poi se ne va al casino:—«La vostra sposa si vedrà nella mattinata?»—«Si vedrà, se potrà venire.»—«Male per voi, se non ci viene.»—Frega lui l'anello a il muro. Sente dire:—«Comandi, Signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa nel Casino dei Nobili.»—Lei gli manda una camerista bellissima, vestita di Regina. Gli apparisce.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«No.»—«Oh! e allora?»—E gli sparisce. Va a dir di no, testa di tinca anco lui! poteva dir di sì. Rifrega la seconda mattina l'anello a il muro.—«Comandi, signore.»—«Comando, che indispensabilmente apparisca la mia legittima sposa.»—«Se quella era bella, la prima camerista, che gli aveva mandata, gnene manda un'altra più bella assai, che la prima, che gli aveva mandata. Apparisce lì.—«È questa, signore, la vostra legittima sposa?»—«No.»—Gli fa il visocúlo, gli volta il sedere anco questa e gli sparisce la seconda di quelle damigelle di corte, che madonna Chilina aveva.—«Signor cavaliere, domani è l'ultimo giorno. Quì in questo gran salone sia rizzata la ghigliottina, perchè dovete lasciar la testa, se non apparisce la vostra legittima sposa, che voi dite.»—La terza mattina, che lui è nella stanza del Casino dei Nobili, si raccomanda fortemente; e prega, che gli apparisca di vero zelo la sua legittima moglie, sennò lui è tradito, ha la morte. Fregando l'anello al muro, lì, la gli apparisce lei.—«È questa la vostra legittima sposa?»—«Sissignori.»—«Oh una volta s'è veduta!»—La va lei, gli strappa l'anello d'il dito, gli lascia andare un manrovescio e sparisce:—«Addio, l'hai avuta la sposa!»—Sparita, che l'è, lui se ne va via con il signor padre insieme, piangendo e sospirando:—«Cosa piangi e cosa sospiri, caro figlio mio? Hai portata tanta ricchezza; c'è da vivere tutti nojaltri, e poi, prendendo moglie i tuoi fratelli, con tutti i figli loro.»—Risponde Leombruno al suo signor padre:—«Senta, signor padre, non ho pace di me, se non vo a cercare la mia legittima sposa.»—Il padre dice:—«Figlio mio, che vuoi io che ti faccia? Vuoi andare incontro alla sposa, eh?»—«Sì, carissimo padre e carissima madre.»—«Vi dirò una cosa, figlio mio. Vi potrò dare de' denari, vi potrò dare delle cambiali, che voi potete fare il vostro interesse di andare incontro alla sposa.»—Abbraccia il padre, la madre, i fratelli e tutto:—«Addio, addio! Saprete delle nove.»—Carico di cambiali e di quattrini e se ne parte davanti il padre e la madre e i fratelli e via. Via, cammina, cammina, cammina, cammina. Ne' posti, in dove lui si fermava a rinfrescarsi oppure a mangiare, domandava, se avessero sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina. Cammina, cammina, cammina, cammina, trova una locanda; entra dentro in codesta locanda:—«Signore, si accomodi, si accomodi. Si vuol rinfrescare?»—Si rinfresca bene bene; soddisfa, paga l'oste. Gli domanda anche a lui, se avesse sentito, in dove risiedeva una certa Madonna Chilina.—«Cheh! non s'è sentito nominare di cotesti nomi.»—«No?»—e via di gran carriera. Trotta, trotta, trotta, trotta, nel trottare passa in un posto e sente contrastare due.—«Guardiamo, in dove sono.»—Guarda in un borro. Gli erano due giovinotti, fondo ma fondo, che avevano delle ricchezze, che ne facevano due parti. Eran due assassini.—«No, che tu non l'hai fatte giuste le parti! Qui ce n'è più, qui ce n'è meno.»—E si contrastano. Leombruno, che stava a guardarli:—«O giovinotti, che avete a contrastarvi?»—Rialzano il capo:—«Giusto Lei, la guardi, giusto Lei, ci faccia il piacere, venga qui da nojaltri.»—«Vi dirò una cosa: se fossi un uccello io ci verrei volentieri.»—«La guardi, La dee prendere codesto viùzzolo; e La vien via giù giù; e La si ritrova, in dove siamo nojaltri.»—Dice:—«Ho capito.»—Si ritrova fra questi due giovanotti.—«Dunque, cos'avete a ridire fra vojaltri? siete[6] boni, siete.»—«Qui La deve assapere, che questa qui è roba rubata. Semo due assassini, noi.»—«Oh mi rallegro con vojaltri.»—«Abbia da sapere, giovinotto, che queste qui non mi pajon parti fatte giuste.»—«State zitti; ve le farò io.»—Piglia una ripetizione di quà, una di là, le bilancia nelle sue mani e gli fa le parti, fra vezzi, anelli, tutte quelle ricchezze, che avevano robate. Dice:—«Ora queste le son parti! Queste, ma non quelle, che s'eran fatte fra nojaltri! Badi, sa Ella, c'è due altri capi grossissimi. Un pajo di stivali, che camminano quanto il vento.....»—«Benissimo»—fa lui.—«E un mantello: ce lo mettiamo addosso, non siamo più visti da nessuno.»—«Benissimo più che mai. Fatemi vedere questi stivali.»—«Eccoli lì.»—«La se gl'infilzi Lei»—gli fa a uno di questi assassini. Arriva e s'infilza questi stivali.—«Prendi il mantello, mettitelo sotto il braccio, guarda di andare su quella montagna tanto alta là.»—In un battibaleno gli era su quella montagna.—«Mettiti il mantello!»—E gli arriva questo giovinotto e si mette il mantello.—«Eh mi vede?»—«Eh no. Vien giù. Oh pròvateli te ora.»—Si leva gli stivali, si leva il mantello e se li mette quell'altro. Fa la solita anco lui. Va su quella montagna, si mette il mantello:—«Che mi vede?»—«No! Oh vien giù.»—Gli apparisce giù da Leombruno. Leombruno:—«Oh ditemi un po': io qui vi ho fatto le parti e ogni cosa: che me li faresti provare gli stivali e questo mantello?»—Dice:—«Sicuro!»—fra di loro.—«Sicuro!»—Gli apparisce il caro Leombruno e s'infilza gli stivali; prende il mantello e se lo mette sotto il braccio e via! Quando gli è sulla montagna:—«Eh! si metta il mantello!»—Si mette il mantello il caro Leombruno[7].—«Che mi vedete, giovanotti?»—«No.»—«Eh non mi volete vedere!»—e non si fa più vedere il caro Leombruno. E tra di loro si pigliano a tu per tu, si picchiano e tutto. E il caro Leombruno, con il suo mantello addosso, gli era giù da loro, gli era. Si dà la combinazione, che s'ammazzano tutti e due; e rimane solo Leombruno, lì. Il caro Leombruno di due parti e' ne fa solo un monte e si carica di tutte quelle ricchezze e va via. Cammina, cammina, cammina, cammina, si condusse a una locanda.—«Oh! qui mi voglio rinfrescare. Ditemi, locandiere; di primo impeto, innanzi rinfrescarmi, voglio sapere, se voi sapete, in dove pò risèdere[8] una certa Donna Chilina?»—«Venga, signore, venga qua, nojaltri non se ne sa niente di questi nomi. Ma venga qui. Vede quelle sette montagne? Tanti e tanti hanno domandato di questa donna Chilina, perchè non hanno mai potuto resistere di poterle salire.»—«Ditemi, ditemi, che io le salgo.»—Mangia, beve e tutto di questa locanda; e poi, a il locandiere gli dà una bellissima ripetizione d'oro e due anella, e alla locandiera gli mette a il collo un bellissimo vezzo con una fermezza d'oro, per regalo. E gli lascia due cambiali di dugento scudi l'una, dando il regalo a tutti anco della locanda. Dice addio e va via. E sale tutte e sette queste montagne a una alla volta con gli stivali, che aveva. Gli facevano comodo. Si trova su, in questo prato, e nel mezzo a questo prato vede, come si dice? in dove stava l'eremita[9]. Picchia lui, picchia; e fa l'eremita:—«Chi mai, diavolo, ti ha straportato in queste parti? Vattene nel profondo del tuo abisso!»—«E' un casca nulla! E' mi ha preso per il gran diavolo!»—Ripicchia. L'eremita, che si affaccia:—«Chi mai vento ti ha straporto in queste parti?»—«Il mio pensiero, caro eremita!»—E gli apre l'eremita. E Leombruno sale.—«Cosa desiderate, bel giovane?»—«Desideravo sapere, in dove risiede una certa Donna Chilina.»—«Eh sentite, bel giovane, io non ve lo so dire; ma abbiate da sapere, che qui tutt'e sette i venti vengono nel mio quartiere a riposare.»—Viene, quando gli è una cert'ora, il Vento Marino:—«Oh bona sera, eremita! chi è questo giovane?»——«Eh! gli è un giovane, che cerca di ritrovare la sua sposa; una certa Donna Chilina.»—«Oh guarda! Io ne torno ora, torno adesso, caro bel giovane. Io ti ho da ditti una cosa: che, dimani, qualche altro vento, o Scirocco, o Marino, o Ponente, o Levante, o Pisano, o Tramontano!... chi sa che non tocchi a il Tramontano a andare domani da Madonna Chilina? che quell'isola non rimane mai senza ventolazione.»—«Oh! io ho piacere,»—risponde Leombruno. Viene adagio adagio tutt'e sei i venti; e l'ultimo gli è il settimo, che gli è il Tramontano.—«Badate,»—gli fa l'eremita,—«bel giovane, non vi spaventate; adesso sta per apparire il Tramontano; che la cella va da una parte all'altra, che il Tramontano la porta in qua in là: ti sbarberebbe anco le mura.»—«Oh non mi spavento!»—In codesto contrattempo gli altri venti:—«Ma diteci, bel giovane, che è di voi?»—«La mia legittima sposa....»—fa Leombruno; gli dice tutta la novella.—«Dapò in qua, che voi mancate dalle sue braccia, Donna Chilina ha messo due grossi leoni alla sua porta d'ingresso; che un poveretto, che è per entrare dentro, è divorato.»—«Non ho paura.»—Tutt'in un tratto si sente brrrr! brrrr! brrrr! che gli era il Tramontano, che appariva, che la cella gli andava da una parte all'altra. E apparisce il Tramontano.—«Oh bona sera!»—fa.—«Che fa qui questo giovanotto? Che bon vento l'ha straportato?»—«Oh stati zitto, sai, caro Tramontano!»—e gli fanno tutto. Dice il Tramontano:—«Ma tu non sai, te? tu vuoi ire nelle braccia della tua sposa? Tu non poi, sai, andare.»—«Come io non posso?»—«Che voi venì' con meco?»—«Sì, che io vengo con teco.»—«O che cammini quanto me, te?»—«Sarà più facile, che cammini più io che te.»—«È possibil mai? E poi, anche che te cammini come me, non sai, che chi s'accosta al suo appartamento è divorato dai leoni?[10]»—«Non ho paura. Guarda, se io sarò liberato dai leoni!»—Spiega il mantello e se lo mette in dosso.—«Oh mi vedi, Tramontano?»—«No, che io, te, non ti veggo. Ho bell'e capito, gua'! te, tu vai nelle braccia della tua legittima sposa presto presto; ci hai tutti gli ammennìcoli!»—gli fa il Tramontano. Il Tramontano lo lascia e va via. Innanzi di lasciarlo, dice:—«Tu non te lo piglierai per male, se te lo dico: ci sarà le cameriste della tua legittima sposa, che fanno il bucato; quando sono per stenderlo lì, io apparisco lì, e gli butto tutto all'aria.»—«Buttagli tutt'all'aria,»—fa Leombruno—«a me non me n'interessa niente.»—Lui, quand'è vicino, si mette il suo mantello addosso. Arriva, vede i leoni; e passa tra mezzo i leoni e entra nel suo appartamento. E si mette accanto a sedere sur una sieda, accanto alla sua legittima sposa. Dice:—«Ohimè!»—la fa lei. Sona il campanello.—«Comandi, Regina.»—«Portatemi qualche cosa: mi sento venire una mancanza.»—E arrivano e gli portano una bella zuppiera con del brodo. Cambio di prenderla lei, apparisce Leombruno, si prende la zuppiera e se la manda giù.—«Ohimè!»—la fa lei e si sviene.—«Ohimè, questo è il mio poero Leombruno! Chi sa la fame, che lui patisce. Lesto, portatemi qualcos'altro.»—Gli portano altra roba, per potersi sostentare della mancanza, che lei aveva avuta. La mangia Leombruno.—«Dimmi, che siei tu esso, che siei qui da me? Fammi la carità, fammi il piacere, fatti vedere, se siei te!»—Va lui e si leva il mantello:—«Sì, sì, son quello io, mia carissima sposa!»—Lei, che te lo vede, te l'abbraccia e te lo bacia dalla consolazione.—«'Un sai, eh? caro Leombruno; come hai fatto a venire da me nelle mie braccia?»—E lui, gli racconta tutta la novella, che gli era incorsa per la strada, nel venire a salutare la sua legittima sposa.—«Mi hai tu visto, carissima sposa, entrare nel tuo appartamento, accanto a te?»—«No.»—«Vedi, se non avessi avuto questo mantello, che è qui, sarei stato divorato dai leoni.»—«E quei leoni,»—la gli fa Madonna Chilina—«vedi, che ci è alla porta, ti saranno i tuoi fedeli, che ti salveranno dalla morte. Dico io una cosa: in quattr'e quattr'otto... Quanto tempo avrai perduto te, per fare la gita di venirmi a trovare me? E io ti dirò: in quattr'e quattr'otto voglio, che qui alla mia presenza appariscano il mio socero, la mia socera e tutt'e undici i miei cognati.»—E come di fatti, lei frega il suo anello a il muro.—«Comandi, signora.»—«Comando, che indispensabilmente, in questo momento, apparisca mio socero, mia socera e tutt'e undici i miei cognati nel mio appartamento.»—E Leombruno, che se li vede apparire: il padre, la madre e i fratelli. Il padre e la madre:—«Oh carissimo figlio!»—Fanno il complimento alla nora. I cognati similmente. E trionfalmente rinnovano lo sposalizio la mattina di poi. Il padre, che, benchè avesse la croce di cavaliere, benchè avesse lo spadino al fianco, gli fu consegnata una croce imbrillantata, che valeva un tesoro ed una spada l'istesso; e a tutti cognati l'istessamente la croce imbrillantata. La socera, rivestita, che, benchè non ne avesse di bisogno, nel modo e nella maniera, che volle Madonna Chilina, e se la tenne al suo fianco. Il padre l'istessamente al fianco della nora. E i fratelli, che erano undici, intorno al fratello; a onorare il fratello tutt'e undici quanti gli erano. Rinnovano le nozze e furono di bel novo sposi. Invito di signori, pranzo suntuoso. Diede da mangiare e bere a tutte le poere genti. E così se ne godettero e se ne stiedero.

Stretta la foglia e larga la via;
Dite la vostra, che ho detta la mia.

NOTE

[1] È in sostanza il libretto popolare intitolato: Bellissima Istoria di Liombruno, dove s'intende, che fu venduto da suo Padre, e come fu liberato, ed altre cose bellissime, come leggendo intenderete.

CANTARE PRIMO