Dammi ajuto, che puoi, musa divina,
Di componere una istrana istoria,
Che la mia cetra non vi si rovina;
Ma ajuta la debol mia memoria,
(Perchè, nè di saper, nè di dottrina,
Nemmen di poesìa non vanto gloria)
Sì ch'io possa narrar un caso in rima,
Ch'a ciascun piaccia dal piede alla cima.
Signori, trovo, che per povertade
Molte persone son male arrivate,
Hanno perduto la lor libertade,
La povertà sì forte l'ha cacciate.
Voglio cantar di una veritade,
Qual'è di un padre (se mi ascoltate),
Com'egli venne a così gran periglio,
Che per campar vendè un suo figlio.
Il pover uomo era un Pescatore,
Ed ogni giorno sì andava a pescare.
Per sua disaventura, a tutte l'ore,
Poco pesce veniva egli a pigliare.
Terra, nè vigna non aveva ancora,
Ben tre Figliuoli avea da nutricare;
La sua Donna era fresca più che rosa,
Viveva di pescar, non d'altra cosa.
Una mattina il buon uom si levò,
A pescar con la barca fu andato.
Punto di pesce il giorno non pigliò,
Onde il buon uomo si fu crucïato.
E a un'Isoletta del mare arrivò,
Ed ivi un gran Corsaro ha ritrovato;
Il qual gli disse:—«Che mi vuoi tu dare,
«S'io ti darò del pesce, e assai dinare?»—
Rispose:—«Io ti darò ciò, che tu vuoi;
«Onde ora dimmi ciò, che posso fare.»—
Parlò il Corsaro con i detti suoi,
E dissegli:—«Se tu mi vuoi menare
«Su st'Isoletta uno dei figli tuoi,
«Se mi prometti di non m'ingannare,
«Io ti darò del pesce per ristoro,
«E ancor moneta assai d'argento ed oro.»—
E quel buon'uomo n'ebbe gran dolore;
Per povertà convien che gl'imprometta,
E gli rispose:—«Io ti darò il minore,
«E menarollo su quest'Isoletta.»—
Il mal Corsaro non fece dimore:
Pigliò del pesce ed empì la barchetta;
Moneta gli diè assai, chè gliel portassi.
Disse:—«T'annegarei, se m'ingannassi.»—
E quel buon uomo gli rispose ardito:
—«Io certamente non t'ingannerò.»—
E poi verso di casa ne fu ito
Con tutto il pesce assai dinar portò,
E di buon vestimento assai vestito.
La moglie ed i figliuoi ben adobbò;
Di vettovaglia la casa ha fornita;
Ma del figliuolo avea una gran ferita.
E poi chiamò il suo figliuol minore;
Nella barchetta seco lo menò;
Dentro del cor aveva gran dolore,
E navigando a l'Isola arrivò.
Onde dalla barchetta il trasse fuore,
Dicendo:—«Aspetta sin che tornerò.»—
Così lasciò il figliolo con affanni,
Qual non avea passato li sett'anni.
Essendo il Padre suo da lui partito,
(Che del figliuol non vuol veder la morte)
Il Corsar Turco gli apparse ardito,
E via 'l volea portar per cotal sorte.
E quel figliuolo forte fu smarrito,
Che non aveva nissun, che 'l conforte.
—«Ajuto! Ajuto!»—cominciò a gridare,
Che il Turco tosto si mise a scappare.
Rimase il fanciullin con gran paura,
Solo soletto su quell'Isolella;
E guardò, e vide sopra dell'altura
Sotto forme grifagne una donzella,
Che un'Aquila parea la sua figura.
E pel fanciullo se ne venne quella,
E gli disse così:—«Non dubitare,
«Che da questa Isoletta ti vo' trare.»—
Disse il fanciullo:—«Non mi vuò partire,
«Perchè mio padre qui debbo aspettare.»—
L'Aquila all'ora sì gli prese a dire:
—«Dov'è tuo Padre ti voglio portare.»—
E prese quel fanciul, senza mentire,
Sopra dell'aere cominciò a volare:
E così lei per l'aere il portava,
E meglio che in barca camminava.
Poi gli mostrò 'l bel paese soprano,
E il suo Castello, ch'era in lunghe parte
Quattrocento giornate per certano.
E più ancora fa menzion le carte:
Che l'Aquila con quel fanciullo altano
In una notte se gli andò per arte;
La sera, che dall'Isola traeva,
E la mattina al suo Castel giungeva.
Poselo in una sala molto bella.
—«Ora m'aspetta fin che torno»—disse;
Ed entrò in zambra, e diventò donzella,
E parve fuor del Paradiso uscisse.
Lucevan gli occhi suoi più che la stella,
E assomigliava il Sol, che risplendesse;
Era vestita di molti bei panni,
E non avea passati li dieci anni.
La fanciulla, la qual ora vi dico,
Lei si chiamava madonna Aquilina,
Che scampò quel fanciullo dal nemico,
Quando lo trasse fuor della Marina.
Andò da lui, e disse:—«O bell'amico,
«Io ti auguro la buona mattina:
«Io son colei, che in alto ti portai,
«Quando da quel Corsaro ti scampai.»—
E quel fanciul, con grande sentimento,
Cortesemente esso la ringraziò,
E dissegli:—«Madonna, io son contento
«D'esser tuo servo; e sempre tal sarò.»—
E lei rispose:—«Non pigliar spavento,
«Ch'ancora più contento ti farò.»—
E lei dieci anni avea, ed egli sette:
E così più d'otto anni ancora stette.
Quando cresciuti furon in etate,
Egli pareva un giglio, ella una rosa;
Quella Madonna, piena di bontade,
Disse:—«Il mio cor giammai non avrà posa,
«Se non adempio la mia volontade;
«Propongoti, ch'io sia la tua sposa.
«Poichè allevato t'ho, donzel gradito,
«Ora ti piaccia d'esser mio marito.»—
E quel fanciullo, con buona dottrina,
Cortesemente gli ebbe parlato,
E gli rispose:—«Madonna Aquilina,
«Con gran fatica m'avete allevato,
«Voi mi cavaste fuor della marina,
«Ciò, ch'a voi piace, son apparecchiato.»—
Ed il suo nome dico a ciascheduno:
La gente sì lo chiama Liombruno.
E poi sposò la donna a cotal sorte:
Lei per sua sposa, e lui per suo marito.
Il suo Castello era cotanto forte,
Di ciò, che bisognava, era fornito;
Per fin nell'aere aveva due porte,
Fatte per arte ed in cotal partito,
Che niuna persona intrar potea,
Se madonna Aquilina non volea.
E Liombruno sapea l'incantamento,
A suo diletto usciva egli ed entrava;
E sì spesso facea torniamento,
In belle giostre al tutto si approvava.
E quella donna di buon sentimento
Di giorno in giorno sempre più l'amava,
Perch'era bello e pien di gagliardìa,
Sì che la donna gran ben gli volìa.
E, stando un giorno tutto pensieroso,
Quella donna gentil gli ebbe parlato,
E sì gli disse:—«Marito, mio sposo,
«Perchè stai tu alquanto corrucciato?»—
Rispose Liombrun tutto doglioso:
—«Madonna, un gran pensier mi si è levato,
«Li miei fratelli veder io vorria,
«Ed il mio Padre e Madre in compagnia.»—
Disse la Donna:—«Se tu vuoi andare,
«Voglio, che mi prometti senza inganno,
«Termine ti darò, di ritornare:
«Voglio, che tu torni al fin dell'anno.»—
E Liombruno gli prese a parlare:
—«Madonna, el sarà fatto senza affanno.»—
Ed ella gli donò un bell'anello,
Che da disagio campasse il Donzello.
Disse:—«A l'anel ciò ch'avrai dimandare,
«Tu l'averai a tutto tuo piacere;
«Denaro e robba senza dimorare,
«Ti sarà dato a tutto tuo volere.
«Ma guarda ben, non lo manifestare,
«Che mai più grazia non potresti avere!
«E fa, che dentro un anno tu ritorni,
E, se più stai, non varcar quattro giorni.»—
E Liombruno disse:—«Volentiere.»—
E questa donna nobile e gradita,
Innanzi che partisse a tal mestiere,
Ben quattro dì fe far corte bandita;
E fecelo far anco Cavaliere,
Fugli ben cinta la spada forbita.
E fatto questo prese esso comiato,
Messer Liombrun: così era chiamato.
Egli avea d'andar giorni quattrocento,
Innanzi ch'al suo paese arrivasse;
E questa donna, per incantamento,
Ordinò che lui si addormentasse.
Ed all'Arte ella fa comandamento,
Che in suo paese presto lo portasse.
E Liombrun s'adormentò la sera,
E la mattina nel suo paese era.
Ma quando venne sù l'alba del giorno,
Presto Liombruno si fu risvegliato;
Rizzossi in piedi, guardossi d'intorno,
Il bel Paese ha ben raffigurato.
Di Liombrun quel Cavaliere adorno,
Umilmente la Fata ha ringraziato,
Ed all'anello grazia gli chiedia,
Ciò che gli domandava gli venia.
Per la virtù, ch'avea quel bell'anello,
In prima se gli diede un buon destriero;
Un vestimento poi sì ricco e bello,
Come bisogna a ciascun Cavaliero.
Valige poi ancora appresso quello
Fornite di fiorini, a tal mestiero,
E gente gli chiedeva senza fallo:
Assai ne venne a piedi, ed a cavallo.
Con questa gente e con quelle valici
Andò a sua casa, ove trovò suo padre
E' suoi fratelli, ch'erano felici,
E le valige appresentò alla Madre.
Danari avea per sè e per gli amici,
Per li parenti e cugine leggiadre;
I suoi parenti dicea ciascheduno:
—«Ben sia venuto messer Liombruno.»—
Ed essi pur dicevan tutti quanti:
—«O Liombruno, dove sei tu stato?»—
E Liombrun gli rispose davanti:
—«In veritade, ch'ho ben guadagnato;
Io son stato con ricchi mercadanti,
Che m'han così vestito ed addobato,
Per il bene servir, che ho fatto a loro,
M'han fatto Cavalier di Bufaloro.
E a questi mercadanti io ho promesso,
Prima che passi un anno, di tornare.»—
Li suoi parenti gli dissero adesso:
—«O Liombruno, dove voi tu andare?
Il gran Re di Granata sta qui appresso,
Ed una figlia sua vol maritare.
Il torneamento ha fatto già bandire,
Che chi vince ne faccia il suo desire.»—
E quando Liombruno questo udìa,
Vennegli il cor di veder sua ventura:
Ed all'anello subito chiedia
Un bel corsier con tutta sua armatura.
Ciò, che domanda, tutto gli venìa,
E Liombrun si armava a dirittura,
Da suoi parenti comiato pigliava,
E ciaschedun di loro lacrimava.
E Liombruno sì prese comiato.
Tanto cavalca, ch'è, giunto in Granata,
Là dove il torneamento era ordinato,
E la gran Giostra era già cominciata.
L'altro giorno ivi se n'andò sul prato,
Dove la gente era ben radunata.
Ivi era un saracin molto possente,
Che nella Giostra era quasi vincente.
Quel Saracino avea tanta fortezza,
Nissun a lui non si volea accostare;
Perchè era prode e pien di gagliardezza,
A suoi colpi nissun potea durare.
Ma Liombruno, pien di gentilezza,
Davanti a lui s'andò a presentare;
Dissegli il Saracino:—«A me ti rendi;
O, se tu vuoi giostrar, del campo prendi.»—
E Liombrun gli disse:—«Volontieri.»—
Arditamente del campo pigliava;
Il Saracino, ch'è forte e leggeri,
Su 'l buon destrier all'ora s'affermava.
E rivoltorsi i nobil Cavalieri,
L'un inver l'altro forte spronava.
Li Cavalieri insieme fur scontrati,
Or udirete i colpi smisurati.
Il Saracino e messer Liombruno
Venivansi a ferir arditamente:
Dui gran colpi si dettero ciascuno,
Ma pur il Saracino fu perdente.
Arme, ch'avesse, non gli valse un pruno;
Che Liombruno, nobile possente,
Il ferro e l'asta nel cor gli cacciò,
E giù del destrier morto lo gettò.
Caduto in terra morto il Saracino,
Liombrun forte nel campo ferìa;
Quanti giungeva metteva a declino;
Ma ciascheduno gli dava la via,
Che ben pareva un franco paladino.
Con alta voce ciaschedun dicia:
—«O non combatter più, franco Signore,
Che della Giostra tu hai vinto l'onore.»—
Il Re fece venir il Cavaliere,
E sì gli disse:—«Baron valoroso,
La mia figliuola sarà tua mogliere,
E tu sarai mio genero e suo sposo.»—
E Liombruno disse:—«Volontiere,
Ciò ch'a voi piace, alto Re glorioso.»—
Ma lo Re innanzi, che gliel'abbia a dare,
Co' suoi Baroni si vuol consigliare.
Il Re a' suoi savi ebbe dimandato,
Dicendo:—«Che vi par del Cavaliere?
Voi dovete saperlo.»—Ebbe parlato:
—«Fuor ch'in suo paese egli ha mogliere,
E non ci par di così gentil stato,
Che s'acconvenga a voi per tal mestiere.
Benchè sia prode e pien di gagliardia,
A noi non par, che convenevol sia.
«Ma, se volete a nostro senno fare,
Voi ordinate, che ciascun si vanti,
E, dopo, il vanto, senza dimorare,
Ve lo presenti subito davanti.»—
E l'altro dì si fece ritornare
In su la Sala i Baron tutti quanti,
Ove ordinò, che ciascun s'avanzasse,
Poi li vanti davanti ad un portasse.
Chi si avvanta di bella mogliere,
Chi si avvanta di bella magione,
Chi di Caval corrente e buon destriere,
Chi di gentil Sparviere e buon Falcone,
Chi di Palazzo e chi di Torri altiere,
Chi si vanta di sua condizione;
E quando poi ciascun si fu vantato,
Messer Liombruno si fu domandato.
Or disse il Re:—«Perchè non vi avanzate?»—
E Liombruno così rispondia,
—«Sacra Corona or deh! mi perdonate.»—
Rispose lui:—«Perdonato ti sia.»—
E Liombruno disse:—«In veritade,
Io pur mi vanto della donna mia,
Più bella donna non la puoi trovare;
Fra venti giorni lo voglio provare.»—
—«Termine mi dimandi venti dì,»—
Rispose il Re:—«Io te ne vuò dar trenta.»—
Liombruno disse all'anello lì:
—«Monna Aquilina tosto qui appresenta.»—
E quella donna, perchè a lei fallì,
Non vuol venire, acciò ch'egli si penta.
Ne passa trenta giorni senza resta,
Alli trenta dovea perder la testa.
A i trenta giorni quella fu venuta.
Fuori della Città si ritenìa.
Una donzella gli ebbe travestita,
Mandolla al Re e sua baronia.
E quando il Re costei ebbe veduta,
Che era piena di tanta leggiadria.
Disse a Liombruno:—«È quella tua mogliere?»—
E lui rispose:—«Nò, dolce messere.»—
La cameriera presto si arrivava
Davanti al Re e ad ogni Barone,
Quando il Re la donzella non guardava.
Quella era tanto bella di fazione!
Verso di Liombruno lui parlava:
—«È questa tua moglie gentil campione?»—
Disse Liombruno con dolce favelle:
—«Signor nò, ambedue sono donzelle.»—
E Madonna Aquilina fu arrivata,
Col suo bel viso, che rendea splendore;
Davanti al Re si fu rappresentata,
Poi di lì si partì senza dimore.
E quando il Re costei ebbe guardata,
Disse a Liombruno:—«Nobile Signore,
Or mi perdona per tua cortesia.»—
—«Perdona a me.»—Liombrun rispondia.
E Liombruno prese comiato,
E dietro alla sua donna se ne gia.
Ella l'aspetta con viso turbato;
Liombruno gridando la chiedia.
Ed ella disse:—«Falso rinegato,
Della tua morte ancor m'incresceria!»—
Per Arte quella donna se n'andava,
Nè arme, nè caval non gli lasciava.
Nè arme, nè caval non gli lasciò,
Liombruno in un bosco fu entrato,
Dove che tre malandrini trovò,
Che ciascheduno parea disperato.
Nel secondo cantare vi dirò,
Ciò che al Cavaliero fu incontrato,
Di Liombrun dett'ho il primo cantare,
E la seconda parte vò contare.
CANTARE SECONDO
Signori, dissi nell'altro cantare,
Come Liombruno dal Corsar scampò;
Di punto in punto v'ebbi a ricordare,
Come per grand'onor al padre andò.
Ed io vi dissi quello, ch'ebbe a fare,
Come madonna Aquilina il lasciò
Senz'arme e (quel, ch'è più) senza cavallo,
E come s'incontrò in un gran fallo.
Tre malandrini avevano rubbato,
Duoi mercanti e morti a gran furore,
E lor denari avevano essi a lato
Sopra una pietra per partir allore (sic.)
Ciascuno quivi parea disperato,
Insieme facendo essi gran rumore.
Per darsi morte le spade son tratte,
Per un mantello, per un par d'osatte.
E quel mantello lo voleva l'uno,
L'altro le osatte, nè si può accordare;
Al terzo poi non ne rimaneva uno,
E tutti tre si ebbero a crucciare.
In tanto ivi arrivava Liombruno;
E quando lui gli vide così stare,
Il più antico di loro il chiamò;
E Liombruno prestamente andò.
E sì gli disse:—«Amico valoroso,
«A queste cose abbi gran providenza,
«D'esto mantel, ch'è tutto grazioso,
«Di queste osatte dacci la sentenza.»—
E Liombruno sì gli ebbe risposo:
—«Acciò che possa dar giusta sentenza,
«La virtù del mantello voi mi dite,
«E delle osatte poi che voi sentite.»—
Uno di loro, ch'era più saputo,
A Liombruno si prese a parlare,
E sì gli disse:—«Sarà provveduto,
«Chi questo manto indosso avrà a portare:
«Da uom del mondo non può esser veduto.
«Di quelli osatti ti voglio contare:
«Chi gli ha in piedi camina più che vento,
«Perchè son fatti per incantamento.»—
Disse Liombruno:—«Non lo crederia,
«Se primamente non l'avrò a provare.»—
Ed il più antico sì gli rispondia:
—«Or te li metti e poi comincia andare
«Alquanti passi su per questa via.»—
Lui se li mise senza dimorare;
Di poi si fu calzato, Liombruno
E del mantello dimandava ad uno.
—«S'egli è ver ora quel, che voi dicete,
«Un gran tesoro vale, in fede mia!»—
Disse il più antico—«Se ve lo mettete,
«Voi vedrete s'egli è vero o bugìa»—
Lui se lo mise, e disse:—«Mi vedete?»—
—«Non vi vediamo»—il malandrin dicia.
Lui prese dei fiorini a suo piacere,
Perchè niuno non lo può vedere.
Sì che Liombruno non tardò niente,
Ma il mantello e gli osatti ha via portato,
Lì malandrini rimaser dolente.
Sul più antico il lor cruccio han disfogato
Dicendogli:—«È tuo amico, o tuo parente?»—
E gli altri due così l'hanno ammazzato,
Benchè dicesse:—«Il giuro, nol conosco,
«Nè mai il vidi se non in questo bosco.»—
E fatto questo, s'ebbero voltati
Verso la pietra, ov'eran li denare;
E vedendo, che gli erano scemati,
Tosto poi tra lor s'ebbero a sdegnare;
Dicendosi l'un l'altro:—«Li hai rubbati.»—
E con le spade cominciorno a dare.
Li colpi furono sì crudeli, e forti,
Che ambi restonno su quel punto morti.
Liombruno sentiva il gran rumore,
Voltossi indietro, e se ne sta a vedere.
E vide crudi colpi di valore,
Che ciaschedun si dan di buon volere.
Indietro ritornò senza timore,
E prese de' fiorini a suo piacere,
Ch'eran da trenta milla e settecento,
Poi caminava più che non fa il vento.
E Liombruno tanto caminò,
Che ad una gran Città fu arrivato;
Dentro d'un'Osteria lui entrò,
E tre Mercanti lì ebbe trovato,
E quei cortesemente salutò.
Lor il saluto gli ebber raddoppiato,
E pel saluto, che fe' Liombruno,
In piedi fu levato ciascheduno.
Vedendo Liombrun li Mercadanti,
Che ciascheduno gli facea onore
E gli parlava con dolci sembianti,
—«Assentatevi giù, gentil Signore;»—
E Liombruno disse all'Oste innanti:
—«Reca del vino, dico, e del migliore;
«A questi Mercadanti dà da bere,
«Che voglio star con lor di buon volere.»—
E così stando, il vino fu recato,
Poichè ebbero bevuto lì davanti,
Liombruno a loro gli ebbe parlato,
E si gli disse:—«O gentil Mercadanti,
«Voi che cercate del Mondo ogni lato,
«Li Regni co' paesi tutti quanti,
«M'insegnate la terra oltremarina,
«Ov'è signora madonna Aquillina.»—
Niun di loro gli sapea insegnare,
Ma volto l'uno l'altro a quel, che chiese,
Rispose:—«Mai l'udimmo nominare,
«Noi per il vero questo tal paese.»—
Disse il più antico:—«Tu potresti andare
«Millanta miglia, e forse più d'un mese,
«Caminaresti, cotal argomento
«Ne tel potria insegnar se non il vento.»—
Disse Liombrun:—«V'è nessun, che sapesse,
«Come si possa il vento ritrovare?»—
Il più antico par, che rispondesse:
—«Se su quel monte tu potessi andare,
«Ed aspettar il vento, che venesse,
«A casa d'un Romito ad albergare,
«Più di sessanta venti per certano,
«Quando là sono ogn'un par corpo umano.
«Ma dell'andar non ti metter in prova,
«Che giammai non vi fu uomo creato.
«Sol un Romito, e questo vi si trova,
«Perchè da' venti lui vi fu portato;
«Ed ogni capo d'anno si rinnova.
«Siccome l'alto Eolo ha ordinato,
«Così vi viene portato dal vento,
«Conforme al grande Nume è in piacimento.
«Quella montagna ha sì grande altura
«È sì pendente da montarvi suso,
«Che mai nissun vi monta per sciagura,
«Ch'a mezzo miglio non ne venghi giuso
«Morto per terra in quella pianura.
«Però d'irvi ciascuno è pauroso;
«Deh non vi andar, se tu non vuoi morire.»—
Dice Liombruno:—«A me convien pur gire.»—
Per la virtù, che avevan quegli osatti,
Allegramente Liombrun caminava,
E giunse alla montagna in cotal patti,
Che sopra quella non timido andava.
Arrivato al romito, batti batti!
E quel Romito si maravigliava,
Ed alla cella fuori si facea:
Aprì il portello e nissun non vedea.
E quel Romito gran paura avea,
Perchè credeva fosse un spirto fello.
Ma Liombruno a dietro si traeva,
E dal dosso si trasse il mantello,
Acciò che il Romito lo vedea,
E poi sì fè davanti del portello.
Allora quel Romito s'assicura
Vedendo di persona la figura.
Ancor non era il Sol ben tramontato,
Secondo che l'Istoria ne fa conto,
Quando Liombrun dal Romito arrivato,
Gli disse:—«Amico, che sei quà tu giunto?»—
Quel buon Romito l'ebbe addimandato;
—«Or da qual parte sei qui sopra assunto?
«Non fu mai uomo alcun, che ci venisse,
«Salvo, che il vento ce lo conducisse!»—
E Liombruno sì gli rispondia,
E disse a quel Romito con desìo:
—«Mi ha portato la ventura ria,
«E questi osatti, che a' piedi ho io,
«Sol per amore della donna mia,
«La qual mi tiene legato il cor mio.
«Monna Aquilina si chiama palese,
«Che signoreggia di strano paese.»—
E quel Romito, da lui invitato,
A Liombruno si prese a parlare:
—«In la mia vita mai in nissun lato,
«Cotal paese non udì nomare.»—
Disse Liombruno:—«Mi è stato insegnato,
«Che quà su i venti vengon albergare,
«Per lo mio amor quando saran tornati,
«Pregovi di averli interrogati.»—
—«Or entra dentro»—quel Romito disse,
—«Fin che tornino i venti ad uno ad uno,
«Che gli domanderò se lor sapisse.»—
Dentro la cella n'andò Liombruno.
Nel luogo del Romito egli si misse.
Per fin che i venti tornasser ciascuno,
E quel Romito poi li congiurava,
E di Aquilina gli addimandava.
In prima venne il vento Ponente,
E di poi quello veniva il Garbino;
Vento Levante; e poi, subitamente,
Il gran vento, che tuttor vien d'Alpino;
Vento Maestro venne similmente,
Vento Greco, ed il buon vento Marino;
Vent'Ostro, vento Borea, e Tramotana,
E molti venti del mar della Tana.
Quel Romito da Liombrun pregato,
Ad uno ad uno scongiurava i venti,
Che quel paese gli avesse insegnato
In qual parte si trovava presente,
Ciascun diceva:—«Non vi son mai stato.»—
E un di loro parlò immantinente,
Disse:—«Scirocco è già per arrivare,
Forse, che lui ve lo saprà insegnare.»—
Così essendo Scirocco già arrivato,
Che quel romito per virtù inclina,
Di quel paese gli ebbe domandato,
Dov'è signora madonna Aquilina.
Sirocco disse:—«Lì, vi son ben stato.
E ritornarci voglio domattina.»—
E Liombruno sì gli prese a dire:
—«Se 'l t'è in piacer, con teco vo' venire.»—
Disse il vento:—«Vuoi tu con me venire,
Che il paese è tanto lontano?
D'aspettar te io vedo non potire.
Amico caro mio, tu parli in vano.»—
Disse Liombruno:—«È proprio mio volire!
Seguir ti voglio per monte e per piano;
Se domattina tu mi vuoi chiamare,
Quando sei in punto di voler andare.»—
Disse Scirocco:—«Io ti chiamerò,
Poichè con meco pur tu vuoi venire;
In niuna parte non t'aspetterò,
Questo ti dico, e ti faccio gire.
La strada col cammin ti mostrerò;
Vedrò, vedrò se mi potrai seguire.»—
—«Io son contento,»—Liombrun dicìa,
Purchè mi trovi il cammin e la via.»—
E quel Romito da cena gli dava,
Di quelle cose, che per lui aveva;
E mentre per ciò egli preparava,
Mai da Sirocco Liombrun si parteva.
Poscia a dormire subito n'andava,
E gli osatti da' piè non si traeva,
Per esser presto, se il vento il chiamasse,
A seguitarlo dove quello andasse.
E quando il giorno cominciò a spuntare,
Scirocco Liombrun ebbe chiamato,
E disse:—«Amico, voi tu camminare?»—
Rispose lui:—«Io son apparecchiato,»—
E uscì di fuori senza dimorare,
La strada, ed il cammin gli ebbe mostrato
—«Vedi quella montagna, ch'è sì lungi?
Lassù me troverai, se tu m'aggiungi.»—
Poi si partiva Scirocco fuggendo.
E Liombruno da quel Romitello
Prese comiato; e vassen via, correndo
Dietro il vento, e messesi il mantello.
Sirocco indietro si andava volgendo,
E Liombruno andava innanzi ad ello.
E così alla montagna arrivò prima
Del vento, e l'aspettò su quella cima.
Or disse il vento:—«Che uomo sei tu,
Che per la via non ti posso vedire,
E quanto io cammino, e ancor tu più?
Non mi credea, che potessi venire.
Quella montagna lungi vedi tu?
Fin là con meco ti convien seguire,
E poi là mostrerotti, amico bello,
Di madonna Aquillina il suo castello.»—
Allor Scirocco innanzi s'avviava;
E Liombruno il mantel si mettea,
Ed innanzi del vento se n'andava.
Scirocco pur indietro si volgea,
E spesse volte Liombrun chiamava,
Liombruno, che innanzi rispondea,
E come alla montagna fu arrivato
Innanzi il vento, il mantel s'ha cavato.
Liombruno allora levato il mantello,
Il vento giunse presto; e sì gli disse:
—«Io ti prometto, caro amico snello,
Tu sei miglior corrier, che mai vedisse!
Or leva su, che ti mostri il castello.»—
E poscia il vento da lui dipartisse;
E per un'altra via il vento andava,
E Liombruno al castel caminava.
E Liombruno niente ha dimorato;
Con allegrezza prese a camminare,
E dentro del castello fu entrato.
Salì il palazzo senza più tardare.
Nella sala trovò apparecchiato,
Che madonna Aquillina è a desinare;
E con lei stava a mangiare a tagliere,
E non vedean le donne il Cavaliere.
Una donzella di coltel tagliava,
L'altra donzella di coppa serviva,
E Liombrun di buon cor mangiava,
Ciò gli bisogna, e nissun nol vedia.
E quella donna si maravigliava,
Di quella robba, ch'innanzi venia,
La quarta parte non gli par mangiare,
Di quel, che innanzi si facea recare.
Per la virtù, ch'aveva questo mantello,
La donna non vedea quel sì ardito;
E Liombruno aveva ancor l'anello,
Che essa gli donò quando fu partito,
Ed egli allor si ricordò di quello,
Liombruno gentil, Signor gradito,
Sopra il tagliere lo lasciava gire.
La donna il vide, e presto prese a dire:
—«Questo è l'anel, ch'è tanto grazioso,
Ch'a Liombruno diedi quella volta!
Ancora l'averia fatto giojoso,
Se la virtute non gli avesse tolta.
Sempre il mio core ne sarà doglioso,
L'alma mia in pena si è rinvolta.»—
A la passion che la donna ha sentita,
Svenne, ed al suolo cadde tramortita.
. . . . . . . . . . . . . .
E la donzella di camera uscia,
Come la donna gli avea ordinato.
Nascosto Liombrun dentro ne gia,
Ed alla sponda lui si fu accostato.
Quella donna pel gran dolor dormia;
Appresso lei egli fu appoggiato,
Al chiaro viso, e in bocca l'ha baciata:
Allor la donna si fu risvegliata.
E Liombruno il mantel si mettea,
Sì che la donna nol vedea per niente,
Subitamente quella allor dicea
In fra sè stessa:—«Lassa me dolente,»—
(Che Liombruno morto ella credea),
—«Io me lo insognava certamente!
Tapina me, ch'io non ho più conforto,
Questo è segnal, che Liombruno è morto.»—
Allor la bella donna imantinente,
Un'altra volta si mise a dormire,
E Liombruno fece similmente,
Il mantello fingendosi scoprire.
Ma ella si voltò ben prestamente;
Che col mantel non si puote coprire.
Ed alquanto lo vidde ella per certo,
Prima che col mantel fosse coperto.
Di dormire Aquillina allor s'infinse
E Liombruno il mantel si è levato.
Ella fu presta e con le mani il cinse,
Prima che Liombrun l'abbia indossato;
E così fortemente ella lo strinse,
Dicendo:—«Liombrun, chi t'ha insegnato
Lo incantamento, che adopri per Arte?
Chi t'insegnò venir in questa parte?»—
E Liombrun gli disse tutti i fatti,
De' malandrini, che trovato avia,
Di quel mantello e ancor di quelli osatti,
E del vento, che gl'insegnò la via,
In tra lor dui non ci bisogna patti,
Le braccia al collo ciascun si mettia,
Ed ambidui con un amor verace
Sposandosi, così fecer la pace.
Entrambi stetter poi allegramente,
Per fin che visser, con perfetto amore.
Io prego il mio lettore paziente
Di perdonare ogni mio grave errore.
Auguro a tutta la mia buona gente
Che si mantenghi in pace e buon umore;
E al fine ognuno di voi abbia gloria!
Al vostro onore cantata ho l'istoria.
La popolarità di questo poemetto, del quale la lezione è scorrettissima, può argomentarsi da quanto narra l'autore delle facezie di Messer Poncino.—«Un certo pazzarello, tocco dal fumo dell'ambizione, per essergli stata laudata una sua frottola senza frutti da non so che ignorantissimi Cinciglioni, aveva abbandonato l'esercizio suo, ch'era d'armar nastri et altre simili cordelle e s'era persuaso Poeta.»—Il Poncino gli diè la soja, ond'egli tutto si ringalluzzì.—«Prese finalmente congedo, dopo, che ebbe oltre modo nojoso e lungo tedio recato al visitato gentiluomo con suoi pazzi cinguettamenti, Filippo Mastrucci, che questi erano il nome et il cognome del mentecatto giovine; e, ritornato alla sua povera casa, serratosi in un suo camerino, cominciò a voltare quando Buovo d'Antona, quando Dama Rovenza dal Martello, quando Aiolfo di Barbiconi, quando la vita del francese Gargantuaso e quando la frottola di Liombruno.....»—Vedi, Le piaceuoli | et ridicolose | facetie | di M. Poncino | dalla Torre Cremonese. | Di nouo ristampate | Con l'aggiunta d'alcune altre, che nella prima | impressione mancauano. | In Venetia, M.DC.XXVII | Appresso Girardo, et Iseppo Imberti.
[2] Rammenta il mito di Ganimede.
[3] Aquilina.
[4] Curioso quel sissignore divenuto invariabile, col semplice significato di sì, ma con una sfumatura di cortesia maggiore.
[5] Gódersele, facendo il verbo della seconda, in ère lungo, anzi che della terza, in ere breve.
[6] Siete, quì per siate.
[7] Veramente Liombruno la fece da mariuolo. Questo mantello vien ricordato dal Pananti nel Poeta di Teatro, canto XXIV.